Il verosimile è il peggiore degli inganni. Mentre il falso si rivela sinceramente, per la sua distanza dalla realtà, il verosimile usa frammenti della realtà, come pezzi di un vaso rotto per ricomporla in un nuovo modo. Ma cambiare la storia può essere molto pericoloso. Se dal falso è la realtà stessa che ci difende, cosa ci può difendere dal verosimile?

di Guglielmo Pernaselci
(Adolfo è un personaggio di fantasia)
Quando tornava da scuola il piccolo Adolfo correva nella sua camera, in un piccolo appartamento al piano terra di un grande palazzo di Monaco di Baviera. Chiudeva la porta dietro di sé e se ne stava seduto sull’angolo del letto, in silenzio. La madre si era ormai abituata a quella scena e non lo chiamava più. Sapeva che sarebbe stato del tutto inutile. Copriva con un piatto la scodella con la zuppa sul tavolo per non farla freddare troppo e aspettava pazientemente che uscisse.
Quando poteva, il piccolo Adolfo saliva sulla soffitta del palazzo e dalla fessura di una tegola rotta guardava uno spicchio di cielo, l’unica cosa che lo faceva stare bene per un pò.
Un giorno spostò alcune tegole. Quanto bastava per passarci con la sua testolina e per la prima volta vide quanto era grande Monaco. Ne rimase sorpreso. La finestra della sua stanza dava su un vicolo dove non arrivava mai la luce del sole. Ora invece poteva finalmente guardare lontano. Vide i tetti di tanti palazzi tutti uguali, le strade dritte e ordinate come una scacchiera e la distesa dei fili del tram che ci si stendeva sopra come la tela di un ragno e in fondo il fumo nero delle ciminiere delle fabbriche. In una di quelle lavorava suo padre come operaio. Provò ad immaginare quanta gente ci fosse dentro quelle case, negli uffici, nelle fabbriche. Ma gli apparve subito impossibile come contare le stelle del cielo. Una sola immensa moltitudine di gente. Uomini donne bambini. Ognuno con la propria vita, le proprie storie, i propri desideri e i propri dolori. Eppure tutti insieme erano solo una moltitudine di esseri viventi. Gli tornò alla mente quando, ancora più piccolo, rimaneva ad osservare, per un tempo indefinito, le formiche sul pavimento del cortile del palazzo. Si muovevano rapidamente, apparentemente senza senso, senza uno scopo. Stava lì ad osservarle per ore. Alcune trasportavano pezzi di cibo putrido, altre sembravano comandare e gestire le operazioni, altre ancora sembravano correre per i fatti loro, e altre giacevano morte e schiacciate da qualche passante che non si era accorto neanche per un istante della loro esistenza.
Qualche volta cercava di intervenire nel caos laborioso di quei piccoli esseri mettendo qualche ostacolo sul loro cammino. Ostacolo che loro aggiravano o ignoravano. Allora provò ad immedesimarsi in quelle formiche. Provò ad immaginare cosa rappresentasse per loro quell’ostacolo messo lì non dal caso ma da una precisa volontà. E comprese che per loro non vi era alcuna precisa volontà. Per loro un ostacolo era solo un ostacolo e non si preoccupavano assolutamente di capirne l’origine. Erano programmate per svolgere comunque il loro compito, senza farsi domande, senza porsi inutili problemi.
Anche la madre non gli poneva più domande. Aveva finito per accettare il suo silenzio. Quel suo rinchiudersi nella sua stanza. Lo aspettava, e ripeteva i suoi gesti quotidiani: una carezza, un sorriso, poi toglieva il piatto sopra la scodella della zuppa ormai fredda e si sedeva accanto a lui per vederlo mangiare o sarebbe meglio dire bere la sua zuppa. Se ne stava lì seduta accanto a lui in silenzio, perchè sapeva che le sue domande sarebbero state inutili o perchè sapeva le ragioni di quel mutismo e che non poteva farci nulla. E così sperava che col tempo le cose si sarebbero sistemate da sé.
