Il Draghi: “il Governo tira dritto”

                      

a cura  di   Ugo Balzametti

Ursula benedice Mario

Con le  note  che sono state redatte due settimane fa abbiamo voluto dare un quadro d’insieme  della fase storica che tutta l’Europa, e quindi  anche l’Italia,  sta vivendo per un rilancio  economico globale dopo la drammatica esperienza della pandemia.  Lo sforzo è tentare di dare un contributo di chiarezza, per quanto possibile, su come si sta svolgendo la decisiva partita relativa al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, analizzando i fatti, le scelte, i metodi di lavoro, gli aspetti e le modalità con cui il Presidente Draghi sta gestendo tutta questa situazione 

 Naturalmente la nostra analisi, il nostro impegno non è neutro, ma crediamo che ormai stiamo vivendo una realtà dove ognuno di noi deve avere il coraggio e la coerenza di esprimere il proprio pensiero.  Il nostro contributo  andrà ad incrementare e specificare meglio le riflessioni che sono stati pubblicate nelle settimane scorse. Notiamo invero che i giudizi espressi in precedenza ci vengono ancor più confermati oggi, nel momento che stiamo entrando nella fase di realizzazione del Recovery Fund.

 I due aspetti che vogliamo oggi esaminare sono:

  1. l’approvazione del Piano da parte della Commissione E.U.
  2. perché il Presidente del Consiglio è ossessionato  dal rispetto dei tempi per la realizzazione delle riforme ?

L’Italia ha passato a pieni voti l’esame di Bruxelles sul Piano Nazionale di ripresa e resilienza. Ma siamo sicuri che vada tutto bene?   Penso che nessuno potesse temere un improbabile intoppo al via libera della Commissione.

A Bruxelles interessa che le riforme siano attuate in senso liberista e  come vengono spesi i soldi a livello nazionale. I soldi a disposizione sono tanti, 248 miliardi di euro, ma per farli arrivare, spenderli bene e in fretta, la vera partita del Recovery Plan andrà giocata su l’ambizioso progetto  di riforme varato 

Ma attenzione i soldi del Net Generation EU arriveranno solo se i progetti saranno realizzati e se le riforme saranno varate e rispetteranno i risultati attesi, in sintonia con “le raccomandazioni” della Commissione. Quindi non un semplice elenco di buoni propositi, ma progetti che rispondano concretamente  alle esigenze di benessere dei soggetti cui si riferiscono le riforme.

Le regole UE chiedono che i PNRR forniscano spiegazioni sul modo in cui le varie riforme previste nel Piano permetteranno di attuare tutta una serie di politiche e legislazioni europee nell’ambito della transizione verde, della trasformazione digitale e nella coesione sociale.

Ciò che suscita perplessità, nel caso italiano, sono i rarissimi riferimenti a specifiche opere infrastrutturali o a legislazioni e/o proposte legislative attraverso le quali il governo intenda attuare le riforme annunciate nel Piano. In sostanza il PNRR indica obiettivi politici e dei principi sui quali dovrebbero basarsi le riforme. Ma  a quali testi legislativi/politici si fa riferimento? Come valutare l’impatto, anno per anno fino al 2026, di riforme legislative che non esistono?

Non va dimenticato che le spese e gli obiettivi indicati nel piano riguardano  opere  che devono essere avviate, completate e rendicontate entro la scadenza de Piano.    Sarà fattibile?.

Quindi  i Piani nazionali di ripresa e resilienza sono innanzitutto piani di riforme che sono parte integrante dei PNRR ed elemento di spinta per la loro attuazione.  Non è solo importante il capitolo dei soldi che arriveranno, ma soprattutto quelli sul cambiamento delle regole per affrontare le debolezze strutturali italiane.  

I tempi delle riforme

E’ necessario osservare un aspetto molto importante; la consonanza con Bruxelles garantisce  l’assistenza finanziaria che di fatto permette un controllo sulle scelte fatte dal nostro Paese, ma nello stesso tempo, tramite le riforme, realizza l’obbiettivo di allineare le politiche nazionali all’ortodossia neoliberale

Un aspetto che  è andato via via assumendo una rilevanza notevole è la tempistica indicata per la realizzazione delle riforme, la cui valenza è pari alle riforme stesse. La maggioranza degli impegni deve essere onorata entro l’anno,  il che produce un primo effetto: il Parlamento fa da notaio alle scelte maturate nell’esecutivo.

