I mass media e il clima impazzito 

            “Che Dio ce la mandi buona”  (Bruno Vespa)


di Ugo Balzametti

Il clima impazzito

Il numero e l’intensità di  eventi  estremi avvenuti  in Italia in questi ultimi due anni hanno reso evidente a tutti l’intensificarsi degli impatti del cambiamento climatico.  Il clima che  cambia non è un’opinione ma è un’evidenza scientifica. E la corretta informazione  su questi temi è un punto cruciale nella lotta contro il cambiamento atmosferico.

La crisi ecologica in atto, tale da mettere in pericolo la vita sul pianeta, non può essere affrontata senza la consapevolezza che il modello di produzione capitalistica, egemone nel mondo, ne è strutturalmente la causa.  Solo il superamento  di quel modello economico-produttivo, basato sullo sfruttamento dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo, può portare ad una via di uscita da questa crisi.

In Italia l’estate del 2022 è stata l’estate più calda dopo quella del 2003. E’ quanto  ci dicono  anche recenti dati del CNR. Anche a livello globale le rilevazioni sulle temperature hanno confermato l’anomalia climatica che ha determinato ondate di caldo estremo, siccità e inondazioni devastanti, come sottolinea un documento dell’Organizzazione metereologica mondiale. 

Nel nostro Paese si sono registrati ben 132 eventi climatici estremi, numero più alto della media annua dell’ultimo decennio, con pesanti conseguenze sulla salute, l’agricoltura, la produzione di energia.

Questo intensificarsi degli effetti del climate change  deve far riflettere sulle responsabilità che ciascuno di noi ha per fare in modo che l’azione collettiva di contrasto al clima che cambia sia la più efficace e rapida possibile.

Nel suo ultimo Rapporto, il Gruppo intergovernativo dell’ONU sui cambiamenti  climatici (IPCC, il più importante istituto di ricerca al mondo sui cambiamenti climatici ) con estrema chiarezza ha indicato nelle emissioni di gas serra, prodotte dall’utilizzo dei combustibili fossili, le cause principali del cambiamento climatico e individuato nella loro rapida eliminazione, nell’efficienza energetica  e nella generazione di fonti rinnovabili le uniche vere strade per la decarbonizzazione .

La maggior parte  degli esperti concorda sul fatto che in futuro farà sempre più caldo e l’Europa sta andando incontro a qualcosa simile  alla desertificazione.  Ma paradossalmente in Italia la questione viene trattata dai mezzi di informazione, salvo rare eccezioni, come fenomeno meteorologico e derubricato a “caldo anomalo e fuori stagione”.

A tale proposito ad aprile è uscito  il rapporto annuale sullo stato del clima in Europa, elaborato dagli scienziati di Copernicus climate change service. Viene lanciato un forte grido d’allarme  perché siamo ad un punto di non ritorno, una condizione che mal si sposa con gli slogan  dei negazionisti nostrani, ad iniziare dalla P residente Meloni, che negli ultimi mesi si sono  messi di traverso in Europa su ogni misura per tagliare le emissioni di CO2.

C’è da sottolineare che le alte temperature sono un rischio per la salute umana. In Italia, in 27 città oggetto di analisi, grazie ai dati raccolti dal Sitema di allarme nell’ambito del Piano operativo nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo, è stato possibile stimare il numero di decessi attribuibili al  caldo nell’estate del 2022: 2.304 decessi, un significativo aumento rispetto ai 1.472 nel 2021.

In questo contesto di lenta  presa di coscienza collettiva, un ruolo fondamentale è giocato anche dai mezzi di comunicazione, sia come strumento di corretta informazione  sia come azione di stimolo ad operare  rapidamente. 

Ruolo dei mezzi di informazione

La narrazione che i mass media fanno dei temi ambientali in generale, specie quelli climatici, rischia spesso di essere  ambivalente oscillando tra l’ottimismo di chi nega ogni male o dà ad intendere che gli effetti della crisi possano essere sconfitti in tempi brevi, e il catastrofismo di chi fa credere che un tempo tutto andava bene e che uomo e natura  fossero in perfetto equilibrio .