Il maestro della scuola che Adolfo frequentava le aveva parlato chiaramente. Senza troppi giri di parole era andato dritto al punto: Adolfo è un bambino strano e sicuramente poco dotato. Se ne sta in disparte e non gioca mai con i compagni. Fa i compiti si, ma i risultati sono mediocri. E po scrive pagine e pagine su un suo quadernetto che però non fa leggere a nessuno. Una specie di diario segreto. E poi aveva concluso con una sentenza senza appello: temo che non combinerà nulla di buono. Seguì un silenzio che non sembrò finire mai. Poi lo sguardo perso nel vuoto della madre causò una piccolissima crepa nel tra le labbra di marmo del maestro, che prima abbozzarono appena un sorriso e poi pronunciarono in tono consolatorio: “ma faremo di tutto per ricavarne almeno un buon cittadino tedesco”.
Dopo quell’incontro non ce ne furono altri, ma una mattina, la madre seguì di nascosto Adolfo fino a scuola. Voleva vedere con i propri occhi quello che le parole dure del maestro le avevano descritto. Ma quello che vide era una storia ben diversa. Aveva notato che avvicinandosi alla scuola il passo di Adolfo si faceva più lento ed incerto, come di chi avverte un pericolo e vorrebbe evitarlo ma non può. Davanti al cancello d’ingresso della scuola un gruppetto di ragazzini sembrava che stesse aspettando proprio lui. Ma non per salutarlo da buoni amici. Uno allungò una gamba per farlo inciampare mentre gli altri lo strattonavano e cercavano di prendergli la borsa per lanciarla e passarsela come fosse una palla. Ma quello che la ferì di più furono le parole e gli insulti che quei ragazzi rivolgevano ad Adolfo. Gli dicevano che apparteneva ad una razza inferiore e che era peggio di un cane- Gli gridavano che invece loro appartenevano al popolo destinato a conquistare il mondo perché erano gli eletti da Dio.
Fu a quelle parole che la madre notò il piccolo copricapo rotondo di stoffa che quei ragazzini portavano. Era il Kippah, segno distintivo degli ebrei.
Adolfo rimbalzava come una marionetta a cui erano stati tagliati i fili in mezzo al cerchio che quei ragazzini gli avevano fatto intorno,
La madre dall’altra parte della strada era rimasta come paralizzata e per quanto si sforzasse non riusciva a muovere un passo. Aprì la bocca per urlare contro quei ragazzi, per gridare di fermarsi. Ma la voce le rimase chiusa nella gola, paralizzata anch’essa.
Poi arrivò il suono della campanella della scuola a fermare quella scena. I ragazzini si misero subito in fila ordinati e in silenzio per entrare da bravi scolaretti e varcare il cancello di ingresso, mentre Adolfo se ne stava stordito e in disordine sul marciapiede a tentare di rimettere le sue cose nella cartella che, tra un lancio e l’altro, si era aperta seminando penne e quaderni sul marciapiede. Quando finalmente riuscì a recuperare tutto e a sistemarsi per entrare, il maestro era apparso in cima alle scale, sulla grande porta d’ingresso per sgridarlo e rimproverarlo per essere, come sempre, in ritardo.
La madre, allora, si svegliò come da un incubo sentendo un piccolo colpetto sulla punta della sua scarpa. Era la mela che aveva messo come merenda nella borsa di Adolfo e che era rotolata fino a lei. La raccolse. I segni che portava sulla superficie erano la prova che quello che aveva visto non era un sogno ma era accaduto realmente davanti ai suoi occhi. Mise la mela nella tasca del cappotto e tornò a casa. Percorse quel tratto di strada come in trans. Le gambe si muovevano autonomamente seguendo più un istinto di sopravvivenza che una precisa volontà. I pensieri più diversi le affollavano la mente su cosa avrebbe potuto fare o che cosa avrebbe, ora, dovuto fare. L’unica cosa che la consolava era la certezza che Adolfo non si era accorto della sua presenza. Quando arrivò a casa prese la mela dalla tasca del cappotto, la avvolse in un panno e la ripose, chiusa a chiave, in un cassetto dove custodiva gelosamente i suoi pochi ricordi.
La domenica pomeriggio venivano a trovarli i Kubizek. Il signor Kubizek aveva lavorato con il papà di Adolfo prima di aprire un laboratorio da tappezziere, ma erano rimasti amici. I Kubizek avevano un figlio: August di qualche anno più piccolo di Adolfo.
