Piano nazionale di ripresa e resilienza: un’occasione persa?

Note di  ugo balzametti

Le scelte della Commissione europea

Sono passati quasi due anni da quando il virus Covid -19 ha stravolto la vita degli abitanti di questo Pianeta.  La pandemia, insieme ad una crisi climatica ed ecologica giunta al punto di non ritorno, ha posto interrogativi profondi. Dentro l’emergenza sanitaria e sociale, tutti hanno sperimentato la precarietà dell’esistenza, la fragilità e l’interdipendenza della vita umana, naturale e sociale.

Nel corso di questa tragica e prevedibile esperienza che ha avuto un effetto dirompente  nella vita delle persone,  abbiamo avuto la prova di quali siano le attività e i lavori essenziali per la comunità. Abbiamo toccato con mano quanto sia delicata la relazione con la natura e i differenti sistemi ecologici. Non siamo i padroni del Pianeta, siamo parte della vita sulla terra e da lei  dipendiamo.

Denuta Hubner, economista social democratica polacca che aveva gestito l’entrata della Polonia nelle UE, nel 2008, divenuta commissaria europea,  denunciava che questi fenomeni stavano aprendo gravi faglie e che “dietro pesava  la negazione di ogni via collettiva di uscita”.   

In un Rapporto anticipava ciò che dieci anni dopo sarebbe diventato pensiero comune: “le disuguaglianze personali e territoriali non sono sostenibili, la priorità politica sta nell’innalzare l’accesso e la qualità dei servizi fondamentali, per rendere davvero europea la cittadinanza”. Tale impostazione fu contrastata dal pensiero neoliberista rappresentato dalla Banca Mondiale  e dall’OCSE.

In questo passaggio storico il Net Generation EU si presenta oggi come un’occasione unica per rilanciare gli investimenti pubblici in grado di orientare la domanda, tramite la transizione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica..

I sono  creati, quindi, i presupposti produttivi che concretamente possano favorire la ripresa del lavoro, dell’occupazione e nel contempo diano centralità ai temi della salute, riannodando tali diritti in connessione tra loro, e non in competizione come è avvenuto finora. 

Il nostro Paese, con il suo drammatico contributo di 140.000 vittime, ha l’esigenza di raccogliere tutte le sue forze affinchè si possano gettare le basi di una nuova rinascita economica e sociale.  L’Europa in questa circostanza ha fatto sentire la sua voce tempestivamente, mettendo in campo fondi consistenti come prima mossa politica per tutelare tutti gli Stati dell’Unione e favorire il rilancio economico del continente. 

In questo contesto il 30 aprile scorso il governo Draghi ha inviato alla Commissione europea “il Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR), noto anche con Recovery Plan. Le oltre 300 pagine di questo documento spiegano come il nostro Paese intende spendere le risorse provenienti dal Net Generation EU, il fondo europeo da 750 miliardi di euro pensato per favorire il rilancio economico dell’Europa.

La filosofia che  caratterizza l’intervento della Commissione Europea e quello degli Stati dell’Unione è ancora legato ancora  alla logica delle tre C: crescita, concorrenza, competizione.  

Il Piano Nazionale di Ripresa e resilienza (PNRR) è uno strumento fondamentale perchè in sei anni l’Italia dovrà essere in grado di impiegare 248 miliardi per la realizzazione di 135 progetti che spaziano dal digitale alla rivoluzione verde, all’infrastrutture per la mobilità sostenibile, all’istruzione, alla ricerca, alla sanità, alla valorizzazione dei beni confiscati alla mafia 

Oggi, forse per la prima volta, iniziamo ad intravedere una luce in fondo al tunnel della pandemia, che lascia lutti e la più grande crisi ecologica, economica e sociale dal dopoguerra ad oggi.  Come usa dire Draghi ci stiamo “avvicinando pericolosamente  al bordo di una scogliera”. 

