di Ugo Balzametti
Lo scacchiere geopolitico Medio Orientale è in movimento
Quella che si è avviata a Gaza il 10 ottobre del 2025 , non sembra essere una strada verso la pace, piuttosto si presenta come un cambiamento della forma di controllo della popolazione nella Striscia di Gaza. In pratica si tratta di una nuova prigione a cielo aperto.
La Casa Bianca, finalmente ha pubblicato un “piano” in 20 punti, per far diventare Gaza “zona deradicalizzata e libera dal terrorismo che non rappresenterà più una minaccia per i Paesi confinanti”.
Per circa due mesi la tregua ha retto. Nello stesso tempo è stato avviato il ritiro parziale dell’esercito israeliano dalla Striscia. Alcuni dei punti più difficili da risolvere, come la governance di Gaza, e il disarmo di Hamas, dovranno essere negoziati successivamente.
Il doppio gioco di Israele, nonostante si fosse stabilito il cessare il fuoco, i bardamenti sono continuati ininterrottamente , mentre si sono fatti sempre più drammatici gli effetti del blocco degli aiuti umanitari che colpiscono, in particolare, donne e bambini, e anziani.
A marzo, dopo l’ennesima violazione del cessate il fuoco da parte di Israele, è iniziato un lento ma progressivo accaparramento delle terre nella parte ovest della Striscia, attraverso il collaudato sistema della modifica della destinazione d’uso”, ovvero un’area, inizialmente destinata ad uso abitativo, viene modificata in zona militare. . e quindi espropriabile.
Seminare più possibile morte e distruzione da parte di Israele, ormai trasformato in uno Stato-fortezza, sembra essere l’unica prospettiva che Tel Aviv prenda in considerazione, per vincere l’ossessione dell’isolamento internazionale.
In questo contesto Trump ha realizzato, a suo dire, un poderoso progetto economico che ha legato ancora di più l’economia americana a quella israeliana, a quella dei Paesi del Golfo e della Turchia.
E’ una rivoluzione copernicana, una svolta storica che dovrebbe cambiare la geopolitica del Medio Oriente rispetto ai vecchi schemi conosciuti per anni. Ovviamente sarà un processo lento e complesso, difficile e pieno di incognite.
Il Presidente americano ha ottenuto questo storico risultato, agendo su due leve, tipiche della più ferrea e cinica logica del Novecento.
Prima di tutto ha cancellato gli effetti, per lui negativi, della strategia perseguita da Barack Obama, poi ha scatenato una spregiudicata pressione, tramite la diplomazia americana e con interventi anche personali, giocando sulla debolezza economica dei paesi due sunniti.
Nel caso del Qatar giocando sulle ambizioni personali e militati dello sceicco Sheik Tamim al Thani
L’accordo avrebbe dovuto garantire l’adesione di questi Paesi agli Accordi di Abramo, dando il via a nuovi equilibri geopolitici nel Medi Oriente. Vedremo in seguito che le cose non andarono come Donald pensava.
Tra i 20 punti concordati tra Israele, Hamas, con la supervisione dei diplomatici americani, viene prevista la realizzazione di un “Board of Peace”, un ente internazionale per gestire la fine del conflitto a Gaza, e gestire i finanziamenti per la sua ricostruzione.
Avrà il compito di coordinare gli investimenti miliardari, necessari a trasformare un territorio martoriato di Gaza, in una zona moderna e sicura. L’Italia ha declinato l’invito, parteciperà solo come “osservatore”.
Il Presidente Trump, proseguendo nelle sue “fantasiose trattative”, il 30 luglio scorso ha annunciato che il Board of Peace ha raggiunto un accordo con Hamas per il disarmo, e il trasferimento dei poteri civili e di sicurezza a una nuova struttura tecnocratica. L’esercito israeliano, nel contempo, si sarebbe dovuto ritirare dai territori illegalmente occupati.
L’impressione è che l’annuncio di Tramp abbia anticipato la sostanza dell’accordo. Una cornice negoziale sembra esistere, ma mancano ancora gli elementi che distinguono una dichiarazione d’intenti, da un vero piano operativo.