Purtroppo dobbiamo constatare che  oggi l’informazione  sulle tematiche relative al clima impazzito non sempre viene data con il dovuto rigore scientifico e con un adeguato livello di approfondimento dei fenomeni climalteranti. Non si può tacere che, ad esempio,  sulle pagine del Corriere della Sera si sia dato spazio anche a posizioni negazioniste. 

Tuttora, certe grandi firme del giornalismo, editorialisti nostrani dimostrano di non aver capito molto della crisi climatica e della transizione ecologica. Sono posizioni condizionate anche da orientamenti ideologici, oltre che da una pigrizia culturale allo stesso livello dell’antivaccinismo.

 L’ambivalenza non di rado è frutto dell’ignoranza dei comunicatori,  a volte  è anche responsabilità della comunità scientifica “che non ha saputo, e non sa, parlare alla società in modo chiaro,  non dando giudizi di merito e non indicando le criticità di ogni scelta, senza spandere a piene mani illusorie certezze” (da rapporto Greenpeace).

La lotta contro la crisi climatica richiede interventi di tale importanza e portata che non è possibile si possano affrontare senza una diffusa consapevolezza del problema e delle sue conseguenze. E’ necessario costruire un vasto sostegno della popolazione alle politiche per il clima. Si deve coinvolgere, mobilitare l’opinione pubblica.       Deve essere una priorità per tutta la società.

Partendo da questo assunto è lecito domandarsi come le persone  vivano il cambiamento climatico nella propria vita. Ci si rende conto quanto rapido sia stato il riscaldamento globale? Sono chiari gli effetti che ne derivano?

Trovare risposte adeguate è difficile e, per farlo, non è sufficiente realizzare dei sondaggi. Si devono approfondire questi dati e studiare quali sono i fattori che  condizionano  le opinioni, che influenzano la percezione della realtà del cambiamento climatico.

Chi informa sul  cambiamento climatico si trova davanti a sé diversi ostacoli, anche di carattere psicologico. La nostra vita sta cambiando, per la scienza le sue manifestazioni sono chiare. Per il resto della società sono più difficili da  cogliere.

Dal Rapporto IPCC presentato alla fine di aprile 2023  si evince che la temperatura media del Pianeta è già aumentata di 1,1°C rispetto all’era pre-industriale e si sta pericolosamente avvicinando all’1,5°C. “ che non è un numero arbitrario, non è un dato politico, bensì è un limite planetario, è scienza reale, e ogni  frazione di grado in più è pericoloso per tutti noi” 

L’accordo di Parigi del 2015 si poneva l’obiettivo di non superare la soglia dell’1,5°C  entro il 2030 e azzerare tutte le emissioni entro il 2050. Purtroppo stiamo andando in un’altra direzione    Se ora sta succedendo tutto quello che stiamo vivendo,  cosa accadrà se si dovesse arrivare a 2°C?

Da quando il fattore climatico è emerso come tema collettivo, il   riscaldamento globale è diventato questione politica. E le azioni di contrasto alle emissioni hanno trovato l’opposizione di alcuni settori politici della destra conservatrice, oltre che dell’industria dei combustibili fossili. Tuttora  il negazionismo climatico attecchisce più facilmente in alcune ideologie e culture politiche.

Ne consegue che se la scienza non aiuta è anche perché la politica le ha attribuito compiti che non le appartengono, dietro i quali i politicanti si nascondono per non assumersi le proprie responsabilità

In questo contesto  allora le conoscenze sono indispensabili affinchè il cittadino possa formulare un giudizio di merito non superficiale. La conoscenza è un fattore che condiziona la percezione insita in una collettività. Senza informazione non è possibile maturare una cognizione pubblica né può essere patrimonio dei soli esperti.

Quando la comunicazione trasuda “certezze”, verità, sentenze inappellabili, non ci si rende conto che il grande nemico della conoscenza e della scienza  non è l’ignoranza bensì l’illusione della certezza. 

