Un focolaio in Fisac-Cgil

Siamo particolarmente felici di pubblicare una recente lettera di un indomito dirigente della Fisac/Cgil – Ugo Balzametti coautore insieme a Mimmo Moccia della “storia dell’organizzazione sindacale dei bancari della Cgil” di cui ne abbiamo già parlato a partire dall’8 luglio 2020.

Vi invitiamo a leggerla attentamente per l’eleganza e lo stile dell’uomo che fanno apparire misere le vicende che hanno toccato ora questa gloriosa organizzazione.

Caro Giuliano (Calcagni), giorni fa scorrendo facebook mi ha colpito la notizia, quasi nascosta, dell’elezione di un nuovo segretario generale della Fisac. La cosa mi ha non poco sorpreso e incuriosito e sono andato a leggere tutto il carteggio disponibile sul sito, intercorso tra te e altre compagne/i per comprendere quanto successo, ed è probabile che, per la mia grande imperizia, devo aver dato un ‘like’ che è esattamente l’opposto di quel che penso. Dopo l’interruzione un “poco” burrascosa del mio rapporto con la Fisac, sono rimasto volontariamente silente e saltuariamente ho seguito le vicende del sindacato a cui ho dedicato una vita. Purtroppo, poi, negli ultimi quattro anni mi sono dovuto misurare con problemi fisici di una certa importanza, e ancora oggi la battaglia continua. Questa può essere l’occasione per chiarire.
Tornando indietro nel tempo, una sera di ottobre del 2010, mi convocasti, presente Megale allora eletto da poco segretario generale, e mi comunicasti che il mio impegno in Fisac si era esaurito, poichè la ristrutturazione della Federazione comportava la riduzione degli organici. Dopo un breve alterco “gentilmente “ mi accompagnasti alla porta.
Per chi non mi conosce, posso dire che ho fatto una lunga militanza nella Fisac di Roma e del Lazio, sono stato segretario generale delle due strutture, nonchè responsabile della zona centro di categoria. Nei primi anni della mia esperienza sindacale sono stato nella segreteria del CAC Credito Italiano. Esaurita questa lunga esperienza sul campo a livello territoriale e aziendale, ho continuato il mio impegno politico presso la Fisac Nazionale, con la responsabilità di seguire il gruppo Bper e alcune medie aziende che avevano sede a Roma. Inoltre ho avviato, su indicazione della segreteria nazionale, un progetto, senza scadenza, che, con l’affermarsi dell’economia digitale, combinava studio e analisi dei processi organizzativi, al fine di riaffermare il diritto al lavoro come diritto inalienabile della persona. Per questo era necessario individuare e arricchire la strumentazione contrattuale, per un intervento e controllo delle condizioni di lavoro e della organizzazione produttiva, ed analizzare come i modelli organizzativi, la loro rapida e radicale evoluzione, incidessero sulla salute della persona, sulle sue condizioni psicofisiche. Naturalmente, abbiamo dovuto confrontarci all’inizio con veri e propri pregiudizi all’interno della Fisac, a tutti i livelli, rispetto al “modo normale” con cui si era fatta, fino allora, la contrattazione nazionale ed aziendale. Si è sottovalutato il ruolo degli RLS. C’era una difficoltà culturale a guardare “oltre”. Tanti apprezzamenti a parole però anche tante delusioni. L’unica soddisfazione, grazie all’impegno del compianto ed amato compagno Ezio Dardanelli e di compagne e compagni di diverse strutture regionali, essere riusciti ad inserire per la prima volta nel ccnl un articolo specifico che affrontava i temi della salute, non con un semplice richiamo, ma come materia che aveva pari dignità delle altre.
Caro Giuliano oggi, purtroppo, dobbiamo dire che la realtà ha superato l’immaginazione. I temi della salute , del benessere lavorativo, dello stress sono entrati a gamba tesa nell’agenda sindacale. Lo shock determinato dal Covid 19 ha fatto emergere tutte le fragilità, le disuguaglianze e le contraddizioni economiche e sociali di un sistema che ha fallito la sua missione. Ad esempio “il lavoro agile” negli accordi nazionali con Abi era trattato con equilibrio tra la richiesta possibile della lavoratrice/lavoratore e le necessità dell’azienda. Oggi, per dimensione e qualità, questo strumento contrattuale è applicato dalle aziende in modo sempre più massiccio determinando, nell’immediato futuro, problematiche nuove e complesse, che potranno incidere seriamente anche sulla struttura contrattuale.
Questi temi li affrontammo anche sul piano internazionale. La Fisac Nazionale è stata capofila di quattro progetti europei che hanno visti coinvolti 23-27 paesi comunitari, con al centro l’analisi di come si andavano modificando i modelli organizzativi delle aziende finanziarie europee, le ripercussioni sulle condizioni di salute e sul modo di lavorare delle lavoratrici e dei lavoratori.
Naturalmente sono stati pubblicati gli atti, ma nessuno li conosce, anche solo per criticarli, sono rimasti nei cassetti della federazione.