La sfida del PNRR comincia adesso. E ha tempi e condizioni serrate. Bruxelles ha chiesto e ottenuto un cronoprogramma sulle riforme e Draghi se ne assunta la responsabilità di ottemperarne la realizzazione, incardinandole entro l’estate.

Quindi spendere i soldi nel più breve tempo possibile, sospendere  le garanzie e i controlli, rischiando la vita di chi lavoro. Consentire la libertà di licenziare, proteggere i patrimoni dei ricchi. Decidere gli obiettivi e i contenuti dei progetti del Pnrr senza nessun coinvolgimento di chi quei progetti sarà chiamato a realizzare con il suo lavoro, di chi vive nei territori dove quei progetti produrranno profondi cambiamenti. Questi sono punti fermi .

Il Piano approvato in tutta fretta da un Parlamento narcotizzato e silente mantiene saldamente  l’impianto  neoliberista, e la scelta, tanto osannata, di eleggere Capo del Governo Mario Draghi per amministrare i fondi del PNRR, risponde proprio a questo obiettivo.

Per tutto ciò la realizzazione del Recovery plan ha necessità di un clima di normalizzazione che in parte è stato avviato con la creazione di quella sorta di grosse koalition che è l’attuale governo, e attraverso un consenso alimentato costantemente dai mass media sulle capacità demiurgiche del premier.

Normalizzazione anche attraverso un’intensificazione del  controllo sociale di cui se ne incomincia a vedere gli effetti nei confronti dei dissensi  o dei conflitti locali . Proprio in queste ore si stanno vivendo momenti di grande tensione e sviluppando iniziative di lotta perché le fabbriche vengono chiuse e i lavoratori mandati  a casa.

Nel Rapporto del G30 si legge che “la ripresa economica non dovrà essere indiscriminata, bensì affidata alla  “distruzione creatrice” della cultura liberista” come amava ripetere Schumpeter. 

Per le “aziende zombi” non c’è prospettiva, devono uscire dal mercato, garantendo temporaneamente i lavoratori finchè viene mantenuto il blocco dei licenziamenti. Poi ci si affida alla crescita

Questo significa  che sarà necessario  ridimensionare o chiudere le società non in grado di andare avanti, sopportando una elevata disoccupazione, affinchè altre aziende innovative possano ri-tornare sul mercato in modo concorrenziale.

Sarà  fondamentale comunicare chiaramente all’esterno questi obiettivi e gestire le inevitabili reazioni contro lo smantellamento di programmi di sostegno già definiti , lasciando “morire” alcune fabbriche.  Si mette in conto anche il dover intraprendere misure di sicurezza e di ordine pubblico.

Se torniamo indietro di qualche mese,  quando fu eletto Presidente del Consiglio Draghi,  in tanti dissero che la sua presenza garantiva un obbiettivo più ambizioso rispetto al fronteggiare l’emergenza o la guida della ripartenza del Paese. 

Ma c’è qualcosa di più. Questo schema ideologico non è stato messo a punto per sostenere Draghi, anzi è vero il contrario: è Draghi l’espressione più autorevole, in Italia, del pensiero unico che ci ha portato sul baratro ambientale, sociale, politico.  

 Quel pensiero unico si riassume così “ fede nel mercato e Draghi ne è il garante”

In questo modo l’Italia rischia di diventare   laboratorio politico di questa scommessa, che non può fallire pena il fallimento dell’Unione. Ne discende che le scelte programmatiche che il Governo farà saranno tutte incardinate entro le direttive europee.

Una lettura diversa del PNRR

Di conseguenza si potrà uscire dalla crisi pandemica  facendo pagare, però, un prezzo salatissimo ai settori lavorativi e alle classi sociali più deboli, precarizzate e impoverite, una ricetta di lacrime e sangue. 

Circa il coordinamento tecnico e politico si conferma il ruolo del Ministro dell’economia e la regia della Presidenza del Consiglio. Nel contempo assistiamo ad un moltiplicarsi di centri decisionali di cui non si capisce la ragione se non quella di assumere, alla fine, scelte al di fuori degli  organismi preposti, senza confrontarsi negli organismi.

Di conseguenza le riforme strutturali messe in cantiere dovranno  dare allo Stato  una più efficiente capacità di  favorire la competitività dei mercati, vero motore in grado di far uscire l’Italia dalla crisi. Il rilancio della competitività del sistema è il vero obiettivo del PNRR.