Come comunicare

Nessuno pensa che sia semplice comunicare il cambiamento climatico. Una serie di studi scientifici riportati da un report pubblicato di recente dall’U.E. ha evidenziato che, per i mezzi d’informazione, trattare questo tema presenta una serie di criticità.

Innanzi tutto l’eco-sistema informativo versa ormai da anni in una profonda crisi finanziaria. Il tema del riscaldamento del Pianeta è tema complesso e richiederebbe  far maturare, nella redazione di un giornale, un team dedicato, da supportare con la formazione mirata e risorse per la sperimentazione di  modelli, linguaggi e prodotti che possano innalzare la qualità dell’intervento.  

Esiste un altro problema in parte legato al primo, ovvero lo scarso coinvolgimento dei lettori verso il tema del cambiamento climatico. Si tratta di trasmettere informazioni molto complesse, i cui eventuali effetti peggiori vengono  collocati in un futuro ipotetico e con pesi diversi a seconda dei percorsi di mitigazione e transizione energetica  che l’uomo deciderà di percorrere.

Non è facile trovare un linguaggio corretto per parlare di questi temi. Deve essere usato un linguaggio che non allontani, non annoi, non metta paura. Un linguaggio rigoroso, come quello di papa Francesco con l’enciclica Laudato si’ dove il rigore scientifico s’intreccia con l’azione concreta, capace di parlare alla comunità  di tutto il Pianeta. 

Comunicare in modo qualificato e competente la crisi climatica non è un aspetto secondario del problema,  è parte della  sua stessa soluzione.   La riflessione su quali termini scegliere e quali no  potrebbe apparire una questione banale se poi, accendendo la TV o leggendo un quotidiano, si incappa in posizioni infondate  di negazionismo climatico poste sullo stesso piano delle più accreditate e condivise. 

Il primo ostacolo è rappresentato dalla barriera linguistica. L’80% dei documenti istituzionali o di articoli scientifici è in inglese. Gran parte della popolazione del Pianeta parla lingue indigene. Ma la riflessione è più ampia: ci sono parole che dovremmo usare (e non usare) per comunicare bene la crisi climatica, e non va sottovalutata l’importanza che semplificare  non vuol dire banalizzare.

C’è inoltre un problema di distanza fisica dei fenomeni.   La scienza da tempo tiene sotto osservazione non solo gli effetti climatici del riscaldamento terrestre, ma anche, ad esempio, la fusione dei ghiacci dell’Artico e dei ghiacciai di montagna o la distruzione delle barrire coralline. Ma tutto ciò avviene   in aree remote, disabitate. Sono realtà che vediamo lontane,  che non ci riguardano.      

A questo punto facciamo un passo in avanti e analizziamo quanto e come viene raccontata  dai media italiani la crisi climatica. Nel corso del 2022 Greenpeace, in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, ha monitorato articoli, programmi e telegiornali per analizzare quanto e come si parla di clima sui nostri mass media. Questi studi permettono anche di valutare il livello di coinvolgimento cognitivo delle comunità necessario per questa sfida.

Il rapporto di Greenpeace

Naturalmente attivare i cittadini sul tema non è compito dei giornalisti. Ma dire la verità sicuramente fa parte dell’etica della professione e nel momento in cui si  tacciono elementi chiave  del discorso  si trasmette al lettore una visione distorta del fenomeno e se ne influenza l’interpretazione. 

Secondo il report di Greenpeace le cause della crisi sono messe in luce solo in poco più del 20% degli articoli e in meno dell’8% dei servizi dei telegiornali in cui si parla di clima.

Dal 1 maggio al 31 di agosto i 5 quotidiani messi sotto osservazione (Il Corriere della Sera, Repubblica, La stampa,, il Sole24Ore e L’Avvenire) hanno pubblicato quattro articoli al giorno (3,62) e i TG quasi una notizia  ogni due giorni (0,43), le trasmissioni TV ne hanno  parlato in più di una puntata su quattro (27%) . Meno del 3% dei servizi dei tg riguarda i temi della crisi climatica. In compenso raddoppia la pubblicità dei settori più inquinanti .     