I numeri sono impietosi: il governatore della Banca d’Italia avvertiva nel 2019 che il numero delle persone sotto la soglia di povertà assoluta era il 7,7 della popolazione, mente  nel 2020 ha toccato il 9,4%  quasi 6 milioni, nelle stesso anno  il Pil  è diminuito dell’8,9%.

L’Italia è il Paese con il più alto tasso di ragazzi tra i 15 e i 29 anni non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione. Il tasso di partecipazione delle donne al lavoro è solo il 53%, molto  al di sotto del 67,3% della media europea . Nel 2020  sono stati circa un milione i posti di lavoro persi,  per lo più lavoratori precari, lavoratori autonomi, giovani e donne.  

La pandemia ci ha fatto toccare con mano le responsabilità dell’uomo e la reazione della natura  che, qualunque sia l’origine del virus,  ci dice quanto malato sia il sistema Pianeta. . Il cambiamento climatico, l’inquinamento, la riduzione della biosfera, ci riguardano e dobbiamo agire, cambiare strada in fretta. Cambiare modello  paradigmi, stili di vita.

Se facciamo un’analisi seria del perchè siamo arrivati a tanto degrado, scopriremo che parte delle responsabilità sono legate ad una cultura che ha considerato, e considera ancora oggi, l’ambiente naturale come un bene senza valore, trattata come un magazzino da saccheggiare, una pattumiera da riempire.  

E’ il mito della concezione liberista: il mito della ricchezza, della mercificazione, dell’accumulo, della crescita che ha portato al gigantismo, all’inurbamento, al consumismo, fattori che ampliano sempre di più le disuguaglianze.

Il Covid-19 ci ha anche offerto una base nuova per riflettere sul futuro. Anzitutto una considerazione banale: se sappiamo che le risorse del Pianeta non sono illimitate, se pensiamo che all’economia lineare si debba sostituire l’economia circolare, come pensiamo di crescere indefinitamente?  Se alcuni limiti sono stati superati, il sistema si riequilibrerà comunque.

In questo quadro la domanda che tanti si pongono è se il  Paese Italia sia i grado di raccogliere questa sfida di proporzioni gigantesche.  Dopo la tragica esperienza del Covid-19,  dopo tante analisi fatte nel momento di massima allerta contro il virus, era maturata la convinzione che la rinascita dell’Italia si sarebbe forse realizzata sulla base di idee e progetti innovativi. 

Per evitare gli errori commessi nel passato sono da tener presenti due condizioni:     1) illudersi e illudere che la soluzione dei problemi enormi che abbiamo davanti si realizzi sostituendo tecnici con altri tecnici senza cambiare metodo di lavoro; 2)   “chiudersi nelle stanze del potere”, evitando così di realizzare un confronto vero, diffuso, anche duro, tra competenze istituzionali e quelli espressi dalla società organizzata. E’  una scelta suicida.

Si dice che non c’è tempo per avviare un dialogo sociale, valutazione miope,  perché in questo ultimo anno il “partenariato sociale” ha analizzato e proposto soluzioni concrete, rispetto agli obiettivi strategici che sono in discussione . La stessa Commissione EU sollecita un confronto con le realtà sociali.

Assumere questo metodo, sebbene  si viva ancora in condizioni di grande incertezza, potrebbe significare che  milioni di persone possono trovare nel Piano di Ripresa e Resistenza, nell’intervento dello Stato, alcune  certezze  utili a ri-pianificare i propri progetti di vita, 

IL Piano Nazionale di ripresa e resilienza – PNRR

Finora quello che  registriamo è che la gestione del Piano è tutta accentrata nelle mani di Draghi, affiancato da un ristretto gruppo di ministri e tecnici fedeli. Si sta concretizzando la “tentazione dirigista” di chi si trova a governare in condizioni di emergenza     La sensazione è che si stia affidando il futuro dell’Italia ad una nuova narrazione: un ottimismo celebrativo, fondato essenzialmente sulla autorevolezza e sulle capacità del Presidente del Consiglio.  

