Il genocidio di Bibi
di Ugo Balzametti
di Ugo Balzametti
Genocidio. Secondo la definizione adottata dall’ONU, «gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». È esattamente quello che sta facendo il governo di Israele nei confronti dei palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania, con una determinazione e una ferocia che ha pochi eguali nella storia.
La persecuzione dei palestinesi da parte degli israeliani ha radici antiche, risale al 1948, nel momento stesso della fondazione dello Stato di Israele e della successiva guerra arabo-israeliana. A causa del conflitto, circa 700.000 palestinesi furono costretti ad abbandonare le loro case e i loro villaggi, spesso cacciati via con la forza dagli israeliani, che da allora hanno sempre rifiutato di riconoscere il loro diritto al ritorno nelle proprie terre.
È quella che nel mondo arabo e nella cultura palestinese è conosciuta come Nakba, “la catastrofe,” a causa del loro sgombero forzato.. A distanza di decenni oltre cinque milioni di palestinesi vivono come “sfollati” in quelli che in modo abbastanza ipocrita vengono tuttora definiti “campi profughi” all’interno del territorio che dovrebbe essere lo Stato di Palestina, mai nato.
Nel corso di oltre 70 anni, l’ONU ha emesso decine di risoluzioni di condanna nei confronti di Israele, senza che questo abbia mai comportato la benché minima sanzione da parte della comunità internazionale, o meglio dell’Occidente, che in altri casi per molto meno ha deciso di bombardare intere nazioni, come avvenuto con la Serbia e la Libia.
A Israele tutto è permesso, dagli omicidi mirati all’estero ai bombardamenti di siti ritenuti “pericolosi” per la sopravvivenza della propria nazione, fino all’occupazione illegale dei territori appartenenti ai palestinesi, i quali si difendono come possono, il più delle volte con la propria resilienza non violenta, altre volte con episodi terroristici di diversa entità, che suscitano il doveroso sdegno e orrore nella comunità internazionale, ma soprattutto forniscono a Israele il pretesto per ritorsioni di proporzioni ben maggiori.
Sono decenni che sentiamo ripetere ossessivamente il trito ritornello “Israele ha il diritto di difendersi” per giustificare qualunque azione di Israele, anche quelle in palese violazione del diritto internazionale, questa volta Israele avrebbe davvero avuto tutto il diritto e anche il dovere di difendersi.
L’ultimo di questi atti terroristici è il terribile attacco del 7 ottobre 2023, quando i militanti di Hamas per la prima volta sono penetrati in territorio israeliano lungo il confine con la Striscia di Gaza, uccidendo circa 1200 persone, di cui 800 civili, e oltre 250 persone sono state prese in ostaggio.
Un’ azione eversiva terribile, condannata da tutti per la ferocia con cui è stata perpetrata e che ha scosso il mondo intero. Un attacco rispetto al quale Israele è apparso incredibilmente impreparato. Il più grande esercito del Vicino Oriente non è stato in grado di difendere i propri cittadini, mentre il Mossad, senz’altro uno dei migliori servizi segreti del mondo, sembrerebbe non aver previsto l’attacco stesso.
Una nazione che vive in uno stato di allerta perenne e che controlla in maniera totale e capillare tutto ciò che avviene a Gaza, non è stata in grado di prevenire o di stroncare sul nascere questa azione terroristica.
Però non l’ha fatto.
In una recente intervista la senatrice Liliana Segre giustificava la sua contrarietà circa l’uso del termine “genocidio”, affermando che questa accusa, rivolta ad Israele in quanto tale, è piena di odio ed è vendicativa. Chi la pratica sarebbe antisemita.
La preoccupazione della Segre può avere delle valide motivazioni, ma è evidente che “l’odio odierno è un odio politico,” è indignazione nei confronti di uno Stato che opera il più delle volte con azioni illegali.
ll concetto “di odio” è richiamato in modo ricorrente e strumentale dalle istituzioni israeliane , ma ciò che è del tutto insopportabile è la doppia morale. Ci scandalizziamo giustamente per la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, per la censura cinese, per la ma ci rifiutiamo ostinatamente di applicare gli stessi criteri ad Israele. Come se la Shoah, tragedia incommensurabile della storia umana, possa giustificare l’annientamento sistematico di un altro popolo da parte di Israele.
