DRAGHI OGGI E LE EMERGENZE NAZIONALI

di Giuseppe Amari

Il Presidente Mattarella ha dato l’incarico esplorativo a Mario Draghi per la costituzione di un governo che non si identifichi con questo o quel partito, con questo o quello schieramento. La sua discesa in campo non è quindi il Draghi invocato strumentalmente da tempo e da molte parti per combattere il Governo Conte.
Non c’è dubbio che si tratti di una scelta di emergenza pari alla situazione di emergenza in cui versa il Paese.
Emergenza per dati oggettivi, sanitari, economici e sociali, su cui è inutile soffermarsi; emergenza non meno per la situazione politica, già difficile da tempo e poi precipitata per una crisi non «incomprensibile», come si sente ancora dire, ma per una strategia ben consapevole.
Non solo e non tanto da chi direttamente questa crisi l’ha causata, ma di chi se ne è servito sino in fondo.
Con l’obiettivo di rompere quell’alleanza che vedeva in Conte il punto di sintesi e di equilibrio e che ben stava operando in una situazione di inedite e incredibili difficoltà. Un’alleanza che, proprio per i suoi risultati, si poteva presentare ai prossimi appuntamenti elettorali con buone probabilità di invertire gli attuali sondaggi.
Di qui il tentativo, in pieno corso, di ribaltare il tavolo, di riguadagnare il PD all’usato sicuro degli accordi del Nazareno e ricacciare il Movimento 5 Stelle alla facile opposizione dura e pura e quindi inutile. Scontando anche un governo delle destre.
Sta dunque ai dirigenti di questi partiti dare prova di saggezza e di consolidare quell’allenanza strutturale su cui loro stessi puntano, con il medesimo leader e capace di aggregare gli attuali alleati e altri ancora che andrebbero altrimenti dispersi.
Ma questo richiede che il PD faccia finalmente i conti con il renzismo, forse l’elemento di maggiore ambiguità dell’attuale politica italiana e il M5S completi – e si chiarisca meglio al suo interno – la transizione nelle istituzioni assumendosi la fatica e la responsabilità di fare politica con le necessarie mediazioni pur nella salvaguardia dei valori fondamentali; di consolidare una leadership e un radicamento territoriale.
Una fatica e responsabilità che, va riconosciuto, ha dimostrato in queste concitate giornate e che forse proprio per questo ha costretto Renzi a rovesciare infine il tavolo, rendendo palese il suo vero obiettivo.
L’incarico a Draghi, rappresenta certo una sconfitta della politica, con responsabilità non egualmente condivise, ma può concedere una pausa di decantazione e di dare il tempo per quei necessari chiarimenti di cui parlavo prima.
In fondo anche Giuseppe Conte, almeno all’inizio, proveniente dalla miglior scuola giuridica, ha segnato la debolezza della politica, anche se poi ha assunto un ruolo centrale di cui il Paese deve riconoscenza.
Ma l’emergenza oggettiva richiamata all’inizio non permette vuoti di potere. E le elezioni immediate, pur del tutto legittime, trovano le numerose controindicazioni ricordate dal Presidente della Repubblica. Senza contare l’attuale difficoltà del centrosinistra che deve ridefinire il suo perimetro e precisare il suo progetto.
Oggi Draghi rappresenta sicuramente una garanzia sia per la delicata situazione finanziaria, sia per l’affidabilità e l’ancoraggio europeo: due condizioni essenziali e in continuità con il Governo Conte.
Mario Draghi è stato di recente nominato membro della Pontificia Accademia delle Scienze e va ricordato che «l’economia di Francesco» è una economia socialmente ed ecologicamente avanzata e nulla ha che vedere con i populismi, suprematismi ed egoismi nazionali.
Contro queste derive aiuterà anche l’attuale presidenza americana.
Draghi è stato allievo di Federico Caffè il cui impegno sociale è a tutti ben noto. Ma – si dice – è stato un allievo fedele?
Certo Caffè non avrebbe condiviso il suo impegno apicale nella Goldman Sachs e la lettera della BCE inviata al governo italiano, firmata con Trichet, che chiedeva riforme neoliberiste (meglio: pseudoliberiste), comprese quelle sul lavoro, su cui mi pare non sia più tornato, come avrebbe criticato la politica di dismissione di molte partecipazioni statali a cui si trovò a collaborare come Direttore del Ministero del Tesoro.
Ma, Caffè, europeista convinto, avrebbe molto apprezzato il suo ruolo di rottura in BCE rispetto alle politiche precedenti e che rappresenterà anche il preludio alle successive modifiche di quelle europee più in generale.
Nella sua funzione di «civil servant» in Italia e in Europa nessuno può negare che abbia svolto quegli incarichi con «disciplina e con onore» richiesti dall’art. 54 della Costituzione, a differenza di troppi esempi nostrani che è inutile menzionare tanto sono noti.
Una qualità particolarmente a cuore a Federico Caffè e il cui imprinting, soprattuto in questa fase di emergenza nazionale, dovrebbe farsi sentire particolarmente da chi lo ebbe come lui, maestro ed amico affettuoso.
Ma Draghi, se riuscisse nel suo tentativo, non potrà comunque rappresentare l’alibi o il pretesto per le forze politiche e quelle sociali per sottrarsi dalle loro responsabilità per le ardue scelte che dovranno essere effettuate.


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