Ma il Medio Oriente è in ebollizione, e il vecchio quadro geopolitico, lascia il campo a nuove geografie. E’ di questi giorni, quasi di sorpresa, che tre grandi protagonisti del mondo musulmano sunnita hanno deciso di definire “un blocco di difesa” militare. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, con questa mossa cambiano i rapporti di forza nello scacchiere geopolitico mediorientale, messo in ulteriore subbuglio dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
L’accordo stabilisce che un attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Paesi, sarà considerato un attacco contro tutti e tre.
Questo cambiamento è visto da Israele come un rafforzamento della nemica Turchia, che potrà avvalersi di una potenza nucleare, il Pakistan, come alleato per aumentare il proprio sostegno ad Hamas, e in generale al popolo palestinese.
Islamabad, capitale del Pakistan, in questo modo, ribadisce la propria posizione centrale anche nel quadrante mediorientale, come già dimostrato dalla sua mediazione in corso nel conflitto USA e Iran.
La valenza politica di questo accordo sta nel fatto che assieme, i tre Paesi saranno meno dipendenti da Washington e da Pechino.
Lo sterminio dei palestinesi deciso una decina di anni fà
La verità sta lentamente venendo alla luce: il massacro dei palestinesi a Gaza è stato pianificato decenni fa.
Le testimonianze di alcuni militari che parteciparono alla guerra dei Sei giorni nel 1967, raccolte da Avrram Shapira nel libro, “ Il settimo giorno: i soldati parlano della guerra dei Sei giorni”, non solo hanno confermato la loro responsabilità di aver commesso crimini di guerra, ma hanno denunciato, anche, che gli ordini venivano dai loro comandanti.
L’obiettivo non era “combattere il nemico” o “sradicare i territori”, ma quello di uccidere e terrorizzare più palestinesi possibile, e costringerli ad un esodo di massa.
Queste testimonianze sono importanti per comprendere ciò che Israele fa e ha fatto nel corso di questi ultimi anni a Gaza : radere al suolo tutte le case, gli ospedali, le scuole, le università e gli uffici governativi; assassinare decine di migliaia di civili palestinesi.
I crimini del 1967 erano noti da tempo agli storici palestinesi, e le ricerche negli archivi hanno dimostrato che Israele ha “cacciato” ben 300.000 arabi dalla Cisgiordania, da Gaza e dalle Alture del Golan siriane,
E’ superfluo sottolineare che, negli ultimi tre anni è mancata la pressione internazionale. Gli attuali governi occidentali e i loro media hanno scelto di dare ad Israele il tempo e lo spazio per portare a termine la sua vendetta, oltre a fornire armi e informazioni per distruggere Gaza. Anzi sono complici di questo massacro umano.
Non è un caso che una delle imprese italiane più innovative, la Leonardo, partecipa al più grande programma di approvvigionamento militare mai realizzato, quello relativo al cacciabombardiere F-35. Dopo ottobre 2023, gli F-35 e gli F-116 sono stati fondamentali per dotare Israele di una potenza aerea senza precedenti.
Dopo il 7 ottobre, la risposta durissima del governo Netanyahu ha prodotto ferite profonde e devastanti sul corpo di tanti palestinesi, rischiando, in questo modo, di disperdere tutto quel patrimonio morale, civile ed etico, accumulato nel corso degli anni grazie alle testimonianze di coloro che hanno vissuto l’esperienza drammatica dei campi di sterminio, e che da tempo parlano ai giovani nelle scuole, con tutto il loro dolore, e sul cui insegnamento “mai più a nessuno” si impegnano a ricostruire un futuro di pace” . (Anna Foa- il suicidio di Israele)
Come possiamo celebrare la memoria della Shoa, senza parlare del 7 ottobre? si domanda Anna Foa. Ma davvero sarà possibile confrontarli, come fa Netanyahu, mettendo entrambi sotto lo stesso ombrello dell’antisemitismo?