Per August, Adolfo era come un fratello maggiore, e ad Adolfo piaceva prendersi cura di Gustl, così lo chiamava. Avevano un modo tutto loro di giocare insieme. Bastava uno sguardo, un cenno di intesa di Adolfo, che Gustl scattava su come un soldatino e lo seguiva. Praticamente si capivano benissimo senza bisogno di parlare. Un giorno Adolfo portò Gustl sulla soffitta, il suo posto segreto. La luce del sole filtrava tra le tegole creando un reticolo di fasci luminosi che rendeva quel luogo magico. Si avvicinarono all’apertura che Adolfo aveva ricavato e questa volta, forse per dimostrare il suo coraggio, Adolfo salì sul tetto e Gustl lo seguì. I due se ne stettero seduti in silenzio per un pò. Gustl guardava Adolfo con ammirazione e gratitudine per averlo portato con se. Adolfo notò nello sguardo di Guntl l’emozione e la paura per quell’altezza vertiginosa. Allora, per dimostrargli il suo coraggio, si alzò in piedi sulle tegole. Guntl lo guardava ammirato e non potè fare a meno di imitarlo. Si alzò anche lui ma lo fece con un tale timore che per un attimo perse l’equilibrio e nel tentativo di riprenderlo allargò istintivamente le braccia. In quell’attimo Adolfo afferrò la sua mano e la tenne stretta. Rimasero fermi immobili come due statue con il cuore in gola e lo sguardo fisso l’uno nell’altro. Adolfo in quel momento sentì di avere la vita di Guntl stretta nella sua mano e per la prima volta provò un senso assoluto di potere. La sua esistenza, fino a quel momento mortificata dai compagni di scuola, prendeva una nuova sostanza. La sua mancanza di fiducia in se stesso spari per far posto ad una nuova forza che in quel momento nasceva in lui. Tirò Guntl a sé e lo abbracciò.
I due scesero in casa e avevano una nuova luce negli occhi e la consapevolezza che da quel giorno le loro vite erano legate insieme per sempre.
Dopo quell’episodio Adolfo sembrava meno triste. Quel lieve cambiamento di umore fu subito chiaro allo sguardo attento della madre che immaginò che le cose a scuola andassero meglio. Ma si sbagliava. Le angherie dei compagni continuavano. Adolfo però le affrontava con un diverso stato d’animo. Non permetteva che quelle offese lo segnassero lasciando ferite nel suo animo. Sapeva la forza che aveva, sapeva di cosa poteva essere capace. Doveva solo aspettare il momento giusto ed essere pronto ad afferrarlo, così come aveva fatto con la mano e la vita di Guntl quel giorno sul tetto.
Intanto aveva trovato un nuovo sfogo ai suoi pensieri nel disegno. Così insieme al suo quaderno segreto iniziò ad avere un album di disegni. Non potendo acquistare le tempere cominciò a fare acquerelli. Il suo soggetto preferito non era la natura ma piuttosto le opere dell’uomo: palazzi, paesaggi urbani, città immaginarie. Era diventato il suo passatempo preferito a tal punto che cominciò a farsi strada in lui l’idea di diventare un giorno un artista. Si sarebbe iscritto all’accademia di Arte. Quella sua nuova occupazione venne notata anche dal maestro che lo guardava incuriosito. Adolfo interpretò quello sguardo come un segno di interesse del maestro verso di lui e così prese coraggio e mostrò i suoi disegni al maestro e finanche, riuscì a confidargli il suo desiderio di iscriversi all’accademia d’arte.
Il maestro a quell’idea scoppiò in una risata di scherno. Poi iniziò a descrivere quei disegni sparsi sul tavolo come il risultato di una mente malata. Usò termini tipo: degenerata. Quella parola ad Adolfo non diceva nulla ma ne percepiva il suono e sentiva che era qualcosa di terribile. Raccolse i suoi disegni e li chiuse nella cartella. Quelle parole e la risata del maestro erano molto più dolorose dei calci e dei pugni dei compagni ma sapeva che anche quelle un giorno si sarebbero trasfigurate e trasformate nella sua forza. In momenti dolorosi come quello Adolfo stringeva la sua mano e la serrava forte e stretta in un pugno tremante. Tornava con la mente sul tetto del palazzo a stringere forte la mano di Guntl a riprovare quella sensazione intensa di forza e di potenza. Sapeva che sarebbe tornato quel momento e che il tempo gli avrebbe dato ragione.