La senatrice sottolinea che nel caso di Gaza non si può parlare di genocidio in quanto manca “la pianificazione sistematica dello sterminio da parte di Israele”. In questo caso il governo israeliano, secondo la senatrice, non ha manifestato una chiara intenzione di annientare in modo deliberato la popolazione di Gaza..
Ma mentre condanna Netanyahuin modo netto, nello stesso tempo, però, vuole proteggere a qualsiasi costo lo Stato terrorista d’Israele dalla accusa di genocidio, evidenziando una idea discriminatoria dei fatti storici.
Molti studiosi di genocidio, all’inizio di questa guerra, sono stati cauti ad esprimersi in proposito, perché cercavano prove sufficienti. Poi tra l’estate e l’autunno del 2024, un numero sempre maggiore di studiosi ha iniziato a maturare una idea diversa, giungendo alla conclusione che non c’era altro modo di definire quelle che sono state, e continuano ad essere, le scelte tragiche del governo di destra israeliano.
La parola genocidio esiste perchè esistono i genocidi, e l’Associazione dei massimi esperti al mondo su tale materia, riunitisi nel mese settembre scorso, ha deliberato a larga maggioranza, che le politiche e le azioni di Israele a Gaza, corrispondono alla definizione legale di genocidio contenuta nell’articolo II della Convenzione dell’ONU. L’uccisione deliberata dei bambini è uno dei mezzi con i quali lo Stato di Israele sta cancellando un popolo dalla sua terra. Ecco perché l’assassinio di nove bambini e del loro padre, figli di una coppia di medici è un caso esemplare.
L’azione discriminatoria del governo di Tel Aviv colpisce anche uomini del suo Stato. Un esempio eclatante riguarda uno dei più importanti esponenti politici di sinistra israeliani ed ex vice capo di Stato delle Forze armate, Yair Golan. In una intervista all’emittente pubblica Kan, nel denunciare l’attuale fase della guerra, ha affermato che “un paese sano di mente non combatte contro i civili, non uccide neonati per hobby e non si pone l’obiettivo di espellere la popolazione”.
Il Congresso Ebraico Mondiale ha definito Golan un “traditore”, perché le sue osservazioni ”saranno elogiate da ogni detrattore di Israele che odia gli ebrei sulla terra”.
Ma la pubblicazione nel mese di ottobre u.s. del” Piano dei generali” ha smentito tutti coloro che negavano una “pianificazione sistematica dello sterminio di civili palestinesi, e dà una risposta militare agghiacciante, : svuotare dei suoi abitanti la parte settentrionale della Striscia di Gaza, e radere al suolo la città.
A Gaza non siamo di fronte a una tragica fatalità, ma a scelte deliberate e calcolate. Un intero popolo privato di ogni sostentamento, viene lasciato morire difronte al mondo intero. Questa non è una guerra. L’assedio di Gaza è diventato una macchina di annientamento, sostenuta dall’impunità e dal silenzio o dalla complicità delle nazioni occidentali più potenti.
Da chi e stato redatto questo Piano? Dopo una non facile ricerca, il giornalista Omri Mavin di Channel 12 ha scoperto che, sebbene i militari siano il volto del Piano, la mente operativa che si cela dietro le quinte è l’organizzazione di destra Tzav 9.
Sono previste due fasi. Nella prima, l’esercito israeliano informerà la popolazione che ha una settimana di tempo per evacuare verso due corridoi umanitari. Nella seconda fase, al termine della settimana, l’esercito dichiarerà tutta la zona area militare. Chiunque rimarrà sarà considerato un combattente nemico e verrà ucciso se non si arrende.
A differenza di quanto dichiarato, il “Piano dei generali”, non ha concesso ai civili una settimana di tempo per lasciare la Striscia; fin dall’inizio l’esercito ha trattato le aree settentrionali come zona militare. Di conseguenza la gestione del Piano è più sinistra di quanto si potesse pensare e contiene notizie false.
La cosa più disumana è che l’esercito ha bloccato l’ingresso di tutti i rifornimenti alimentari e medici, un vero e proprio assedio totale che porterà alla morte di migliaia di palestinesi.
L ’atroce attentato compiuto da Hamas ha paradossalmente fornito al governo Netanyahu la possibilità di adottare quella che, a tutti gli effetti, può essere definita la soluzione finale, ovvero: l’eliminazione fisica o la deportazione del popolo di Palestina, e realizzare il progetto etnocentrico e suprematista del “Grande Israele”.