In questo contesto assumono particolare importanza le parole di David Grossman, che sostiene sia arrivato “il momento giusto per prendere posizione contro il conflitto israelo-palestinese, più che mai convinto che tacere significherebbe diventare complici”
Grossman non si nasconde dietro un linguaggio diplomatico. “Sentire accostare Israele alla parola “fame”, considerando la nostra storia, è devastante.”
Nella sua intervista Grossman torna alle origini della crisi, a quella che definisce la “maledizione d’Israele”: “l’Occupazione dei territori palestinesi, iniziata nel 1957, ci ha corrotti, il potere assoluto ha fatto di noi qualcosa che non volevamo diventare”. Una analisi spietata che non risparmia né lo Stato d’Israele né i suoi cittadini, ma neanche Hamas.
Lo scrittore israeliano denuncia il silenzio della maggioranza israeliana. “Dopo il 7 ottobre, molti hanno abbandonato i valori della sinistra e si sono rifugiati nella paura. Ma così facendo, Israele si isola sempre più, e rischia di cadere in una trappola da cui sarà difficile uscire”.
La linea gialla
La cosiddetta linea gialla è un tratto che segna il controllo militare israeliano sull’enclave ormai distrutta, è un’area interdetta ai palestinesi, e gradualmente modificata fino a raggiungere il 70% del territorio.
Sono linee dai vertici militari che disegnano i confini rigidi, ma flessibili, intorno a Gaza, dove avvicinarsi può significare morte sicura .
Queste misure rientrano negli obiettivi israeliani di: creare una cintura di sicurezza che rafforzi il controllo dei movimenti militari, mentre politicamente riflette il tentativo di far pressione sulla resistenza gazawi, per imporre, nei fatti, l’abbandono delle loro terre di residenza.
L’espansione delle “linee gialle” sono solo l’ultima manifestazione della strategia di lunga data di Israele: impadronirsi della terra araba attraverso una forza militare schiacciante e definire una “nuova realtà” sul campo, certi che le istituzioni internazionali sono impotenti a fermarla.
Di fronte a misure di sicurezza di tale portata, viene spontanea una domanda: perché il 7 ottobre, quando Hamas ha scatenato la sua azione terroristica al confine con la Striscia di Gaza, quella parte di territorio è rimasta sguarnita, e l’esercito è intervenuto solo dopo diversi giorni, perché impegnato a difendere gli insediamenti dei coloni? Non avremo mai una risposta esauriente.
Gli insediamenti coloniali illegali
A partire dalla Guerra dei sei giorni del 1967, Israele ha costruito un sistema di potere fondato sulla colonizzazione di territori arabi, in particolare in Cisgiordania, alimentata da motivazioni anche religiose, da interessi strategici e da sostegni internazionali, in particolar modo da ebrei americani.
Le colonie sono una realtà in aperta violazione del diritto internazionale. Costituiscono un grave ostacolo per la realizzazione di una soluzione praticabile dei due Stati, e di una pace giusta, duratura e globale.
Questi insediamenti sono illegali, in quanto non rispettano l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, che stabilisce: ”una potenza occupante non può trasferire la propria popolazione civile nei territori che occupa militarmente”.
In questo primo quarto di XXI secolo, abbiamo assistito all’intensa colonizzazione della Cisgiordania e all’isolamento della Striscia di Gaza dal resto della Palestina. Oggi vivono illegalmente in Cisgiordania oltre settecentomila coloni ebrei, e Israele si ripropone di raddoppiare la loro presenza.
I coloni sono fanatici che credono di essere stati eletti da Dio in terra, per ricostruire la “grande Israele. Questi criminali hanno usato e usano la violenza come sistema di vita. Alcuni coloni noti comi i “Giovanii delle Colline” hanno imposto l’esproprio di vaste aree del territorio gazawi , aggredendo gli arabi vicini ai loro confini, e dando fuoco alle loro proprietà.
Sono diventati un’avanguardia del Sionismo Religioso, un nuovo movimento di massa cresciuto fino a diventare una forza politica con cui fare i conti.
