Segnali di Fumo

Cronache da quella riserva indiana che è la scuola

Sarà questo strano periodo che stiamo vivendo e subendo allo stesso tempo. Un tempo che sembra incastrato in un orologio senza lancette o peggio dove la lancetta dei secondi continua a battere nello stesso punto senza procedere. Sarà che gli alunni sono rifiniti nello schermo di un computer, incasellati e risucchiati nelle loro camerette come in un incantesimo, Sarà che ho fatto il vaccino Astrazeneca da due settimane e non ho avuto alcun effetto collaterale ma sento dire che il vaccino viene sospeso in attesa di maggiori chiarimenti. Ancora un tempo sospeso. Sarà tutto questo che alla fine mi ha fatto fare uno strano sogno che vi voglio raccontare. Magari tra di voi c’è uno psicologo per una psico-analisi a distanza.

 
Ecco il sogno:
Mi trovo in una classe all’inizio della mattinata, e ho la netta sensazione che non sarebbe stata una giornata come le altre. Tra gli studenti seduti nei banchi noto una certa agitazione ma stranamente non sono affatto rumorosi, neanche quel “normale” brusio che è la costante colonna sonora del loro essere vivi. Il suono della campanella stretto e lancinante attraversa lo spazio e per un po sembra fissarsi nella testa come un chiodo. Con un gesto meccanico prendo il gesso sulla cattedra e mi avvicino alla lavagna. La superficie sembrava più nera del solito: un buio propfondo, come quello che si potrebbe vedere dall’oblò di un’astronave perduta nello spazio. Per un attimo mi sento un astronauta che galleggia nel vuoto siderale. Chiudo gli occhi forte. Magari quando li riapro torna tutto normale. Macchè il nero della lavagna sembra ancora più intenso, anzi sembrava aver preso profondità. Avvicino il gesso per tracciare un segno sulla superficie, un segno che avrebbe finalmente messo fine quella sensazione. E proprio quando sto per sentire il tocco del gesso sulla lavagna, ecco che la mano sprofonda nel vuoto e la vedo sparire al di là, inghiottita dal buio. Istintivamente provo a ritrarla ma invece perdo l’equilibrio e mi ritrovo in bilico, immerso fino alla cintura, in quello spazio nero e vuoto. Intorno a me galleggiano, come galassie, una serie di segni: rette, numeri, figure geometriche, lettere, e poi ancora grovigli di linee, frammenti di parole, disegni… Tra tutti quei segni riconosco qualcosa che avevo scritto io stesso chissà quando. Quell’ammasso di materia bianca doveva essere tutto quello che era stato scritto negli anni su quella lavagna. Una memoria vivente fluttuava intorno a me, nulla era stato effettivamente cancellato, ma continuava ad esistere. Una materia che si frammentava e si riordinava sempre in qualcosa di nuovo, come alla ricerca di una soluzione che armonizzasse il tutto. In quel momento mi ricordo quando, da bambino, osservavo la grande e vecchia lavagna della mia aula. Così consumata che la superficie non era più nera ma grigia e a guardare attentamente si notava un fitto pulviscolo bianco. Come se tutta la materia che conteneva premesse sulla superficie per uscire e invadere l’aula.
Già, l’aula … gli studenti… cosa staranno vedendo. Con uno sforzo mi giro quanto basta per vedere le loro facce con gli occhi spalancati, vedermi inghiottire dalla lavagna e sparire.

 

di Guglielmo Pernaselci

 

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