Come nel cassetto è rimasto un lavoro significativo, sulla storia della Fisac , realizzato per i 60° anni della nostra organizzazione. A tal proposito tu come responsabile dell’organizzazione sapevi bene chi aveva lavorato per quel che io ritengo un patrimonio collettivo da non disperdere, utile per far conoscere ai giovani ed ai meno giovani quali sono le nostre radici, qual è la nostra storia, non per guardare indietro, ma per esser fieri di avere una casa con fondamenta solide. Eppure sul sito della Fisac quella pagina di storia dell’organizzazione è desolatamente anonima.
Nelle tue lettere, fai più volte riferimento a quello che tu chiami un “carattere ruvido”. Posso dire a ragione, un carattere incline alle mediocrità.
Vedi Giuliano, tornando indietro nel tempo, avrei preferito che quella sera mi avessi detto (ti conosco troppo bene, ero segretario generale quando entrasti giovanissimo nella sas Comit,) che la mia collaborazione si esauriva per una valutazione di merito e di competenze. Ma era più facile per te far passare l’dea di una persona opportunista, attaccata alla sedia.
Quando entrai nella stanza dove ero stato convocato da te e da Megale, ebbi subito la sensazione netta di quello che stava succedendo, di quello che sarebbe successo nel tempo. Ti sembrerà strano, non sei “ruvido”, sei un libro aperto.
Quando la Politica rimane fuori dalla porta, tutto diventa merce di scambio, si aprono linee di credito che poi devono essere messe all’incasso, la fedeltà è il metro di giudizio usato per definire i rapporti con le persone e/o strutture, si consolida una corte di yes men, tutto si gioca sull’immagine, privilegiando strategie e tattiche come unico obiettivo, il potere.
Ho visto che ti sei a lungo soffermato sulla tua storia personale di iscritto e militante del Pci, ti posso assicurare che tanti compagne e compagni potrebbero raccontare la propria storia di militanza politica, perchè negli anni settanta essere comunista era una scelta di vita, nei valori e nei comportamenti pratici. Per fortuna non eri e non sei unico.
Nella tua lettera elenchi le cose positive che hai realizzato ed è giusto che tu le rivendichi. In particolare ho sempre pensato che le tue esperienze prima in Comit, via via negli altri processi di accorpamento, ti abbiano fatto maturare una certa capacità contrattuale, a volte un po’ troppo disinvolta.
Però alla fine della tua lettera arrivi ad evidenziare il punto politico centrale: ti domandi della “singolarità dei capi di imputazione” che ti vengono addebitati, come fossi un pugile che ha preso un colpo a freddo e si guarda intorno sorpreso.
No, Giuliano non devi essere sorpreso. Tu sai bene che raccogli quello che hai seminato nel corso di questi dieci anni. Nei tuoi scritti sottolinei a più riprese la figura di Berlinguer e, come lui, avresti voluto essere un “capo forte, rassicurante inclusivo che ha fatto della questione morale un tratto distintivo della sua azione politica”. “
Scusami ma il paragone mi sembra un po’ forte ed irrealistico. Non ho elementi conoscitivi di questi ultimi dieci anni. E’ una parentesi lunga, ti ho perso di vista, ma ho la presunzione, forse anche sbagliando, di fare le mie valutazione sulla base di una conoscenza ventennale, dove abbiamo avuto la possibilità di misurarci e di conoscerci .
Hai detto “meglio un compagno spigoloso che viscido”.
Nella mia esperienza sindacale ho avuto a che fare con compagni veramente spigolosi, severi, autorevoli sul piano politico che ti mettevano in difficoltà.. Uno era il compagno Raniero Sani, un altro era il compagno Alfieri che tu hai ben conosciuti. Ma anche tanti altri. Non è questione di carattere, ma di coerenza nel rappresentare la Cgil. Ricordo, ad esempio lo scontro durissimo tra Pizzinato, allora segretario generale della CGIL, e la sas di Roma del Banco di Napoli, sull’assunzione dei figli dei dipendenti.
Questo, ad esempio, è ed è stato sempre uno di quei temi su cui abbiamo misurato la nostra coerenza a tutti i livelli. Credo che anche oggi sarebbe opportuno ribadire la stessa convinzione.. Questo sì diventerebbe un terreno “viscido”. Hai mai verificato, come responsabile dell’organizzazione prima, come segretario generale poi, se ci sono o ci sono state situazioni poco chiare ? Sarebbe importante poter riconfermare con nettezza che la Fisac, diversamente da altre organizzazione, non chiede e non ha chiesto mai, ad ogni livello, l’assunzione di figli, parenti, amici, amiche.
Vedi Giuliano, quando i presupposti della strategia politica di una organizzazione, nel caso specifico la Fisac, si fondano su elementi che prima ho tentato di esplicitare, è evidente che quella strada porta ad una “guerra per bande”, ad un clima irrespirabile, ad una deriva trasformistica che non si sconfigge attraverso la difesa di una astratta identità, ma tramite nuove categorie di ricerca, di studio, attraverso una progettualità politica che si confronta assiduamente con i processi della realtà, che non ha paura del nuovo e con la capacità di formare nuove leve di dirigenti donne e uomini.
Caro Giuliano tanto ti dovevo

Ugo Balzametti

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