Il primo effetto negativo è stato  che il PNRR non sia stato definito con il coinvolgimento del Parlamento che ha potuto visionare il testo quando ormai i tempi della votazione erano scaduti

E’ assordante, in questa circostanza,  il silenzio dei giullari del principe: giornalisti della carta  stampa, delle tv, politici, commentatori.

Inoltre affidare la stesura del Piano ad un plotone  di consulenti esterni, sebbene bravi, che però non avrebbero mai avuto la capacità, la sensibilità, l’orgoglio di coloro che vivono e,  in alcuni casi, risolvono, i problemi con cui ogni giorno si devono misurare.   

Ne è scaturita una fotografia abbastanza sfocata della realtà del Paese. Il Piano si presenta come  una lista di  problemi irrisolti, con scelte di investimenti di cui a volte è difficile capire il senso, mancando  una organica prospettiva di società, di economia  di sviluppo sociale.  

Nel suo discorso alle Camere “la politica industriale”  che non è posta mai come scelta strategica per la rinascita del Paese,, eppure  su questo terreno si gioca la capacità di realizzare i cambiamenti legati alla transizione ecologica e alla diffusione delle tecnologie digitali. 

Dal Governo nessun accenno alla relazione tra conflitti ecologici distributivi e aumento delle disuguaglianze sociali, al nesso tra perdita di biodiversità, insicurezza sanitaria, collasso climatico e diffusione di nuove patologie come il Covid-19.      

Non una parola sull’urgenza di ridurre i consumi energetici, sulla necessità di difendere  e rigenerare i nostri spazi urbani. Investimenti inadeguati circa la manutenzione e il dissesto idrogeologico, nessuna riflessione sul legame tra diritto alla salute e diritto al lavoro.

Questi elementi critici  però, non possono occultare come in questa circostanza, il Recovery Plan EU abbia assunto un’importanza particolare perché per la prima volta i governi europei hanno deciso di emettere un debito pubblico in comune e assumere responsabilità condivise. 

Dei  750 miliardi di euro- raccolti con l’emissione di titoli, 360 miliardi di euro sono risorse distribuite tra gli Stati membri sotto forma di prestiti e quindi andranno restituiti, seppure a condizioni economiche vantaggiose; 390 miliardi sono le risorse a fondo perduto e non andranno restituiti.

Il PNRR del governo italiano ha risorse per un valore intorno ai 191,5 miliardi di euro  che provengono dal Recovery plan UE (L’Italia è il primo Paese  beneficiario in termini di risorse in valore assoluto), di cui 68,9 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 miliardi di prestiti .

Queste somme andranno impiegate tra il 2021 e il 2026 e dovranno creare le condizioni  per la ripresa dalla pandemia e per agganciare la transizione verde e digitale 

Accanto  ai Fondi del Recovery sono stati inseriti  altri 30 miliardi di competenza del Fondo Nazionale complementare, sono soldi del nostro Paese che verranno utilizzati con le stesse procedure semplificate. Ma l’aspetto più interessante è che non dovranno essere rendicontate a Bruxelles e non dovranno essere impiegate entro il 2026.

Il Piano italiano, in base al regolamento europeo che a febbraio 2021 ha istituito il Recovery Plan and resilience facility , poggia su sei pilastri, su sei missioni che sono le grandi aree d’intervento: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura  49,86 miliardi; rivoluzione verde e transizione ecologica 68,6; infrastrutture per una mobilità sostenibile 31,46 miliardi; istruzione e ricerca 31,81 miliardi; inclusione e coesione 29,83 miliardi; salute 18,5 miliardi

Non siamo i padroni del Pianeta

Ferma la valutazione delle scelte quantitativa del Piano, i singoli Stati membri dovranno rispettare alcune “raccomandazioni” sollecitate dalla Commissione europea. La lista per l’Italia è lunga: dall’incremento della spesa per la ricerca, all’abbreviare i tempi della giustizia, passando per il contrasto all’evasione fiscale alla lotta alla povertà. 