La copertura da parte della stampa nel 37,6 dei casi ha riguardato articoli che si limitano a citare la crisi.  I servizi televisivi sono in numero minore, ma più focalizzati sulla crisi climatica come aspetto  centrale (18,3%).  La stampa dedica più spazio ad articoli che sono focalizzati sulla riduzioni delle emissioni, ma non citano la relazione con il climate change: 21,1% vs il 5,7% dei TG e il  6,7 delle trasmissioni.

Di conseguenza analizzando questi dati il monitoraggio di Greenpaeace  ha confermato che la crisi climatica è ancora argomento marginale nelle agende dei mass media italiani.    Con riferimento ai giornali e alle Tv nel contempo si è registrato un dato eclatante: “oltre il 20% delle notizie fa da megafono ad   argomenti in opposizione alla transizione  energetica e ad  azioni per mitigare il riscaldamento globale”

Resta invece molto elevato lo spazio offerto alla pubblicità dell’industria dei combustibili fossili tra i maggiori  responsabili del riscaldamento del Pianeta.    Sul Sole24Ore si contano 5 pubblicità a settimana  di queste aziende inquinanti, mentre la media di tutti i giornali è di oltre 3 pubblicità a settimana. L’influenza del mondo economico  sulla stampa emerge anche esaminando il modo in cui i principali quotidiani raccontano la crisi climatica.

Negli articoli dedicati al riscaldamento del Pianeta, infatti, le aziende si confermano il soggetto che ha più  voce in assoluto (16,3) superando gli esperti (15,3%), i politici (12,8%) e le associazioni ambientalistiche (12,2%).

Tra settembre e dicembre 2022, sono stati 886 gli articoli in cui si parla di crisi climatica: tre su quattro fanno esplicito riferimento alla crisi, ma nella metà di questi la questione è soltanto citata.

Il modo con cui viene riportata una notizia è questione  molto rilevante perché se i media  presentano un tema in una determinata maniera, quel tema sarà percepito in quel determinato modo: se l’emergenza climatica non viene presentata come tale, l’emergenza non esiste. E’ la logica dei talk show bellezza, 

A tale proposito Giancarlo Sturloni , responsabile della comunicazione di Greenpeace,  sottolineava “Tutto questo non cambierà finchè i principali organi di informazione  continueranno a dipendere dalla pubblicità delle aziende inquinanti, e la classe politica  preferirà  assecondare gli interessi dell’industria  dei combustibili fossili anziché quello della collettività.”

Il giornale più attento comunque è il Sole24Ore,  seguito da Avvenire: il primo però parla di riscaldamento globale soprattutto  in modo implicito ( in 125 articoli su 282 del quadrimestre), il secondo  dà un peso più centrale al fenomeno (in 67 articoli su 214).

L’Osservatorio di Pavia, su indicazione di Greenpeace Italia, ha realizzato nel 2022 uno studio che ha analizzato sette TG  di prima serata. Il risultato emerso è che su 42.271 notizie, solo 855 trattavano implicitamente o esplicitamente la crisi climatica. Ad inizio anno la copertura dei media è stata bassa. Quando la siccità ha colpito l’Italia il numero delle notizie sulla crisi sono aumentate. Questo sta a significare che l’informazione segue la cronaca degli eventi. Specie se hanno caratteristiche estreme.

Questi fenomeni rappresentano il 7% delle notizie ed hanno permesso ai temi ambientali e climatici di essere in cima all’attenzione dei media  per settimane. 

Però i fatti tragici legati al clima non possono esser dati da soli, tanto più se vengono trasmessi in modo sporadico, sganciati come “ bombe ad orologeria” nel quotidiano vivere delle persone. 

Sarebbe utile seguire un altro metodo d’informazione, lasciando spazio  d’intervento ad esperti al fine di spiegare in dettaglio  cosa possiamo aspettarci e quali comportamenti adottare in queste circostanze.