Le colonie oggi sono il punto centrale del conflitto israelo-palestinese, tanto che il governo fascista di Tel Aviv continua ad autorizzare nuovi insediamenti . Anzi, è stata concessa a Israele una sorta di immunità internazionale per trasformare l’occupazione dei territori arabi in una realtà permanente.
Queste colonie sono distribuite in modo capillare e concentrati, attorno a Gerusalemme, nel centro della Cisgiordania. Alcune realtà sono vere e proprie città con scuole, centri commerciali, ospedali e infrastrutture collegate ad Israele tramite una rete stradale riservata mentre altri sono piccoli avamposti, talvolta costruiti senza autorizzazione.
Sono , sempre più evidenti, come gli obiettivi dell’esercito di Tel Aviv e dei coloni, siano simili a tutto ciò che si era giurato di “non voler permettere più”.
Affamare in modo consapevole una popolazione, spogliare in modo sistematico gli essere umani della loro dignità, riducendoli ad animali (come alcuni ministri d’Israele hanno più volte definito i palestinesi) sono modalità molto simili a quelle che subirono con la Shoah milioni di ebrei.
Ad Auschwitz venivano usati i gas tossici, a Gaza sono utilizzati i droni , i bombardamenti a tappeto, la morte è portata persino dentro casa, colpendo non solo obiettivi militari, ma anche intere famiglie.
Tutto quello che Israele subì dall’Occidente civile e cristiano, Israele lo sta rovesciando sui palestinesi di Gaza, con la stessa volontà di morte di quella nazista: sradicare per sempre un popolo dalla terra in cui è nato.
Nonostante siano passati 77 anni da quando le vicende drammatiche della “Nakha” terra, la minaccia di una “pulizia etnica” è ancora reale, anzi reclamata con forza dal governo d’ Israele.
L’antisemitismo un pericolo per tutti
Poche guerre come quella di Gaza possono spiegare come un conflitto non riguardi solo due popoli o un territorio, ma possa smuovere l’opinione pubblica di tutto il mondo, accendendo moti di simpatia o antipatia, amore e odio, ma facendo riemergere, sentimenti sopiti che si sperava ormai relegati al passato.
L’antisemitismo è uno di questi, lo abbiamo ignorato per tanto tempo, e riscoperto oggi, tanto che ha fatto risuonare nelle piazze piene di giovani, nuovi slogan contro gli ebrei, e scatenando un moto d’opinione antisemita
I dati più recenti dicono, secondo l’Anti-Defamation League, che il numero di episodi di antisemitismo è cresciuto ovunque a partire dai giorni immediatamente successivi al 7 ottobre: in Italia, ad esempio, nel corso del 2023 sono stati registrati 454 episodi di antisemitismo, in netta crescita rispetto ai 241 dell’anno precedente, la maggior parte dei quali negli ultimi mesi dell’anno.
C’è una frase che da mesi torna nei dibattiti online, nei notiziari, nei talk show: “Chi critica Israele è antisemita”. Qui si apre una confusione alimentata ad arte da chi ha interesse a nascondere la realtà dietro le parole. Essere antisemiti e essere antisionisti non è la stessa cosa.
L’antisemitismo propriamente inteso, è una forma di odio verso il popolo ebraico in quanto tale, ossia una condanna pregiudiziale della sua identità etnica e religiosa, a prescindere da qualsiasi comportamento concreto o scelta politica.
Come ogni forma di razzismo, si basa sul pregiudizio e sulla discriminazione verso gli ebrei in quanto tali. E’ lo stesso veleno che ha portato alle leggi razziali del ’38, alla Shoah, e all’impegno di non ripetere mai più Aushwitz.
E il Sionismo allora? E’ un’ideologia politica, nata nel XIX secolo, che si configura come un progetto politico moderno, che mira a fondare uno Stato nazionale per il popolo ebraico nella terra storicamente identificata con la Palestina. In quanto tale, esso è legittimamente passibile di critica, secondo i criteri della filosofia politica e del diritto internazionale.
Ma nel tempo il sionismo si è trasformato, specie nei suoi sviluppi attuali. Contestare il sionismo significa interrogarsi sulla legittimità di una dottrina che nel nome di una identità etnico-religiosa, ha giustificato e giustifica l’esproprio delle terre, l’espulsione di popolazioni autoctone, la definizione di un assetto legislativo fondato su distinzioni etniche, e una prassi militare che contraddice i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario.
