Salario minimo, oltre la propaganda

 

di Ugo Balzametti

 L’Italia …sempre più povera

In materia di lavoro, pochi argomenti come il salario minimo legale sono in grado di polarizzare il confronto tra realtà sociali contrapposte. Non è la prima volta che questo tema finisce sotto i riflettori del dibattito politico, ed anche oggi il confronto si è riacceso, ha assunto toni politicamente strumentali dopo la presentazione di un disegno di legge unitario delle opposizioni in Parlamento che individua una soglia minima inderogabile di  9 euro/ora –  Ancora una volta si rischia di perdere un’occasione per un confronto costruttivo. 

Credo che nessuno possa negare che ci sia un problema salariale che riguardi il nostro Paese. Ormai da tempo è  quasi fanalino di coda nelle variazioni dei salari e nella crescita in Europa. Inoltre ci sono alcuni settori specifici del mondo del  lavoro  dove i sistemi di protezione non sono stati sufficienti o comunque non hanno tenuto alla prova del tempo.  Negli ultimi vent’anni il Paese è stato travolto da enormi trasformazioni economiche e sociali e la mancata attuazione di alcune norme fondamentali della nostra Costituzione, principalmente inerenti ai rapporti economici, ha inevitabilmente portato ad una situazione del tutto caotica.

I numeri  in effetti sono inquietanti. Nella classifica delle buste paga l’Italia è al nono posto nell’Eurozona, dietro di noi ci sono solo i Paesi dell’est che applicano sistematicamente dumping salariale.  Per l’Ocse siamo addirittura 23esimi su 36. L’INPS calcola 4 milioni e mezzo di lavoratori che guadagnano meno di 9 euro/ora e di questi 2 milioni sono sotto la soglia degli 8 euro/ora.

Questa realtà è solo la punta di un iceberg che alimenta il progressivo proliferare di contratti non rappresentativi, i quali “nuotano” in un mercato del lavoro insostenibile a livello salariale per almeno 3,6 milioni di persone, con retribuzioni che, come attesta l’Ocse, hanno visto dal 1990 al 2020, non solo una stagnazione ma addirittura una diminuzione (- 2,90).

Nell’Italia campione di statistiche, la contrattazione collettiva  riguarda quasi il 97% di tutti settori produttivi, la copertura di questi contratti non ha saputo garantire salari in linea con il parametro della “proporzionalità e adeguatezza” stabilito dall’art. 36  della Costituzione.

Ciò ha alimentato: la crescente mobilità del lavoro e del capitale che ha aumentato il rischio di dumping, che rende fragile il sistema contrattuale indigeno; la diffusione di tipologie di lavoro sempre più precario e non sindacalizzato; l’indebolimento del sindacato e delle organizzazioni datoriali. Dietro questo numero, la realtà  e le esperienze di tanti lavoratori e lavoratrici raccontano un’altra storia.

Anche il Testo Unico del 2014 sulle relazioni industriali sottoscritto dalle parti sociali è evaporato nel tempo e ad oggi copre soltanto 22.400 imprese per un totale di 2,4 milioni di lavoratori da esse dipendenti;  i contratti collettivi che si collocano nel suo alveo sono solo 68 sugli oltre 989 censiti dal CNEL.

In questo contesto, in nome della libertà sindacale, non si è mai voluta approvare una legge sulla rappresentanza sindacale in attuazione dell’art. 39 della Carta, tanto meno una legge sul salario minimo in attuazione dell’art. 36 della Costituzione; si è preferito abbracciare la legge del più forte. In nome della libertà sindacale il legislatore del lavoro  ha per anni abdicato al suo ruolo a favore delle parti sociali, delegando alle stesse ogni aspetto delle relazioni industriali.

La Meloni usa il CNEL per affossare il salario minimo

Facciamo un passo indietro. Lo scorso 11 agosto, il governo, sospendendo la discussione parlamentare sulla proposta di legge sul salario minimo, presentata dalle opposizioni, ha chiesto al CNEL di elaborare un documento sulla necessità  di istituire per legge una soglia sotto la quale la paga oraria non può scendere. 