Ma l’informazione è decisamente parziale, perché poco si parla delle cause e quasi mai vengono esplicitate le conseguenze nè tanto  meno vengono indicati i responsabili.  Poche volte si fa riferimento ai combustibili fossili che sono stati scientificamente riconosciuti come la causa principale di questa crisi.

Ad intervenire in genere sono politici o istituzioni nazionali o internazionali che rappresentano  il 63% degli intervistati. Il TG5 ( con il 2,7% sul totale delle notizie trasmesse) e il TG1 (2,4%) sono i TG che danno più spazio ai cambiamenti di clima, mentre in coda troviamo il TGLa7 di Enrico Mentana con appena l’1% delle notizie trasmesse.

Anche nei programmi di intrattenimento in 116 delle 450 puntate monitorate, si è parlato di clima. La trasmissione che più ne ha parlato è Uno Mattina (Rai1), meno di tutte l’Aria che Tira (La7). 

A conferma di quanto possa essere fideistico e superficiale il modo di affrontare il tema del riscaldamento climatico anche da parte   di giornalisti famosi basta citare Bruno Vespa che, nella sua striscia quotidiana dopo il TG 1, congedandosi  da Carlo Buontempo, direttore di Copernicus  servizio cambiamento climatico dei satelliti europei, l’ha salutato con un “Bene, grazie direttore e che Dio ce la mandi buona”. 

Le notizie fasulle – rapporto Censis

  Il dato più sconcertante evidenziato dal Rapporto è tuttavia l’elevato numero di notizie -più di una su cinque-  che hanno diffuso argomenti a favore dello status quo e contro le azioni per il clima come , ad esempio, sostenere che la transizione ha costi eccessivi o invocare una esasperata gradualità degli interventi, favorendo di fatto l’immobilismo.

Per quanto riguarda infine  le testate di informazione più diffuse su Instagram, che spesso è punto di riferimento per i più giovani, nella prima metà del 2022 le notizie sulla crisi climatica sono state poco meno del 3%. Hanno trovato più spazio gli aspetti sociali e ambientali  rispetto a quelli politici ed economici.

Il monitoraggio dei media italiani continuerà per tutto l’anno 2023.

Dobbiamo registrare,  come i dati esplicitati finora siano confermati dall’ultimo rapporto Censis su “ il sistema dell’informazione alla prova dell’Intelligenza artificiale”, pubblicato il giorno dopo il nubifragio in Lombardia di qualche settimana fa, mentre la Sicilia continuava e continua a combattere contro  gli incendi.

Dalle informazioni raccolte emerge che  per il 16,2%  degli italiani il cambiamento climatico non esiste, e per 34,7%  è convinto che ci sia un eccessivo allarmismo. Queste percentuali salgono quando fanno riferimento ai più anziani e tra i meno scolarizzati

Ciò che aumenta tra gli italiani è la paura e il timore di non essere in grado di riconoscere le informazioni false. Il 76,5% ritiene infatti, che le fake news siano sempre più difficile da scoprire, il 20,2% è convinto di non avere gli strumenti  e le competenze per riconoscerle e il 61,1% di averne solo in parte.

Dal Rapporto Censis si evidenzia, inoltre, come il 29,7% della popolazione neghi l’esistenza stessa delle bufale, ma pensa che siano notizie vere che vengono deliberatamente censurate. 

La ricerca mette in evidenza come sia cresciuta la consapevolezza degli effetti devastanti della disinformazione che può essere arginata da professionisti della comunicazione accreditati come fonti autorevoli e garanti dell’affidabilità e della qualità delle notizie.

Il rapporto del Censis , inoltre, mette in evidenza come sia cresciuta l’esigenza delle persone ad essere informate in modo scientificamente corretto, con la consapevolezza degli effetti devastanti delle notizie fasulle. 