Passavano le settimane e le visite dei Kubizek si fecero sempre più rare e quelle rare volte l’atmosfera era sempre meno spensierata e allegra. I grandi parlavano sempre a bassa voce anche quando la discussione sembrava farsi più animata e intensa. I loro discorsi erano incomprensibili ma si capiva che si trattava di soldi e di difficoltà economiche da affrontare. Adolfo aveva notato che alla presenza sua e di Guntl i grandi improvvisamente cambiavano discorso e tono di voce e recitavano come attori dilettanti su un palcoscenico di provincia la scena delle famiglie felici. Poi una domenica mangiarono insieme e durante il pranzo le parole e i discorsi delle volte precedenti lasciarono spazio a lunghi silenzi e sguardi pieni di amarezza. Quel giorno i loro genitori si salutarono in modo diverso dal solito. Invece della solita stretta di mano si abbracciarono a lungo sulla porta e sembrava che quel saluto non finisse mai. Fu l’ultima volta che Adolfo vide i Kubizek e il suo unico amico e fratello adottivo Guntl. Il piccolo Adolfo era di nuovo solo ma questa volta la sua solitudine era condivisa anche con i suoi genitori. Anche loro si erano fatti più taciturni e dopo l’addio ai Kubizek non vollero frequentare nuovi amici. Nonostante i loro silenzi Adolfo però conosceva la storia che aveva portato i Kubizek a lasciare Monaco. L’aveva saputa proprio da Guntl che di nascosto aveva ascoltato i discorsi notturni dei suoi genitori. Il padrone del laboratorio di tappezzeria del padre aveva aumentato di molto l’affitto e così il signor Kubizek si era trovato costretto a chiedere un prestito. Il papà di uno dei compagni di scuola e aguzzini di Adolfo, si era offerto di aiutarlo economicamente ma dietro quella mano tesa si celava ben altro che un aiuto amichevole. Infatti poco dopo gli aveva chiesto indietro il doppio della somma prestata. Il padre non potendo onorare il debito si trovava costretto a cedergli la loro casa, chiudere l’attività e lasciare Monaco per tornare al paese dove, per fortuna avevano ancora la casa dei nonni. Quella storia finì col rafforzare nel piccolo Adolfo il senso di rancore verso i suoi compagni di scuola anzi ad estenderlo anche alle loro famiglie. Le parole di quei suoi piccoli persecutori gli tornavano ancora più forti e martellanti nei suoi pensieri: Siamo noi il popolo destinato a conquistare il mondo. Ora gli era chiaro da dove nasceva quella convinzione. Nasceva dai loro padri, in seno alle loro famiglie, covava nel loro credo, nelle loro tradizioni e nella loro educazione.
Passarono gli anni e il piccolo Adolfo è ormai un giovanotto ma ha conservato il suo carattere schivo e solitario. La sua unica occupazione è osservare e ascoltare l’umanità che lo circonda. Ha scelto come luogo privilegiato della sua quotidiana osservazione una birreria al centro di Monaco. Quella birreria ha preso il posto della vecchia soffitta e l’apertura sul tetto da cui osservava per ore Monaco. Il nuovo punto di osservazione non è meno interessante. E’ frequentato da operai e lavoratori ma anche da studenti. Passa intere giornate seduto ad un tavolo ad ascoltare i loro discorsi e ad annotarli sui suoi quaderni segreti. Quei discorsi, quelle parole, somigliano molto a quelle che aveva ascoltato da bambino quando con Guntl provavano di nascosto a cogliere i dialoghi dei loro genitori. Sono storie di rabbia e disperazione proprio come quelle del signor Kubizek. E così Adolfo scopre che in fondo non è così solo come pensava di essere da bambino. Ci sono molti altri come lui, con storie molto simili alla sua. Anche lui, come i suoi compagni ebrei, ha la sua gente, il suo popolo a cui si sente di appartenere e con cui condividere i propri pensieri.
Di colpo torna l’immagine e la forza di quella stretta di mano che aveva salvato la vita al suo amico Guntl. Questa volta però la sua mano può stringere e salvare la vita non di una sola persona ma di un intero popolo.