Doveva essere il Piano “dei migliori” ma la versione inviata al Parlamento non si discosta da quella presentato da Conte nel gennaio scorso.  Però qualche modo cose nuove ci sono;  è saltato il salario minimo, si sono ridotti gli investimenti sulla salute, sull’ambiente e sulle infrastrutture. Per quanto riguarda l’ambiente scendono di 4 punti percentuali i fondi per l’efficientamento degli immobili.

Nel contempo le imprese continuano ad essere ben foraggiate con fondi pubblici pari a 50 miliardi di euro, mentre alle politiche per il lavoro ne vanno solo 6,6.  L’attenzione alla qualità del lavoro e alla qualità dei posti di lavoro creati è assente.  In un Paese nel quale una donna su due non lavora il Piano non assume la necessità di rimuovere i vincoli  all’entrata e alla permanenza nel mercato del lavoro. 

Non c’è la consapevolezza che la partita dello sviluppo economico e sociale si gioca  sulla qualità dei lavori, della loro stabilità, remunerazione  e delle condizioni di lavoro. Nessun accenno al fatto che siamo il primo paese d’Europa, per le morti sul lavoro. Salvo poi versare lacrime di coccodrillo.  Draghi nel commentare la morte del sindacalista del SiCobas  si è limitato  a dire  “bisogna fare piena luce sull’incidente”

Adil Belakhdin è morto perché lo sciopero non è più un diritto. Solo in queste drammatiche circostanze si riesce a fare luce sulle condizione disumane e di sfruttamento dei lavoratori della logistica.

Luana D’Orazio è morta, sacrificata alla produttività, come le 14 vittime della funivia del Mottarone. Lo sfruttamento e l’insicurezza sul lavoro sono derubricati ad incidenti, atti da sanzionare, come qualsiasi ammenda amministrativa, Ma non producono alcuna inversione di rotta .

 Delle disuguaglianze sociali non si parla e manca qualsiasi strategia per come eventualmente affrontarle. Il discorso è sempre lo stesso: la crescita risolverà tutto.

“Sulla cura della casa comune” è il sottotitolo dell’”Enciclica “Laudato si” di Papa Francesco sottolinea che  la cura di cui si parla è la manutenzione di tutto il Pianeta, del creato.  Manutenzione in particolare delle relazioni tra gli esseri umani; quelle su cui si fonda  la vita di una comunità, per evitare che le persone diventino “scarti” quando non servono più.

Non siamo i padroni del Pianeta e della vita che contiene, siamo parte. Questa realtà pone interrogativi che sollecitano un radicale cambio di paradigma, che, verificata l’insostenibilità di un sistema basato sul mercato e sul profitto,  affermi al contrario un altro modello fondato sulla società della cura di sè, degli altri, dell’ambiente, della casa comune.  

Non è la direzione che stanno prendendo i governi e i grandi poteri economici e finanziari europei, unicamente  preoccupati di ri-stabilizzare il sistema, impiegando le nuove tecnologie e la necessità di intervenire sui cambiamenti climatici, al solo scopo di perpetuare l’esistente.

Ottenere e spendere soldi europei nel più breve tempo possibile; sospendere le garanzie  i controlli, rischiando la vita di chi lavora. Consentire la libertà di licenziare, proteggendo i patrimoni dei ricchi ( rif. alla timida proposta Letta ). Decidere gli obiettivi , i contenuti di progetti del PNRR senza il coinvolgimento di chi quei progetti  con il suo lavoro, di chi vive nei territori dove quei progetti produrranno profondi cambiamenti. sarà chiamato a realizzare. Questa è la direzione di marcia indicata dal Governo per la “ripresa”.

Come gestire questa fase?

