La Fisac-Cgil epicentro della crisi del Sindacato (terza parte)

Siamo giunti alla terza puntata quella dedicata alla legge 300 del ’70 e naturalmente il pensiero va alla Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil. La differenza tra i due documenti è essenzialmente nell’humus culturale  completamente differente: allora solo per citare alcuni protagonisti: Federico Caffè, Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini erano in grado di muovere l’intera società intellettuale italiana, oggi invece navighiamo su di una zattera senza bussola.

Lo Statuto dei Lavoratori e gli anni ’70

 

Nel 1970 viene approvato Lo Statuto dei Lavoratori, si avvia il superamento delle Commissioni Interne, nascono le Rappresentanze Sindacali Aziendali. Nelle Banche viene sottoscritta la Convenzione per i diritti e le relazioni sindacali. Il sindacato esce dalla marginalità e sudditanza nei confronti della controparte padronale. Si entra a pieno titolo nel movimento: la confederalità impregna l’intera azione sindacale. La FIDAC si lascia dietro le spalle i residui di mentalità chiusa, isolata e corporativa della categoria. La discontinuità brucia i ponti col passato.
Le vicende delle nostre categorie si intrecciano con le politiche della CGIL. Nell’VIII Congresso, la nostra Confederazione si fa carico di un sentimento diffuso: la centralità delle categorie per rivendicare aumenti uguali per tutti e rivendicazioni sociali come principio di unità di classe.
Questa è una fase politica scandita, nel corso di più anni, da battaglie fondamentali per i diritti sociali e civili, in particolare per le donne: viene approvata la legge sul divorzio nel 1970 difesa, poi, nel 1974 al referendum, nel 1971 la legge sulla maternità e sugli asili nido, nel 1975 la riforma del diritto di famiglia, nel 1978 viene approvata la legge n.194 sull’aborto.
Nel 1975 si sviluppa una significativa stagione contrattuale, nazionale ed aziendale, che intreccia la battaglia per l’occupazione e le riforme. Tra l’altro si pone l’obiettivo di raggiungere una situazione perequativa tra le diverse realtà aziendali dei nostri settori. Sono gli anni in cui molte donne entrano in banca e nel sindacato.
Decisivo, in questa occasione, è stato lo stretto legame con la CGIL. La vertenza dei bancari si conclude con l’ottenimento dei dati disaggregati relativi all’erogazione del credito per provincia. Nel contempo, nel settore assicurativo, il CCNL del 1975 si conclude con una grande conquista sindacale: il finanziamento per la costruzione di case popolari. Sono state battaglie esaltanti e cariche di prospettiva.
Nel luglio del 1976, la Federazione Unitaria CGIL-CISL-UIL, dopo un attento esame dei profondi processi di trasformazione e della crisi in atto nel Paese, ed esaurita la debole prospettiva del sindacato unico, si dichiara disponibile, per allentare la pressione inflazionistica, ad accettare un blocco temporaneo delle retribuzione superiori ad un certo livello. Anche le nostre categorie vengono coinvolte.
Nel IX Congresso, la FIDAC-CGIL inizia a riflettere sul ruolo della categoria e sull’aggregazione inevitabile fra settori similari. Sono i primi bagliori di un processo che porterà poi alla FISAC.
Anche in Banca d’Italia si sviluppa un intenso dibattito sul contributo da dare alla lotta contro l’inflazione e sul significato politico “della partecipazione”, come strumento di confronto con l’Amministrazione per tutelare i diritti dei lavoratori. Gli assicurativi, in questa fase, sono impegnati nella battaglia sindacale e democratica della moralizzazione del settore, collaborando alla chiusura di Compagnie decotte e alla nascita della finanziaria Sofigea, per il rilancio delle aziende sul mercato.
Nel 1977 viene approvata la legge 903 che rappresenta la più importante svolta culturale nei confronti delle donne. Con questa legge si passa dal concetto di tutela per la donna lavoratrice al principio del diritto di parità nel campo del lavoro e si introducono i primi elementi di condivisione della cura dei figli. Sono battaglie che permettono di realizzare un’esperienza collettiva che in pochi anni ha trasformato le coscienze e la vita delle donne. La donna, oltre alla parità, rivendica il diritto all’autodeterminazione nella vita privata e nella società, rivendica il pane e le rose: il diritto a scegliere la sua vita, il diritto al lavoro e alla felicità.
Sempre nel 1977 si arriva ad una grande assemblea di 1000 donne della CGIL. Viene varata la nuova forma organizzativa delle donne: IL COORDINAMENTO al posto dell’Ufficio lavoratrici, la cui costituzione viene salutata da Luciano Lama, allora Segretario Generale, con la frase: ”Sgomitate donne, sgomitate!”
Con il 1978 si avviano gli anni segnati drammaticamente dal terrorismo che vive il suo momento più tragico con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta. L’attacco alle istituzioni democratiche passa anche attraverso la provocatoria scelta di una “certa parte della magistratura”, di spiccare un mandato di arresto per i vertici della Banca d’Italia, Baffi e Sarcinelli, strenui paladini dell’autonomia degli organi di Vigilanza.
Il movimento sindacale, anche in questa circostanza, è stato baluardo insormontabile per la difesa delle istituzioni democratich