Negli attuali insediamenti ebraici illegali, costruiti in Cisgiordania, sono emerse nuove tipologie di sionismo. Due partiti schierati con i coloni, “Potere ebraico e Sionismo religioso”, hanno perpetuato attacchi pesantissimi contro i palestinesi della Striscia di Gaza, dove in un anno sono stati uccisi quasi 800 palestinesi.
Finchè perdurerà l’attuale assetto dello Stato di Israele, non c’è speranza di porre fine al negazionismo deli sionismo come progetto politico violento.
Altra cosa, invece, è l’antisionismo, che consiste nella critica, più o meno radicale, al progetto politico sionista, ovvero alla dottrina e alla prassi che hanno portato alla costituzione dello Stato di Israele e che ne sostengono la legittimità ideologica.
Criticare il sionismo non vuol dire odiare gli ebrei. E’ opporsi all’uso della identità ebraica come scudo ideologico per legittimare crimini contro un altro popolo.
Anche il Congresso Ebraico antisionista, tenutosi a Vienna nel giugno del 2025, si è chiuso con un documento in cui viene ri affermato in modo netto che “ Come ebrei antisionisti, siamo uniti a tutti i palestinesi, contro il sionismo, e i suoi crimini, inclusi il genocidio, l’apartheid, la pulizia etnica e occupazione dei territori palestinesi. Affermiamo il diritto dei popoli sotto occupazione di resistere con ogni mezzo, come riconosciuto dall’ONU.”
Di conseguenza, alla base della confusione tra antisionismo e antisemitismo si nasconde spesso una falsa e precisa logica di equivalenza dei due concetti . Nel nostro caso si confonde deliberatamente l’identità ebraica (etnico-religiosa), l’ideologia sionista (politica), lo Stato d’Israele (nazione e militare).
Questa confusione permette di accusare di antisemitismo chiunque critichi Israele o il sionismo. E’ come dire “se critichi la mafia, odii i siciliani”. E’ un trucco retorico: spostare il discorso dall’etica all’identità, trasformando una legittima accusa politica in un attacco razzista. E’ un modo di silenziare il dissenso. Significa dire a chi denuncia un crimine “stai insultando un intero popolo”.
E’ falso |
Il rischio di una terza Intifada
Giorni fa l’esercito di Tel Aviv ha invaso Qalandya, uno dei più grandi campi profughi nella Cisgiordania, espellendo famiglie dalle loro case, e aggredendo i giornalisti presenti all’aggressione. Se i coloni parlano di “pulizia etnica” per diritto divino, il ministro della difesa israeliano Katz la pratica, utilizzando lo slogan ” la vita dei palestinesi deve essere insostenibile in Cisgiordania”.
Tra la popolazione palestinese è diffuso il convincimento che l’obiettivo sia lo sfollamento e l’occupazione di terre su cui Tel Aviv ha già messo gli occhi da anni. Inoltre Israele, dando un segnale ben preciso, ha convalidato la costruzione di un insediamento di 9 mila unità abitative sui terreni dell’ex aeroporto di Gaza, mentre la pressione dei coloni permetterà di mettere a ferro e fuoco la Cisgiordania occupata.
La situazione sta precipitando!
Nelle ultime settimane la stampa israeliana e palestinese, come anche quella internazionale, ha segnalato il rischio sempre più imminente di una nuova Intifada (rivoluzione). Secondo diversi commentatori politici, questa volta l’ipotesi di una nuova “rivolta” è più solida rispetto ad altre previsioni del passato.
Ormai gli attacchi dei coloni, diventati il braccio armato dell’esercito, si susseguono ogni giorno, soprattutto in Cisgiordania che, di fatto, è stata del tutto occupata da Tel Aviv.
La loro violenza ha raggiunto livelli senza precedenti. Dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie case, sotto l’incalzare di aggressioni quotidiane dell’esercito o dei coloni..