La  richiesta formulata al CNEL dalla Presidente del Consiglio ha assunto, fin dall’inizio. il chiaro tentativo politico di attribuire a quest’organo costituzionale la responsabilità di una scelta che compete  prettamente al governo e , nella sostanza, gli attribuisce una funzione impropria che sul piano istituzionale è una forzatura che non fa altro che  scaricare le proprie responsabilità politiche su altri..

Presidente Meloni perché su questo tema non ci vuol mettere la faccia?

Come previsto per legge, il Consiglio del CNEL è stato rinnovato, ma il governo ha cambiato la composizione dei soggetti rappresentati, introducendo sia tra i sindacati sia tra le parti datoriali soggetti non rappresentativi, modificando così la rappresentanza di entrambi. Contro questa decisione  è pendente un ricorso al Tar.

Per la fase preparatoria del il Documento, il Presidente Brunetta ha nominato una commissione ad hoc di accademici ed economisti che avevano già manifestato il loro orientamento contrario al salario minimo. Questa anomala situazione  è  spiegata molto bene dal prof. Caffè quando affermava che  “ci sono due tipi di consiglieri economici. 

Coloro che lavorano a contatto con il policy makers  e devono in una certa misura razionalizzare le decisioni dell’autorità pubblica;  e coloro che invece svolgono da posizioni accademiche o di impegno civile un ruolo indipendente di stimolo e di guida al dibattito pubblico.  I primi li potremmo definire i “consiglieri del principe” e i secondi “i consiglieri dei cittadini”   ( Bruno Amoroso  Federico Caffè – Le riflessioni della stanza rossa)

Se questo è il quadro iniziale nasce un problema politico serio, anche per il futuro, in  quanto il CNEL è un organo costituzionale che ha funzioni di supporto  tecnico di analisi e studio per tutti gli organi  istituzionali, compreso il governo. Il CNEL per sua natura non ha compiti di mediazione specie su un tema così sensibile come il salario minimo. Non se ne valorizza la funzione procedendo a colpi di maggioranza. Chiunque abbia questa idea fa un cattivo servizio all’istituzione.

Il rischio che si paventa è quello della “strumentalizzazione di qualunque testo che non tenesse conto di tutte le posizioni in campo e non pregiudicasse il necessario confronto tra governo e parti sociali, oltre al  dibattito in Parlamento” (Tania Sacchetti, consigliere Cnel indicata dalla CGIL)

 Sappiamo bene che gli aspetti tecnici non sono mai neutri. Certo la complessità del mercato del lavoro, la sua frammentarietà è tale che analizzarlo non è cosa semplice. Però, ad una lettura attenta, si ha la sensazione da come i dati vengono interpretati,  che si voglia pre-figurare una situazione salariale  che non sia confacente con la realtà.

L’elaborato della Commissione del Cnel è stato approvato in assemblea con 39 voti a favore e 15 contrari su 54 votanti. I presenti erano 62 quindi 8 consiglieri non hanno espresso il voto. Contro hanno votato CGIL UIL e USB. No anche dai 5 consiglieri di nomina presidenziale. E dire che il Presidente Brunetta, nella conferenza stampa, ci ha tenuto a sottolineare che il testo era stato approvato quasi all’unanimità. Piccole bugie che servono solo a sposare le tesi del governo.

Prima di entrare nel merito di alcuni aspetti del Documento redatto dalla  commissione Brunetta, è opportuno sottolineare che  nella proposta di legge, presenta unitariamente dalle opposizioni ,il salario minimo è dettato dai contratti collettivi più rappresentativi per ciascun settore. 

Qualora non vi sia un contratto applicabile o è applicato un contratto collettivo che prevede un livello salariale inferiore  ai 9 euro/ora, è quanto mai necessario stabilire una soglia minima sotto la quale non scendere.   Si tratta di applicare  fino in fondo l’art. 36 della Costituzione.

Senza sorprese, il  Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro ha messo nero su bianco: il salario minimo non è la priorità per l’Italia e conseguentemente viene proposto il rafforzamento della contrattazione collettiva  definita di “qualità”, e contiene tutte le obiezioni già mosse dal governo rispetto alla soglia minima legale di 9 euro/ora proposta dalle opposizioni. 