Al contrario sarebbe necessario un  Piano che consolidasse con opportuni strumenti normativi  gli ampi margini di profitto che una parte dei settori produttivi e commerciali hanno continuato a conseguire anche durante il lockdown e una ripartenza su basi di comando più solide anche per quei settori che, invece, la crisi pandemica l’hanno subita.

Scrive l’Economist  “la politica italiana ha sempre bisogno di un redentore che può chiamarsi Berlusconi o Renzi”. Continua “le grandi aspettative nei confronti di Draghi sono comprensibili, ma dovrebbero essere smorzate perchè gestire una banca centrale non è  come governare un Paese e l’idillio con i mercati non durerà a lungo”

Draghi nei suoi vari interventi ha proposto anche una lettura diversa e accattivante del Recovery Plan: “Sbaglieremo tutti  a pensare che sia solo un insieme  di numeri, scadenze, obiettivi, Ci può essere anche un’altra lettura in una prospettiva diversa che non solo quella legata all’emergenza economica.  Metteteci dentro anche “la vita degli italiani”.  Ci sono valori, ci sono ansie, sofferenze della nostra comunità che nessun numero potrà mai rappresentare 

Se nella prima fase  della pandemia la cornice interpretativa   prevalente era la pandemia come minaccia, ora Draghi sposta l’asse  del suo ragionamento sul “rischio ragionato”, un rischio non più imprevedibile ma calcolabile, circoscritto, prevedibile. 

La comunicazione si rileva strumento cruciale ed essenziale, in quanto permette la rielaborazione collettiva dell’esperienza e della conoscenza comune, rispetto alla “minaccia di un rischio” che pone la società in condizioni di incertezza e di vulnerabilità generalizzata.

Draghi sa bene quale partita è in gioco, anche sul piano personale e quindi deve correre, sfruttare al meglio il positivo rapporto con l’opinione pubblica,  sfruttare la sua immagine autorevole, imporre e proporre progetti, in alcuni casi poco riflettuti, al fine di persuadere i cittadini ad essere attori del cambiamento come difesa del Paese.

Non è un caso che ormai si è consolidato un modo di operare del Presidente del Consiglio  caratterizzato dalla frenesia del “fare, fare in fretta” perché “ce lo dice la Commissione Europea” . 

Il Presidente ha l’ossessione della “sfrenatezza”, ovvero il fastidio per tutto ciò che sa di freno, vissuto come attentato contro la santissima “libertà d’impresa”.  Ha l’ansia di togliere i freni alla domanda pressante, di far cessare il blocco dei licenziamenti stabiliti nel periodo di Covid19 

Si è esibito in un maldestro tentativo di togliere i freni alla “semplificazione” delle regole per gli appalti e per le Grandi Opere. Inizialmente aveva proposto appalti con il sistema del massimo ribasso e nessun limite per i subappalti. Dopo un duro confronto con il sindacato, la prima proposta è saltata, la seconda è stata regolarizzata. 

Purtroppo mentre scriviamo una lettura attenta della legge delega di riforma del codice degli appalti lascia intuire il rischio “di uno sblocca cantieri” permanente. Il testo bollinato dalla Ragioneria dello Stato è una cambiale in bianco al governo.

La Riforma  dà ai progetti del Pnrr una corsia preferenziale fatta di tempi dimezzati, autocertificazioni in deroga, autorizzazioni veloci (fast track), il silenzio assenso. Non scompariranno due elementi assai negativi: il criterio del massimo ribasso e l’appalto integrato (progettazione ed esecuzione dell’opera affidate allo stesso soggetto)   

Ha furia di togliere i freni alla corsa disordinata della ripartenza nelle fabbriche e nei cantieri, senza badare troppo per il sottile alle misure di sicurezza che potrebbero rallentare i ritmi del rilancio ma la cui trasgressione, molte volte, si paga a caro prezzo. Né vale ricordare a Draghi che l’Italia brilla per occupare il primo posto in Europa per gli “omicidi bianchi” e che la stampa e mass media quasi sempre ignorano.

Lo stessa situazione si sta vivendo per quanto riguarda la riforma della giustizia e  l’azzeramento di qualsiasi ostacolo posto dagli enti locali (decreto sulla semplificazione) o nel  dare nuovo impulso alle privatizzazioni dei beni comuni e dei servizi pubblici        

Draghi  “tiro dritto”

Quello di Draghi si conferma sempre più come il Governo del tirare dritto”,  come i treni ad alta velocità, di quelli che non fanno fermate.