Analizzando le poche sezioni degli archivi israeliani finora accessibili agli storici, sono stati pubblicati documentati di massacri e stupri, di donne e uomini palestinesi.
E’ importante sottolineare che lo stupro venga praticato ancora oggi nelle carceri israeliani, a farne le spese, alcune settimane fa, sono stati alcuni attivisti internazionali per la pace.
Non ci sono dubbi: i territori palestinesi sono diventati una bomba ad orologeria. Persino gli alti ufficiali israeliani riconoscono la probabilità di una terza Intifada.
Sistematiche sono le provocazioni dei due ministri fascisti del governo Netanyahu, che avallano ogni atto criminale dei coloni. Il leader di estrema destra Itamar Ben Gvir, ad esempio, ha celebrato le preghiere ebraiche all’interno della moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro dell’Islam. Un atto deliberato e incendiario con una profonda risonanza storica.
Siamo di fronte ad una strategia con un obiettivo ben preciso: colpire sistematicamente la Popolazione Palestinese. La violenza dei coloni non è frutto di fanatismo, o di qualche mela marcia.
E’ frutto di una violenza di Stato.
E i palestinese? E’ proibito difendersi o opporre resistenza . Chi si difende, viene definito terrorista, e come tale, piò essere ucciso in qualsiasi momento.
I nuovi insediamenti hanno raggiunto una cifra molto elevata 144, sono solo le colonie autorizzate dal governo. Di recente è stato approvato dal Gabinetto di Sicurezza israeliano uno stanziamento di 427 milion dii dollari per creare 34 nuovi insediamenti, e l’autorizzazione di altri 13 piani intorno a Gerusalemme e Ramallah.
La vita in Cisgiordania per i palestinesi è diventata insostenibile, e in diversi villaggi cominciano a mobilitarsi per l’autodifesa non armata, fatta di sentinelle pronte ad allertare i villaggi prima degli attacchi. Una nuova Intifada non appare più un ipotesi remota.
“La paura è passata, è tempo di difenderci”. A Nablus e Ramallah, aree ad alta concentrazione di estremisti di destra, “quando si avvicina il pericolo scatta una sirena d’allarme”. Molti si chiedono dove porterà l’escalation cercata e voluta dai coloni?
Sullo sfondo c’è l’ipotesi di una rivolta di massa dei palestinesi, mentre. coloro che maggiormente, hanno parlato di una Terza Intifada, sono funzionari israeliani della sicurezza, che ritengono che la Cisgiordania si stia avvicinando rapidamente al punto di rottura, e che l’attuale governo sta creando le condizioni per uno scontro incontrollabile.
Come osservò Carl Sagan, uno dei più famosi astronomi, astrofisici del Novecento:“ Bisogna conoscere il passato per comprendere il presente”.
Per questo i politici e i media occidentali si sono tanto preoccupati di cancellare il passato, fatto di violenze, che spiegano il comportamento di Israele nel presente.
Il pubblico occidentale, ignaro della storia di questa Regione Medio Orientale, è stato facilmente manipolato, portandolo a credere che le atrocità israeliane siano una risposta “proporzionata” all’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023.
L’attacco di Hamas non è stato un punto di svolta, come viene presentato spesso in Occidente. No quello non è l’inizio del dramma del popolo gazawi. Israele ha colto questa tragedia come pretesto per andare fino in fondo ad “una vecchia storia,” iniziata nel 1948 e che dura fino ai giorni nostri.
I leader mondiali che conoscono la verità rimangono in gran parte in silenzio. Devono avere il coraggio di affermare le responsabilità di Israele per i crimini di guerra documentati, e riconoscere che il silenzio di fronte a questo genocidio è una scelta, con conseguenze che nessuno potrà mai ignorare.
Al popolo palestinese non rimane alcuna via di fuga, nessuna protezione internazionale. Se la storia ci insegna qualcosa , i palestinesi saranno costretti., ancora una volta, a resistere utilizzando le proprie mani e i propri corpi. Quando arriverà la terza Intifada, il mondo occidentale continuerà a voltarsi dall’altra parte?