Il testo ha come bussola di riferimento la Direttiva europea entrata in vigore lo scorso novembre, che detta parametri e procedure che gli Stati membri dovrebbero seguire per garantire ai propri  cittadine un salario minimo adeguato.    Dopo tormentati confronti in sede EU è stata decisa l’opzione di “non imporre agli Stati membri alcun obbligo di fissare un salario minimo legale”. 

Ogni Paese membro con un tasso di copertura  della contrattazione collettiva inferiore all’80% è tenuto ad adottare misure volte a rafforzarla. Pertanto nel rispetto della contrattazione e delle parti sociali, la soglia dell’80% deve essere interpretata cone indicatore che fa scattare l’obbligo di elaborare un Piano d’azione. 

Il Documento licenziato dal CNEL ha un contenuto che possiamo definire interlocutorio/dilatorio, quando lamenta non solo la mancanza di convergenza nel dibattito tra accademici, ma anche la carenza di informazioni quantitative  sugli effetti di un possibile intervento legislativo. In questa prima fase si è fatto un quadro generale e dottrinario sull’applicazione del salario minimo; solo  successivamente  verranno definite proposte che  il CNEL porterà  in discussione. 

Da un’attenta analisi del testo viene fatta balenare l’idea che il mercato del lavoro italiano sia totalmente regolato dai sindacati e dalle associazione di categoria e afferma che quasi il 100% dei lavoratori italiani è coperto dalla contrattazione Il CNEL afferma che nel 97% dei casi (come abbiamo detto in precedenza)  si tratta di contratti sottoscritti da CGIL CISL e UIL, che fissano dei minimi salariali superiori ai 9 euro/ora. 

Da ciò la Commissione ha dedotto che un salario minimo non servirebbe in quanto  alla fine riguarderebbe solo lo 0,4% dei  lavoratori. In questa circostanza potremmo essere d’accordo con il prof. Brunetta.             Per tutelare i diritti  di questa fascia minoritaria di  lavoratori basterebbe, a questo punto, rendere obbligatorio per i datori di lavoro applicare i salari sottoscritti dai sindacati maggiormente rappresentativi a tutti i lavoratori, erga omnes

E’ bene sottolineare, inoltre, che il salario minimo è uno strumento che si rivolge essenzialmente a fasce marginali, relativamente piccole  della forza lavoro. Si tratta di persone che fanno “lavoretti poveri” a ore, a cottimo, senza diritti e tutele.  In molti paesi non interessa più del 2 -3% dei lavoratori occupati. In Italia, in questi ultimi quattro anni, sono progressivamente aumentati a più di tre milioni. 

Il fatto che quasi  tutti i lavoratori di un settore siano coperti dal Ccnl, non implica affatto che un salario minimo  non sia necessario. Serve a garantire il  sostentamento con salari non di fame.  E il fatto che siano per lo più giovani, donne e immigrati non vuol dire che contino  meno degli altri.  

A proposito di retribuzioni, è grave che il CNEL non si faccia carico di un’informazione  puntuale  e trasparente sulle retribuzioni e quindi non riconosca i limiti dei dati disponibili. Si affida unicamente ai ragguagli dell’Inps sulle dichiarazioni contributive che hanno almeno due problemi di notevole importanza cui il documento non fa menzione  

I numeri dell’Inps, afferma Tito Boeri ex presidente dell’Inps,” non coprono il lavoro nero e solo parzialmente il lavoro grigio (vengono denunciati lavori part time che in verità sono lavori a tempo pieno).L’Inps raccoglie i contributi ma non c’è la garanzia che a questi corrisponda una retribuzione proporzionata.    Alcuni datori di lavoro possono pagare i contributi  corrispondenti ai minimi tabellari della contrattazione collettiva per evitare controlli, ma poi versare ai lavoratori una cifra minore”.