Pillole di storia contemporanea

Federico Caffè

Federico Caffè nasce il 6 gennaio 1914 a Castellamare Adriatico, da famiglia economicamente modesta. Viene battezzato con i nomi Federico, Spartaco, Vinicio (nome con il quale venne sempre chiamato in famiglia). Il padre Vincenzo lavora nelle ferrovie e la madre, Erminia Montebello, a cui Caffè rimarrà sempre legatissimo, dirige un piccolo laboratorio di ricamo per integrare il bilancio familiare. Secondogenito, è preceduto da una sorella maggiore Mariannina (1912-1998) che sarà segretaria al liceo classico “G. d’Annunzio” di Pescara. Dopo di lui moriranno due sorelle da bambine, seguite da Alfonso (1923-1994), insegnante di lettere all’Istituto “Massimo” di Roma. Castellamare si riunifica, nel 1926, con la vicina Pescara ed assume quest’ultimo nome, diventando capoluogo di provincia. Lo zio Antonio, amico del pittore Michetti, riporta da Parigi una delle prime macchine di proiezione cinematografica ed apre il locale Excelsior. Il giovane Federico ne rimane affascinato e collabora vendendo i biglietti di ingresso e curandone la contabilità. Per breve tempo prende lezione di violino, ma dovrà abbandonare l’ipotesi di una carriera artistica perché economicamente problematica.
Federico Caffè si diploma brillantemente presso l’Istituto tecnico “Tito Acerbo” della medesima città. Dalla madre, che venderà un piccolo podere per permettergli di frequentare gli studi universitari, e da alcuni insegnanti dell’Istituto, assimila prestissimo il rispetto e l’amore per la cultura letteraria, musicale ed estetica che lo accompagnerà per tutta la vita. Caffè volle poi ricomprare quel piccolo podere. Trasferitosi a Roma presso una cugina in via Fidene, frequenta la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Roma. Consegue la laurea con lode in Scienze economiche e commerciali il 17 novembre 1936, relatore Guglielmo Masci, discutendo una tesi su “L’azione dello Stato considerata nei suoi strumenti finanziari nell’ordinamento autarchico dell’economia italiana”. Alcuni mesi prima della laurea fa già richiesta di lavoro al Banco di Roma, prestando servizio presso la Sede della banca, nell’ufficio titoli, dal 1 luglio 1936 al 15 giugno 1937. Quando si dimette volontariamente per entrare in Banca d’Italia, ormai laureato, il 30 dicembre dello stesso anno. E’ avventizio presso il Servizio Rapporti con l’Interno-Operazioni Finanziarie, poi nel ’39, con la qualifica di Segretario, va al Servizio del Personale e ancora, nel 1943, viene trasferito al Servizio Studi, allora diretto da Paolo Baffi. Si presenta per la borsa di studio Bonaldo Stringher della Banca d’Italia per il 1938-39, ma non la consegue. Dal 1939 è assistente volontario alla cattedra di Politica economica nella Facoltà di Economia e Commercio della Università di Roma. Richiamato sotto le armi nel dicembre del 1940, Caffè segue il corso allievi ufficiali e giunge in zona di guerra, ma viene adibito a mansioni “sedentarie” per la sua modesta statura. Già in precedenza, aveva insistito per non essere “riformato”, ma considerato “rivedibile”; e così, pur potendolo evitare, volle partire per senso di dovere nei confronti di tanti altri suoi colleghi e coetanei. Il Governatore della Banca d’Italia Azzolini riesce, dopo forti insistenze, ad ottenere il rientro di alcuni dipendenti tra cui Baffi e lo stesso Caffè, ritenuti indispensabili per l’attività della banca 1. Nel ’42 consegue l’abilitazione all’insegnamento di diritto ed economia nelle scuole secondarie. Sbandato, dopo l’8 settembre del ‘43, entra in clandestinità 2. In una drammatica circostanza scampa ad un rastrellamento tedesco grazie alla presenza di spirito della governante Giulia3. Abita in Roma a via Rasella e anche qui, del tutto fortuitamente, evita la retata di rappresaglia a seguito del noto attentato partigiano. Suoi domicili a Roma saranno, subito dopo la guerra, Viale Regina Margherita dove abita con il fratello ed ospita la cugina Lucilla Del Proposto permettendole così di frequentare l’università; Via Caserta nel ’54 dove si trasferisce tutta la famiglia: la mamma, la tata e la sorella; infine quello definitivo nell’appartamento di Via Cadlolo, acquistato tramite la cooperativa della Banca d’Italia. Partecipa alla Resistenza non combattente militando del Partito della democrazia del lavoro fondata da Ivanoe Bonomi, Meuccio (Bartolomeo) Ruini, Enrico Molè. Casualmente i familiari si resero conto di questo impegno trovando, in una valigia, volantini “Giustizia e libertà” del Partito d’Azione. E’ presente alla riunione nel “Grand Hotel” di Roma “che segnò la fine del governo Badoglio”, raccontando l’emozione del sopraggiunto senso di liberazione e la consapevolezza di un nuovo inizio 4. Vince un borsa di studio con soggiorno in Inghilterra alla London School of Economics, dall’ottobre 1947 all’agosto 1948. A Londra è testimone diretto ed ammirato della coesione sociale di quel popolo impegnato nella ricostruzione sotto il governo laburista di Attlee, condividendone gli indirizzi liberalsocialisti ispirati da Beveridge e da Keynes.