La deportazione della popolazione e la feroce persecuzione eseguita in modo scientifico e nella totale impunità dal governo d’Israele, trova come unico paragone possibile, non è una provocazione ma un dato di fatto, proprio con il genocidio messo in atto dai nazisti contro gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale o con la pulizia etnica a Sarajevo. A subire quello sterminio furono i padri e i nonni degli attuali israeliani, ma questo non dà il diritto ai loro figli e nipoti di fare altrettanto ai palestinesi.
L’ex generale israeliano Giora Eiland, a tale proposito disse che “l’unico modo per vincere una guerra a Gaza è tagliare cibo, medicinali e acqua.”
Il Piano Lebensraum (spazio vitale) di Israele per Gaza, preso a prestito dallo spopolamento nazista dei ghetti, è chiaro. Distruggere le infrastrutture, le strutture mediche, e l’accesso all’acqua potabile
Un orrore senza limiti, che il governo di Israele cerca di nascondere il più possibile, o allontanando o eliminando i giornalisti, la Croce Rossa, l’ONU, le Organizzazioni umanitarie e chiunque possa aiutare i palestinesi o testimoniare la loro sofferenza.
In questo contesto, naturalmente l’informazione è rigidamente controllata e si leggono solo le veline dell’esercito o del governo. Tutti i canali principali si autocensurano, le principali fonti d’informazione sono solo quelle ufficiali.
Molto spesso ci troviamo di fronte a notizie inventate, mentre i nostri concittadini sono bombardati da una vergognosa propaganda di guerra portata avanti da testate e giornalisti senza dignità.
Attenzione, non tutti gli ebrei la pensano così. Ma il dramma è che lo pensa l’attuale governo di Israele e, presumibilmente, molta parte degli israeliani che lo ha votato e lo sostiene ancora dopo quasi due anni di guerra, e nonostante il crescente isolamento internazionale. Lo Stato di Israele non coincide con il popolo ebraico.
Quello di Israele è stato sempre “un colonialismo d’insediamento”. Di che si tratta? Il colonialismo classico, quello britannico in India, ad esempio, consisteva nel dominare l’economia e la vita politica di quel Paese. Ma il governo inglese non cacciava gli indiani dalle loro terre, si limitava a sfruttarli.
Il colonialismo di Israele si è progressivamente impossessato dei territori della Palestina ad ogni conflitto concluso con successo. Vogliono tutta la Palestina per loro. Il problema è che in Palestina c’è un altro popolo, i palestinesi appunto, che stavano lì da ben prima che gli scampati all’Olocausto nazista sbarcassero in quelle terre, rivendicando il loro diritto a uno Stato dove poter vivere lontano dalle persecuzioni subite nel corso dei secoli.
In una lunga e complessa intervista rilasciata dall’intellettuale Odifreddi, viene evidenziata la frattura che si è determinata tra il progetto sionista originario e ciò che lo Stato israeliano è diventato. Il sogno di una “ terra per un popolo senza terra” si è trasformato in un processo sistematico di espropriazione.
Israele è il nostro gendarme regionale, l’avamposto armato dell’Occidente nel Mediterraneo orientale. Ecco perché nessuno parla: perché Israele è parte della catena di comando dell’Occidente. Gli lasciamo tutto, in cambio di tutto. Gli vendiamo armi, tecnologie, appalti, software di sorveglianza etc.
Questa complicità dei governi europei e degli USA scaturisce da un complesso di motivazioni: innanzi tutto c’è un motivo geopolitico strettamente militare. Israele rappresenta un avamposto militare e logistico in un’area strategica come il Medio Oriente; poi c’è un motivo di ordine economico legato alla presenza di un protettorato americano nell’area meridionale; infine un terzo motivo è legato alla politica interna americana: l’appoggio della lobby filoebraica e sionista che è decisiva per essere eletti presidenti.
Tutti aspettavano la nomina di Trump alla Casa Bianca per capire come voleva mettere fine a questa atroce guerra. Incredibile ma vero Donald ha presentato uno sconvolgente progetto che prevede il “possesso” di Gaza per 10 anni per trasformarla in una ”Riviera del Medio Oriente”, mentre la popolazione verrebbe trasferita altrove, ma non si sa dove.