Brunetta nei suoi calcoli inserisce, nella categoria “contratti pirata”, soltanto i contratti firmati da sindacati che non hanno rappresentanza presso il CNEL, non tenendo conto  degli accordi siglati da Cisal e Confsal, considerate organizzazioni rappresentative: 270 contratti che riguardano circa 1,2 milioni di lavoratori. E’ il caso  del contratto degli addetti alla guardiania e dei vigilantes, che hanno paghe di poco superiori a 5 euro, con lo straordinario pagato a metà.  Medesimo discorso vale per l’Ugl per quanto riguarda il lavoro dei raider, il cui numero continua a crescere.  

Due  argomenti molto in voga tra i critici  del salario minimo, sono i possibili effetti inflattivi  dei rialzi delle  paghe minime delle categorie interessate e il potenziale impatto negativo sull’occupazione: le imprese saranno spinte a licenziare.  

La risposta a queste preoccupate osservazioni la possiamo trovare in una ricerca dell’OCSE pubblicata di recente dal “Financial Time” dove si sottolinea che “in media nei Paesi dell’Ocse i salari minimi legali sono aumentati del 29% tra dicembre 2020 e maggio 2023, mentre i prezzi sono aumentati di circa il 25%. In altre parole i salari minimi si sono rilevati “uno strumento politico utile per proteggere i lavoratori più vulnerabili dall’aumento dei prezzi”. 

Inoltre è importante ricordare il rilevante contributo dato da David Card, premio Nobel per l’economia nel 2021, per i suoi studi circa gli effetti sull’occupazione derivanti da un aumento del salario minimo.

Un argomento ricorrente, specie da parte sindacale, è la paura che il salario minimo possa smantellare i contratti collettivi. Ma sono due cose completamente diverse: il salario minimo tutela il lavoratore dalla emarginazione e dallo sfruttamento. Tale valutazione è confermata anche dalle Istituzioni internazionali. La contrattazione non può essere vista in alternativa all’introduzione di un salario minimo.  Chi ha introdotto un salario minimo per legge ha di fatto determinato un limite inferiore, lasciando al mercato e al sindacato tutto lo spazio per dispiegare la dinamica contrattuale. 

Il testo del CNEL afferma che la contrattazione collettiva già di per sè supera o è alla soglia del salario minimo, facendo riferimento alla retribuzioni medie che vengono concordate  dalle parti sociali. Sulla base dei dati Istat del 2019, però, si arriva a 7,10 euro lordi/ora. Una quota molto lontana dai  9 euro previsti dalle proposte di legge e si discosta di molto, per esempio, dai 13 della Germania.

Secondo l’Istituto di statistica i lavoratori con retribuzione oraria inferiore  ai 9 euro/ora sarebbero quasi un quinto del totale, precisamente il 18,2% circa,  coinvolgendo più di 3 milioni di lavoratori.

Esiste poi un ulteriore problema: il sindacato e le associazioni di categoria si rifiutano, da sempre, di misurare il loro livello di rappresentatività. Il professor Boeri che aveva tentato “di fornire misure oggettive della rappresentanza, trovandosi di fronte al muro totale  delle parti sociali a rendere pubblici i dati raccolti sui versamenti delle quote associative.” 

I sindacati si limitano a fornire loro stessi dei dati sulla loro rappresentanza che sono sistematicamente più alti di quelli che si rilevano nelle indagini fatte presso i lavoratori. Un salario minimo per legge non avrebbe di questi problemi, perché si applicherebbe a tutti i lavoratori. Nessuno escluso.

Di conseguenza uno dei nodi centrali del confronto/scontro sul salario minimo per legge è quello relativo al triangolo rappresentanza- rappresentatività- contrattazione,  che significa in definitiva realizzare le condizioni previste dall’articolo 39 della Costituzione necessarie a garantire l’erga omnes dei contratti di lavoro. Il legame tra questi tre fattori ripropone il quesito di fondo: chi è sufficientemente rappresentativo da rappresentare i lavoratori e le lavoratrici nella contrattazione? Ad onor del vero la CGIL da tempo ha posto questo tema, forse con troppe timidezze, nel confronto con le altre sigle confederali, perché questa è la strada maestra per sconfiggere i contratti pirata.  