E’ libero docente di politica economica e finanziaria dal 4 marzo 1949, e nello stesso anno, dal 6 dicembre è nominato assistente incaricato alla cattedra di Scienza delle finanze, nella Facoltà giuridica di Roma, di cui è titolare Gustavo Del Vecchio. Diventa assistente straordinario della stessa cattedra il 1 ottobre 1951, succedendo a Giovanni Gera diventato assistente ordinario. Insegna a Bologna come professore incaricato di economia politica nella Facoltà di giurisprudenza, dal 1 novembre 1951 al 16 novembre 1955. Il 31 ottobre 1954 si dimette da assistente straordinario, perché confermato, per il terzo anno consecutivo, nell’incarico a Bologna. Nel 1954 vince, come primo della terna, il concorso bandito dalla Facoltà di economia e lingue di Venezia davanti a Orlando D’Alauro e a Innocenzo Gasparini. Venezia però non lo chiama, considerandolo troppo di sinistra, preferendo Gasparini. Dopo un tentativo infruttuoso presso la Facoltà di giurisprudenza di Bologna, il 31 ottobre 1955 è chiamato dalla Facoltà di economia di Messina come professore straordinario di politica economica e finanziaria. Nel novembre 1956 si trasferisce alla cattedra di economia politica della Facoltà giuridica bolognese, e di qui a quella di politica economica e finanziaria della Facoltà di economia e commercio di Roma, succedendo ad Oddone Fantini. Il Consiglio di Facoltà nella seduta del 21 luglio 1959, lo ha preferito ad altri tre candidati, Antonio Pesenti, Vittorio Marrama, e Siro Lombardini 5. Nella cattedra a Bologna viene sostituito da Paolo Sylos Labini, grazie anche ai buoni uffici di Caffè che riuscì a superare le resistenze del Consiglio di Facoltà che riteneva Sylos un estremista 6.
Dal 1959 dirige l’Istituto di politica economica e finanziaria, di cui cura un collana di pubblicazioni, prima presso la casa editrice Giuffrè, e poi presso la Franco Angeli Editore, con il primo numero dedicato agli Studi sulla moneta di Paolo Baffi. Dal 1973 al 1976 dirige il Dipartimento di Economia pubblica. E’ determinante per la chiamata in Facoltà di prestigiosi docenti come Sergio Steve, Claudio Napoleoni, Vittorio Marrama, Antonio Pedone, Guido M. Rey, e numerosi altri. Dal 1965 al 1974 è direttore dell’Ente per gli studi monetari, bancari e finanziari “Luigi Einaudi” di Roma, e grazie alle borse di studio erogate molti giovani economisti italiani potranno frequentare le università straniere più prestigiose. Ha ottenuto, nel 1970, il diploma di benemerenza di prima classe, con medaglia d’oro, per la finanza pubblica; nel 1982 gli viene conferito il diploma di prima classe, con medaglia d’oro, per i benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte. Dal 1970 è socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei, diventandone socio nazionale nel 1986. Il dedicato, lungo impegno nell’ insegnamento universitario fu preceduto ed inizialmente affiancato da un’importante e prestigiosa attività civile e pubblica. Nel Servizio Studi della Banca d’Italia cura i rapporti con l’estero, seguendo in diretta le principali vicende delle relazioni economiche europee ed internazionali e collaborando alla costruzione delle relative istituzioni. Per un breve periodo è distaccato come segretario di Meuccio Ruini al ministero dei Lavori pubblici nel secondo governo di Bonomi, e poi capo di Gabinetto, sempre di Ruini, ministro della Ricostruzione nel governo di Ferruccio Parri. Nel 1954, con la sua nomina a professore straordinario, lascia l’impiego in Banca d’Italia, diventandone consulente. Anche a seguito di alcune critiche mossegli dal movimento