Tutto ciò ci fa dire No alle grandi opere, invasive per l’ambiente e onerose; “il grande” obiettivo da realizzare è il riequilibrio tra Nord e Sud del paese, attraverso un’opera capillare di risanamento e di protezione: la cura, la messa in sicurezza, la  protezione dell’ambiente, il contrasto al dissesto idrogeologico,  al rinfoltimento dei boschi e delle aree verdi, la riqualificazione urbana, la salvaguardia dei beni comuni e la  loro gestione pubblica, a partire dall’acqua.  (Documento delle associazioni ecologiste)

Servono opportunità educative, formazione universale e di lungo periodo, demografia positiva, democrazia nell’accesso alle reti e ai servizi, infrastrutture sociali estese ed inclusive. Trasporto pubblico per avere maggiore accessibilità, vivibilità, condivisione dello spazio pubblico. 

Si deve pianificare un robusto intervento  sulla mobilità sostenibile, così come è importante intervenire su un tema che coinvolge i giovani, vale a dire il tema della casa, orientato alla bioedilizia, al risparmio energetico e alla rigenerazione urbana a consumo di suolo zero, in  modo da mettere in condizione i sindaci di dare risposte positive alla drammatica crisi abitativa che segna le grandi città.

Ristrutturazione del suolo devastato da decenni di sviluppo predatorio. Sono italiane otto delle dieci regioni europee dove il rischio idrogeologico è più alto,  e si aggraverà ancor di più con le conseguenze del cambiamento climatico.   Il PNRR assegna solo 2,49 miliardi di euro per 6 anni, mentre l’Ispra che ha il compito di vigilare sui territori, calcola che sarebbero necessari 26 miliardi di euro.

Nello specifico una corretta chiave di lettura del PNRR dovrebbe fare riferimento al contesto dal quale si è generato: la pandemia Covid-19. 

Tutti  ci saremmo aspettati che  la salute fosse il punto centrale da cui partire per dare risposte positive al rilancio del Paese. Del resto l’orientamento della Commissione Europea è quello di dare ai temi della salute il massimo di attenzione 

Il governo alla  fine ha fatto la scelta di ridurre lo  stanziamento per tutelare il diritto alla salute portandolo a 18,6 miliardi di euro, dai 60 miliardi previsti nella prima stesura del Piano. Troppo poco per una riforma seria. 

Le scelte previste dal Piano Nazionale parlano di 1,288 case di comunità, 381 ospedali di comunità,, 602 centrali operative di comunità territoriali, telemedicina etc.  

Si pensa di progettare case di comunità o ospedali di comunità,  la cui missione sarà arduo definire senza una visione chiara di come  si articolano i territori, a come si opera nei territori, soprattutto quando ci si deve misurare con le profonde differenze che segnano le aree del Nord e quelle del Sud .  Di quali territori parliamo se in questo Paese esiste una sanità che si sviluppa a macchia di leopardo, con il rischio che le distanze diventino sempre più incolmabili? 

La pandemia ha messo a nudo quello che già si sapeva circa la vulnerabilità  del sistema sanitario indigeno, di fronte a tassi di contagio elevati e alle sue debolezze strutturali. 

Quanto è successo in Italia, con il più alto numero in Europa di malati e decessi, lo stress cui sono stati sottoposti operatori e strutture sanitarie, la disarticolazione tra centro e periferia nella gestione degli interventi, impone una riflessione più adeguata sul legame che c’è tra salute, territori e inquinamento.

Inoltre l’intervento sulla sanità concepita come merce e gestita in una logica aziendale, è sottoposta ad un esame di costi e ricavi il cui equilibrio è possibile raggiungere attraverso una politica di tagli sistematici e indiscriminati , agevolando le privatizzazioni, e soccombendo allo scempio del clientelismo sfrenato. 

Se la medicina sul territorio significa ulteriore frantumazione e privatizzazione dell’offerta, taglio indiscriminato delle spese, monetizzazione del rischio e lo scempio del clientelismo, qualsiasi piano è destinato a fallire.