All’inizio “l’idea geniale” di Trump sembrava la consueta provocazione del presidente. Oggi ci sono 38 pagine, visionate dal Washington Post, che disegnano lo sviluppo della Striscia al termine della guerra.
Il Piano prevede “una riviera di lusso” posta sotto l’amministrazione fiduciaria americana. Gli oltre 2 milioni palestinesi verrebbero trasferiti temporaneamente in altri Paesi o “in zone sicure”, fino alla fine dei lavori di ricostruzione. Il testo sottolinea il principio della volontarietà e indica la costruzione di otto città intelligenti, gestite dall’intelligenza artificiale.
Ogni palestinese che lascerà “volontariamente” la Striscia potrà ricevere 5 mila dollari, sussidi per l’affitto per quattro anni e il cibo per uno. Come nel ghetto di Varsavia quando i tedeschi offrivano tre chili di pasta e un chilo di marmellata a quei polacchi che volontariamente decidevano di lasciare il ghetto… per poi morire deportati.
Questo progetto respinto dalla comunità palestinese, era il segnale che Netanyahu aspettava per avere il via libera all’assedio totale di Gaza.
Infatti il 21 agosto è stata avviata dall’esercito israeliano una nuova offensiva, denominata “Carri di Gedeone2” con l’obiettivo di occupare e distruggere Gaza City.
Nello stesso tempo il ministro Smotrich annunciava una ulteriore espansione degli insediamenti dando il via libera a un piano che prevede la costruzione di 3.400 unità residenziali e strutture connesse.
Oggi l’ipotesi dei “Due Stati” non è una soluzione praticabile a causa della massiccia colonizzazione operata dai vari governi israeliani dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin. E’ impensabile costruire un’entità statale in un territorio costruito da enclave separate l’una dall’altra.
Quella dei “Due Stati”, nelle migliori delle ipotesi, potrebbe essere una situazione transitoria che consentirebbe un percorso, sicuramente non breve, di pianificazione e decantazione degli odii.
Un orrore non si cancella con un altro orrore. Uno sterminio di massa non ne giustifica un altro. Dopo l’Olocausto, e in conseguenza di esso, avvennero due fatti di rilevanza storica: il processo di Norimberga a carico dei criminali nazisti, e il riconoscimento da parte della comunità internazionale della nascita dello Stato di Israele
Oggi la priorità è quella di fermare il genocidio nella Striscia di Gaza, e l’unica entità che può imporre ad Israele di cessare lo sterminio di civile e bambini sono gli Stati Uniti, adottando semplicemente lo stesso metodo utilizzato 30 anni fa da George Bush padre, alla conferenza di pace di Madrid “ che minacciava di tagliare gli aiuti economici se Israele non avesse sospeso la costruzione di colonie nei territori palestinesi. “Per ogni mattone posato, un dollaro in meno”
Al momento però, Trump ha dato “luce verde” alla carneficina di Netanyahu
Di fronte alla eliminazione sistematica di uomini, donne, bambini, che va avanti in un continuo crescendo, non si può rimanere indifferenti: o si agisce per fermare Israele o si è complici. La Palestina non ha bisogno di parole ipocrite di commiserazione da parte della leadership dei paesi occidentali, sostenitori sul piano economico, politico e militare delle azioni del governo israeliano.
Per quanto riguarda l’Italia, il governo Meloni ha assunto una posizione peggiore che nel passato. Storicamente il nostro Paese ha sempre optato per una soluzione politica della questione palestinese. Il governo italiano oggi si è schierato in modo subalterno alla volontà degli USA, dimostrandosi drammaticamente insensibile alle sofferenze che lo Stato israeliano sta infliggendo al popolo della Striscia di Gaza.
L’olocausto non è una reliquia della storia, vive in agguato nell’ombra, in attesa di innescare il suo feroce contagio.
Se è del tutto legittimo discutere sull’opportunità o meno dell’uso della parola genocidio, con argomenti a favore o contro, che potranno essere verificati alla luce dei fatti e della ragione, è da respingere con nettezza che usare questo termine diventi l’occasione per bandire l’interlocutore, lanciandogli addosso accuse infamanti.
Senza dimenticare che mentre noi discettiamo sull’uso delle parole, a Gaza- genocidio o no- la distruzione ha raggiunto livelli apocalittici che impongono l’impegno di tutti per fermare il pugno di Israele .
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