Molti commentatori si stupiscono delle scelte neo-liberiste del Presidente del Consiglio, ma fin dal suo  primo impegno come direttore  centrale della Banca d’Italia, via via fino a quando è stato nominato Presidente della Commissione Europea, e poi se ricordiamo il suo intervento la scorsa estate al convegno di Comunione e Liberazione, e la illuminante presentazione del Rapporto del G30 nel dicembre del 2020 sulla situazione italiana dopo la pandemia , la sua retorica liberista non è stata mai occultata.

 Anzi, se leggiamo il resoconto del rapporto del  G30 sono indicate, anche in modo chiaro e spregiudicato, le strade che devono essere perseguite per rilanciare la ripresa economica.

A tale proposito inqualificabile è stato comportamento di Draghi quando giorni fa si è discusso lo sblocco dei licenziamenti: prima votato all’unanimità  dal Consiglio a partire dalla data di fine agosto e poi , non appena la Confindustria ha alzato la voce, il passo indietro e il provvedimento è stato retrodato ai primi di luglio.

Si è fatto riferimento alla riforma della giustizia, con particolare attenzione al processo penale, che Draghi vuole che sia approvata prima della pausa estiva, perché su questa riforma ci ha messo la faccia e quella dell’intero governo.   

Dobbiamo sottolineare però che la Commissione EU pensava soprattutto ad un intervento sul processo civile in quanto i tempi lunghi dei processi condizionano le scelte di molte aziende straniere per approdare in Italia. 

Per le sentenze di primo grado occorrono 527 giorni, per l’appello 865 giorni, otto volte di più  del dato tedesco. Il Governo si è impegnato a realizzare la riforma  del diritto fallimentare entro la fine dell’anno e la riforma della giustizia entro il 2022.

Circa il processo penale, la Commissione europea aveva salutato positivamente la riforma del processo penale del ministro Bonafede.

Non si capisce allora perché una prestigiosa giurista, possibile candidata per il  Quirinale, come la ministra Cartabia abbia elaborato una riforma del processo penale che in due anni indipendentemente dalla gravità dei reati ne sancisce l’improcedibilità, cancellando il processo e il reato.

Che dire poi dell’ennesimo regalo di Draghi a Confindustria con lo smantellamento del Decreto Dignità, grazie ad un emendamento presentato da PD e accettato da M5S che  permette la deroga alla stretta imposta nel 2018 all’uso dei contratti precari.

Altro “gioiello”  è la norma che elimina del tutto, per i contratti a termine, le causali che giustificano la temporaneità reale delle esigenze delle imprese, in assenza  delle quali lo stesso decreto aveva previsto l’obbligo della conversione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato.

Questo modo di operare ormai è  accettato, se non qualche eccezione, dalla maggior parte dei media, anzi a volte si ha l’impressione che siano proprio gli opinion leader a sollecitare questo “strano” modo di governare, che alla lunga potrebbe aprire  pericolose falle per la democrazia.  

Cingolani  “ministro per caso”  

Questa realtà contamina anche  i ministri che fanno parte della ristretta cerchia di uomini  e donne fedeli al Presidente, i quali assumono scelte  politiche che a volte non sono in sintonia neanche con le Raccomandazioni della Commissione EU

E’ il caso del ministro Cingolani che vuole convincerci che saranno la fusione nucleale e la rivoluzione digitale a garantire un futuro sostenibile. Sotto il green spuntano le lobby delle armi e quelle del fossile. Del resto Cingolani   “il ministro per caso” ha detto di puntare  per la  transizione ecologica  su due tecnologie: il sequestro del carbonio e la fusione nucleare.  

Giorni fa il ministro dell’ambiente ha deciso di tagliare i fondi, già scarsi, per i Parchi Nazionali. Tutto questo in un momento in cui da più fonti si reclama la creazione di “foreste urbane” al fine di ridurre le emissioni di CO2.  

Pietro Nenni diceva che “le idee camminano sulle gambe degli uomini”. Su quali gambe camminano le idee del governo Draghi? Quella dei neoliberisti, come confermano le ultime  nomine contestate da numerosissimi economisti. 