studentesco, abbandona anche questo incarico nel 1969/70, per dedicarsi esclusivamente all’insegnamento. Profondo conoscitore del pensiero economico italiano e straniero, passato e presente nei suoi più aggiornati sviluppi, ha curato significative raccolte di saggi di autori italiani e stranieri, diretto prestigiose collane editoriali, ed ha curato, con grande erudizione e scrupolo filologico, la raccolta delle opere di Francesco Ferrara, di Francesco Saverio Nitti e di Luigi Einaudi. Antifascista negli anni della guerra ed impegnato nella Resistenza, fu a stretto contatto con le forze democratico-liberali ed azioniste, e vicino al riformismo cattolico di Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e Amintore Fanfani di cui fu ascoltato consigliere economico. Sulla loro rivista “Cronache Sociali” scriverà alcuni importanti articoli. Per un breve periodo, subito dopo la Liberazione, fu anche membro della Commissione sindacale in Banca d’Italia, in rappresentanza del Partito democratico del lavoro. Con Meuccio Ruini mantenne una lunga e feconda amicizia, sino alla scomparsa dell’anziano statista. In quegli ambienti politici prima ricordati, come in quelli della sinistra socialista e comunista, in pieno clima costituente e di impegno per la Ricostruzione, così come nell’insegnamento universitario, Caffè diffuse, tra i primi, l’insegnamento keynesiano e la conoscenza dell’ “esperimento” politico inglese per un “Social service state”. Fece parte della Commissione economica del Ministero per la Costituente, presieduta da Giovanni Demaria, come membro della Sottocommissione per la moneta ed il commercio con l’estero. Per conto di quest’ultima curò il Rapporto su il risanamento monetario. Caffè, più volte ritornò su quella esperienza che a suo avviso doveva e poteva essere considerata come la base conoscitiva indispensabile per una politica economica moderna. Mentre, averla trascurata, rappresentò la prima delle tante occasioni mancate per la modernizzazione e l’equità sociale del Paese. Svolse, sino all’ultimo, un’intensa attività pubblicistica non facendo mai mancare consigli, vigili avvertimenti e critiche anche severe, alle forze politiche, specie quelle progressiste, ed al sindacato per una loro convergenza unitaria, sfidando la “solitudine del riformista” e del “maratoneta”, per la costruzione di una “civiltà possibile” più alta e solidale. Federico Caffè, negli ultimi tempi, è provato da alcune dolorose vicende familiari come la morte della tata Giulia, la malattia del fratello, e la perdita tragica e inaspettata di alcuni cari amici ed allievi come Bruno Franciosi, Ezio Tarantelli e Fausto Vicarelli. E’sconfortato per l’uscita dall’insegnamento, diventato sua principale ragione di vita, per raggiunti limiti di età; registra con sempre maggiore noia ed insofferenza la riproposizione acritica delle virtù taumaturgiche del “libero mercato”, nella realtà inesistente, sia a livello interno che in quello internazionale, logicamente contraddittorio, fonte di vaste diseconomie, di enormi sperequazioni sociali, di disoccupazione e di instabilità finanziaria. Esprime il timore di un affievolimento delle capacità intellettuali, che considerava da sempre la sua principale risorsa. Forse per non diventare di peso, lui che si era sempre prodigato per gli altri, e forse anche preoccupato di manifestare un progressivo decadimento, in contrasto con la sua acuta sensibilità estetica, decide di scomparire, in discrezione, tra la notte del 14 e l’alba del 15 aprile del 1987. (a cura di Giuseppe Amari)

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