Le riflessioni  fin qui  sollevate, ci convincono che la possibile strada da percorrere sia quella di dare valore erga omnes ai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative dei diversi settori, estendendo in nodo dei diritti sia alla retribuzioni che alla parte normativa. Contestualmente va prevista una soglia di legge sotto la quale il salario non può scendere. La soglia sarà unica per tutte le tipologie di rapporto  di lavoro e dovrà risponde ai criteri previsti dalla Direttiva europea. 

Nella parte finale del Documento troviamo la “ciliegina sulla torta”, ovvero si afferma che il problema dei salari in Italia è un problema legato alla bassa produttività, dunque non è un problema che riguarda il salario minimo.  

 Questa affermazione si basa sull’idea scolastica che il salario sia pari alla produttività marginale, vale a dire al valore di ciò che il lavoratore produce. Come abbiamo evidenziato in precedenza si dà il caso che il datore di lavoro, che è l’unico ‘acquirente’ di lavoro sul mercato, paghi il lavoratore molto meno di quanto produce. Il salario minimo serve proprio ad ostacolare l’eccesso di potere contrattuale che hanno i datori di lavoro. 

Vogliamo ribadire che non è la bassa produttività a determinare bassi salari, ma  è l’esiguità delle retribuzioni a contribuire alla bassa produttività. 

Sarebbe opportuno valutare più configurazioni del salario minimo in via sperimentale, correggere tempestivamente eventuali errori e confrontarsi sui risultati che possono divergere a seconda dei settori e dei territori. Il riordino dovrebbe riguardare il complesso del trattamento lavorativo: retribuzione, contratti, orari, mansioni; la bonifica deve riguardare l’intero sistema, di cui la dinamica salariale è una parte.

Quasi per caso nel giorno che il CNEL licenziava il documento sul salario minimo, la Corte di Cassazione              emanava una sentenza  (27711/2023) che riconosce il valore sociale di retribuire i lavoratori con un salario dignitoso a prescindere dai contratti.

La Corte ha chiarito che “il nostro ordinamento è ispirato a una nozione della remunerazione non come prezzo di mercato in rapporto alla prestazione di lavoro, ma come retribuzione adeguata e sufficiente per assicurare un tenore di vita dignitoso”. 

In altri termini, viene sottratta alla contrattazione tra le parti, ovvero organizzazioni datoriali e sindacati, la possibilità di derogare al principio costituzionale di retribuzione adeguata e sufficiente, per qualsiasi ragione. E’ rimessa ai giudici la facoltà di interpretare se la retribuzione sia in contrasto con l’art. 36 della Costituzione,  in linea con la Direttiva europea, con i dati statistici prodotti dall’Istat e dall’Inps. Questa valutazione apre la strada ad un “salario minimo costituzionale”, ovvero ad una lettura estensiva del mandato dell’art. 36 che non è solo un auspicio generico ma un imperativo preciso, da far rispettare. 

Questa sentenza non farà fare sonni tranquilli al prof. Brunetta.

L’incapacità a  leggere la realtà che incide sulle prestazioni di lavoro aumenta la consapevolezza in noi  che  fissare  per legge  un livello minimo, possa rappresentare un sostegno complementare alla contrattazione collettiva dei salari, anzi assume anche  un  grande valore  etico in una fase storica in cui il valore del lavoro è stato svalutato al punto da consentire lo sdoganamento delle prestazioni gratuite o quasi gratuite, con tipologie di rapporti contrattuali sempre più precarie.  

Il salario minimo non è solo un numero: è la cifra della civiltà del lavoro che vogliamo dare al Paese. Sarebbe bello se questo dibattito rappresentasse un punto di svolta che aprisse la stagione del lavoro di qualità, visto che impieghi precari, culle vuote, morti sul lavoro e bassi salari – a parole – non li vuole nessuno. 

Informazioni su Walter Bottoni

Nato il primo settembre 1954 a Monte San Giovanni Campano, ha lavorato al Monte dei Paschi. Dal 2001 al 2014 è stato amministratore dei Fondi pensione del personale. Successivamente approda nel cda del Fondo Cometa dei metalmeccanici dove resta fino 2016. Attualmente collabora con la Società di Rating di sostenibilità Standard Ethics.
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