Si tratta di cinque studiosi il cui orientamento teorico è univoco: appartengono tutti alla corrente di pensiero comunemente definita neoliberista. Gente che ha una vera e propria fede nel fatto che  i mercati possano risolvere qualsiasi problema e che l’intervento dello Stato sia inutile e quasi sempre dannoso. Avranno il “semplice” compito di valutare l’attuazione del PNRR.

Il PNRR vive nelle stanze ovattate di Palazzo Chigi, senza che sia possibile aprire una riflessione pubblica, senza che sia possibile interloquire con il Governo.

Dobbiamo sottolineare che una sfida così significativa richiede il coinvolgimento della società civile organizzata su almeno due fronti: la fase della definizione dei contenuti del Piano e il successivo monitoraggio dei risultati attesi. 

Un Piano che ha l’ambizione di ridisegnare il futuro del Paese deve tener conto delle aspettative, delle competenze, dei punti di vista, dell’esperienza di chi da tempo si batte per promuovere  e difendere il bene comune e gli interessi generali, dando voce,  in particolare, a chi rischia di rimanere di rimanere escluso dalle scelte del governo.

Finora tutte le scelte attuative del PNRR sono state assunte in solitudine dal governo, privilegiando alcune lobby . Le iniziative ad oggi sono ferme al palo.

A tale proposito dobbiamo dire che sul fronte dialogo sociale e monitoraggio, qualche passo in avanti s’è fatto perché la Commissione europea il 22 giugno ha formulato una precisa “raccomandazione” al Governo italiano  che per “garantire la responsabilizzazione dei soggetti interessati, è fondamentale coinvolgere tutte le autorità locali e tutti i portatori di interessi, tra cui le parti sociali, durante l’intera esecuzione degli investimenti e delle riforme” 

Ma c’è la consapevolezza diffusa a Bruxelles che la partita che Draghi si accinge a giocare attraverso la realizzazione del PNRR non sia  solo una questione interna al nostro Paese, e che invece rischia di diventare una questione europea. L’Italia in questo modo ritorna ad essere una sorta di “sorvegliato speciale”. 

Ruolo della società civile

Questa valutazione è confortata dalle modalità con cui il Presidente del Consiglio sta gestendo questa prima fase del Piano, in quanto si è andato a creare una sorta di “amministrazione parallela”, destinata a sollecitare e controllare l’amministrazione normale, al fine di velocizzare al massimo la gestione del PNRR.

Si va determinando, quello che viene definito il ” Draghi sistema” ovvero avere un vincolo esterno cogestito dall’interno, come ha scritto Caracciolo, ove l’esterno è rappresentato dall’UE della cui ricostruzione  Draghi è stato uno dei principali artefici. 

I tratti che abbiamo fin qui disegnato, lo schema d’intervento del Fondo    monetario Internazionale e quello della Commissione Europea, con il compito “di marcare stretto” in particolare il nostro paese, piano piano sembra far emergere un’immagine che assomiglia molto da vicino alla Troika che abbiamo drammaticamente conosciuto nel 2011 per la Grecia!  I presupposti sono diversi, ma i metodi di controllo sono diversi

Ci eravamo illusi che dopo la tragica esperienza del COVID-19 e le tante riflessioni che ne sono scaturite, fosse maturata la convinzione che la rinascita del Paese si sarebbe realizzata su idee e progetti innovativi.  

La filosofia  è quella di ritornare a percorrere vecchie strade riferite al mercato, alla concorrenza, che diventano l’unico strumento capace di misurare e garantire il benessere dei cittadini.

Non ultima condizione  è che la gestione di questa fase così importante non può prescindere dalla partecipazione dei cittadini e delle cittadine. Basterebbe far riferimento al Codice europeo di condotta sul partenariato dove è la stessa Commissione EU a sollecitare come necessaria la co-programmazione nelle gestione dei fondi.

Per dare forza contrattuale all’attuazione del PNRR è necessario, quindi, dotarsi di un autonomo sistema di monitoraggio. Non è sufficiente chiedere che siano rese disponibili  le informazioni ufficiali; non è sufficiente pubblicizzare  le esperienze che le organizzazioni che operano sul terreno dell’impegno sociale.  

Si tratta di elaborare propri indicatori, capaci di registrare e descrivere gli aspetti più rilevanti che possono riguardare ad esempio il lavoro, l’ambiente, la salute. Indicatori che potranno essere applicati anche territorialmente., fornendo informazioni a chi vi opera  e nel contempo, monitorare informazioni che vengono dal basso.

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