La salute  non può essere considerata solo assenza di malattia, bensì uno stato di benessere psicofisico determinato da una adeguata salubrità dell’ambiente nel quale si vive. Il primo motore del diritto alla salute è di conseguenza l’ecologia, ovvero il mantenimento dell’equilibrio nella relazione tra vita, società e natura 

Purtroppo nell’impostazione del Piano italiano la Salute è declinata in termini riduttivi  con riferimento ad alcuni aspetti organizzativi dell’assistenza sanitaria. Manca un approccio riformatore organico senza il quale la strada è un salita

Se il buon giorno si vede dal mattino i fondi per la sanità sono scesi da 60 miliardi previsti in prima battuta, a 18, 6 miliardi. Non  coprono nemmeno i tagli. Per l’alta velocità si stanziano 28 miliardi.

Questa della sanità poteva essere una riforma  che avrebbe dato un senso reale di cambiamento, ricostruendo, ad esempio, le basi del Servizio Sanitario nazionale e garantendo i livelli essenziali di assistenza. Al contrario la logica del Piano è  quella di  privatizzare e liberalizzare ancora di più per “mettere  le ali all’economia.”

Per concludere  queste note vogliamo segnalare tra le cose fatte e non dette da Draghi, è l’attivazione , giorni fa, di un “Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica” composto da cinque economisti tutti di stretta derivazione liberista. E’ una delle tante Commissioni di cui Draghi si è circondato.

Ma perché assegnare la valutazione sugli investimenti pubblici a persone che pensano che lo Stato non dovrebbe avere nessun ruolo nell’economia se non quello di facilitare l’apertura ai mercati?   

Tra i cinque nominati, l a figura più impresentabile  è quella di Carlo Stagnaro,  perché il suo panphlet  “Idee per un libero mercato” è tutto un inno alla libertà e all’iniziativa privata, fondamentali per una società prospera e aperta.        “Una società armata è una società libera” questo è quello che Stagnaro pensa sul diritto a possedere armi.

La scelta di Draghi  chiude  definitivamente ogni faglia aperta dalla pandemia nella narrazione liberista, ha  annullato ogni pur minima contaminazione del pensiero keynesiano e confermato la sua vera natura culturale di politico competente, autorevole, ma conservatore, di destra.   

Se questo è il quadro che abbiamo davanti,  non si tratta di mitigare o rendere indolori le conseguenze più pesanti delle scelte di Draghi, ma di elaborare e imporre un programma alternativo di società, una differente forma di vita personale e collettiva. Mettendo al centro  della politica la cura. 

In tanti hanno detto che l’Italia non può e non deve “tornare come prima” ma occorre lavorare sodo per trasformarla in Paese avanzato in cui si sperimentano politiche di sviluppo ad alto tasso di innovazione tecnologica, sociale ed ambientale.

Sarà determinante  mettere a frutto la ricchezza politica delle associazioni impegnate da anni nell’intervento del sociale e nella elaborazione culturale e politica riuscendo a mettere al lavoro sui singoli progetti del PNRR le tante “competenze socialmente sensibili”, organizzando anche territorialmente, la capacità di intervento comune sui singoli progetti.

Rovesciare la narrazione dominante sui grandi temi del PNRR è la vera priorità. E’ una narrazione caratterizzata dall’ideologismo liberista, che per trent’anni è stato egemone ed ha prodotto i disastri resi ancor più evidenti dalla pandemia. 

Sulla capacità di intervenire nei processi di attuazione si misurerà sia l’influenza sulle finalità e l’attuazione dei progetti condivisibili, sia la forza per impedire la realizzazione  di quelli dannosi.  Diventa decisivo il coinvolgimento organizzato di associazioni, cittadini attivi, centri di ricerca, prevedendo esplicitamente un “patto partecipativo” che abbia poteri reali nell’interlocuzione  con il Governo. 

 

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