Di Ugo Balzametti
Quando è stata data la notizia, li per li si è pensato ad una fake news, ma dopo rapide verifiche si è constatato che la notizia era vera. A Gaza anche far volere un aquilone può diventare un “atto di guerra”. Non è una metafora.
La guerra degli aquiloni torna ad incendiare il fronte di Gaza. Domenica scorsa 23 agosto quattro aquiloni sono stati rinvenuti nei pressi del kibbutz israeliani vicino Gaza.
La risposta di Israele è stata semplicemente grottesca. Secondo fonti militari gli aquiloni rinvenuti non contenevano materiale esplosivo, ma per i residenti della zona, qualsiasi oggetto sospetto che proviene da Gaza scatena una
elevata allerta.
Dall’inizio dell’offensiva, Israele ha impedito l’ingresso di grandi quantità di giocattoli nella Striscia, privando i bambini di una gioia che un tempo faceva parte della loro vita quotidiana
Di conseguenza i piccoli palestinesi hanno iniziato a inventarseli da soli, utilizzando qualsiasi materiale riescano a trovare. Ta’ira waraqiyya, aereo di carta, è uno dei giuochi preferiti dai bimbi gazawi, perché facilmente costruibile anche nella miseria e disperazione lasciata dalla guerra.
Il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha ordinato all’esercito di intervenire immediatamente e con forza contro il lancio degli aquiloni dalla Striscia, stabilendo un principio che nella sua assurdità descrive bene il livello assunto dalla politica nei confronti della comunità palestinese.
Ha affermato Katz, :” qualsiasi aquilone lanciato da Gaza, è un “atto di guerra”: Un aquilone è come un drone, con o senza esplosivo.”. Netanyahu ha subito rincarato la dose, ordinando alle forze armate di fare “tutto” contro quella che definito una “minaccia letale”.
Un bambino deve imparare, da subito, che persino giocare può mettere in pericolo lui la sua famiglia e chi vive nelle tende accanto alla sua.
E’ la drammatica ossessione che ha accompagnato e accompagna l’intera offensiva israeliana: la scuola diventa un centro di comando. l’ospedale una base militare, la tenda un possibile rifugio di combattenti, il giornalista un sospetto, l’operatore sanitario una minaccia.
Il governo di Tel Aviv ha deciso di abolire la distinzione tra oggetti che possono avere la capacità offensive e oggetti, anche secondo il suo stesso esercito, non trasportano alcun esplosivo. Equiparare automaticamente un aquilone di carta a un drone armato significa cancellare deliberatamente la differenza tra un oggetto innocuo e un arma.
E’ difficile trovare un’immagine più potente come quella legata alla condizione imposta all’infanzia gazawi. Migliaia di bambini sono stati uccisi, feriti, mutilati. Molti vivono nelle tende, dopo aver perso casa. Scuole e strutture sanitarie distrutte, intere famiglie cancellate, la malnutrizione e l’assenza di cure, hanno accompagnato le bombe.
Gaza è stata privata progressivamente dello spazio, delle case, delle scuole, degli ospedali, della possibilità di muoversi e persino della certezza di poter sopravvivere.
Ora si vuole regolamentare anche il cielo. Il paradosso è terribile: uno degli eserciti tecnologicamente più potenti del mondo, dotato di aerei, droni, satelliti, sistemi di sorveglianza e armamenti tecnologicamente avanzati, dichiara di dover difendere Israele dagli aquiloni di carta di una popolazione assediata.
E’ la rappresentazione estrema della sua logica: trasformare ogni manifestazione della vita palestinese in un problema di sicurezza. Persino un gioco. Persino un bambino che tiene in mano un filo e prova ,per qualche minuto, a far volare qualcosa sopra le macerie della sua città.
Ciò che fa più male è che, per le bambine e i bambini di Gaza, un aquilone non è un’arma né una minaccia. È un semplice giocattolo che costruiscono con le proprie mani durante l’estate. Corrono dietro di esso e lo lanciano in aria alla ricerca di un piccolo momento di gioia nel mezzo di tanta sofferenza. Ma anche questa gioia innocente è stata loro sottratta.
Persino i sogni dei bambini e delle bambine di Gaza che tendono a liberarsi nel cielo, sono diventati qualcosa da temere e da perseguitare.
Eppure, con grande convinzione, continueremo a insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie che il cielo è più grande della paura e che hanno il diritto di sognare, giocare e sorridere, per quanto la guerra tenti di strappare loro l’infanzia.