Di fronte alle insidie che possono venire dal web e dall’utilizzo dell’intelligenza Artificiale , per distinguere la buona dalla cattiva informazione, servono competenze solide sulle nuove tecnologie.  Il 64,3% degli italiani usa un mix di informazioni tradizionali e on line, il 9,9%  si affida solo ai media tradizionali e il 19,2% alle fonti on line.

Un fenomeno  che danneggia la qualità dell’informazione è il Greenwashing. Ossia una strategia di comunicazione  che si basa su scelte aziendali in apparenza ecosostenibili allo scopo di occultare l’impatto ambientale negativo.

Un ulteriore modo per  fare informazione  truffaldine è quello  di presentare il tema del riscaldamento terrestre come poco urgente o che la transizione energetica determinerà la perdita di posti lavoro. Questo fenomeno è chiamato baclashing. Ossia oggi non si può più negare in modo esplicito il cambiamento climatico, allora si fa in modo che la transizione avvenga il più tardi possibile .

Quando la relazione uomo-riscaldamento climatico diventa di dominio pubblico inizia una sistematica azione di negazionismo climatico che oggi è molto ben documentata: le industrie che alimentano maggiormente le emissioni climalteranti, in primis le Major dell’Oil&Gas che producono combustibili fossili, spendono miliardi per  campagne di disinformazione,  confondendo i cittadini e seminando dubbi ed obiezioni infondate. 

Dubbi che vengono ripresi anche da quotidiani autorevoli   come il Wall Street Journal e il New York Times, ma anche da emittenti televisive famose come Fox News. 

Non c’è  più tempo

La giornalista del Corriere della Sera Milena Gabanelli ha denunciato  che fra il 2003 e il 2019 alcune organizzazioni pseudo-scientifiche, impegnate nella comunicazione sul negazionismo climatico,  hanno ricevuto dalle Major fossili più di 900 milioni di dollari all’anno di finanziamenti  per campagne di disinformazione  sul clima, finalizzate a negare la correlazione diretta tra le attività umane ed il riscaldamento climatico.  

Il metodo  di negazione adottato è simile a quello utilizzato dall’industria del tabacco,  basato sul diffondere teorie rivolte a negare e screditare il lavoro di migliaia di scienziati, non in maniera argomentata, ma piuttosto tramite una “strategia del dubbio”.

L’inganno da parte delle major fossili era già iniziato negli anni ’80 quando i tecnici della Exxon e della Shell  avevano formulato previsioni, tenute segrete. Tali previsioni erano molto precise e in sostanziale sintonia con quello che è avvenuto nel corso di questi anni circa la crescita delle concentrazioni di gas serra ed il conseguente  aumento delle temperature.

Ma all’opinione pubblica tutto questo è stato nascosto anche perché siamo in presenza di una mole di fake news, prodotte sul riscaldamento climatico, non solo sui social ma anche da professionisti della disinformazione. 

Naturalmente le critiche che abbiamo sollevato non possono essere generalizzate, poichè riconosciamo il valore fondamentale che svolgono i media nel diffondere una cultura  seria ambientale  e nel far capire l’importanza della transizione energetica.

Purtroppo, dobbiamo constatare che oggi l’informazione  sulle tematiche connesse alla crisi del clima non sempre viene fornita con il dovuto rigore scientifico e con un adeguato livello di approfondimento.

Per questo cento scienziati italiani  giorni fa hanno redatto una lettera aperta ai media,  con cui si è voluto sottolineare che omettere o falsificare le notizie sulla crisi del clima “rischia di alimentare l’inazione, la rassegnazione o la negazione della realtà, traducendosi in un aumento dei rischi per le nostre famiglie e le nostre comunità, specialmente quelle più svantaggiate”.                                 

Informazioni su Walter Bottoni

Nato il primo settembre 1954 a Monte San Giovanni Campano, ha lavorato al Monte dei Paschi. Dal 2001 al 2014 è stato amministratore dei Fondi pensione del personale. Successivamente approda nel cda del Fondo Cometa dei metalmeccanici dove resta fino 2016. Attualmente collabora con la Società di Rating di sostenibilità Standard Ethics.
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