di Antonio Damiani
Sempre più spesso vengono pubblicati saggi che affrontano la tematica del rapporto fra politica e tecnologia. Fra gli altri “Tecnofascismo” di Donatella Di Cesare, Einaudi e ”Tecno Monarchi” di Alessandro Mulieri, Donzelli. Ed in effetti appare incandescente la dialettica fra democrazia e innovazione tecnologica, con la prima nella parte dei famosi lacci e laccioli da rimuovere. L’aspetto più paradossale della vicenda è che chi è in prima fila nella difesa, ultramoderna, dell’innovazione senza limiti e senza confini quasi sempre sposa idee politiche e sociali che non è esagerato definire arcaiche, premoderne. Lo scopo è ovviamente quello di una riduzione della democrazia a simulacro utilizzando nella contesa, ricorrendo ai più scontati concetti del nazionalismo e del suprematismo, proprio le forze di chi più è danneggiato dall’avanzata delle ristrutturazioni sociali figlie del neoliberismo più sfrenato. Come se l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze potesse essere attenuato dal richiamo a valori sbriciolati dalle ristrutturazioni stesse. Forse è questo in questo momento lo sguardo di Medusa dal quale non lasciarsi pietrificare.
Un invito alla lettura che ci arriva da Antonio e che facciamo nostro.
Solo un anno fa compariva questa intervista al New York Times che non aveva ottenuto la giusta attenzione, forse vale la pena oggi rileggerla attentamente.
«Prepararsi all’Impero»: Curtis Yarvin, profeta dell’Illuminismo nero
