Gli Stati popolari della CGIL

Liberté, Égalité, Fraternité, il celebre trinomio coniato dai club parigini durante la Rivoluzione francese, nella quale esprimevano gli ideali di rinnovamento politico e sociale, ci torna oggi alla mente come  “quasi involontaria” premessa ad una straordinaria intervista che ci ha concesso Mimmo Moccia sulle complesse vicende che toccano il sindacato bancari della CGIL.

Abbiamo sostenuto su queste colonne che non si tratta di un incidente di percorso ma piuttosto di un binario morto in cui si trova oggi tutto il Sindacato Confederale.

A Mimmo chiediamo subito come giudica questa caduta verticale dei vertici della Fisac-Cgil che solo venti mesi fa veniva eletta e ora viene accusata per “la conduzione a-democratica, accentratrice, autoritaria, a tratti intimidatoria del dissenso”. Ci chiediamo e ti chiediamo come è possibile arrivare a costruire un quadro dirigente che perde di autorevolezza in così poco tempo e non essere invece in grado di prendere internamente le giuste contromisure che non siano quelle mortificanti di invocare il “giudizio universale” della Confederazione?

Non entro nel merito delle questioni organizzative  che ineriscono le vicende della FISAC/CGIL, la cui soluzione appartiene esclusivamente ai suoi iscritti e al suo gruppo dirigente.

Che il Sindacato e la CGIL vivano un inarrestabile declino  è un dato oggettivo, sia in termini di rappresentanza, che  contrattuali ed è certificato dal depauperamento degli iscritti, oltre che dalla progressiva e inarrestabile ininfluenza. Non sono , certamente , i  cosiddetti ” tavoli ” che testimoniano il ruolo , la funzione, l’incisività di un’organizzazione sindacale, ma la sua capacità come affermò Luciano Lama  ” di essere un soggetto protagonista del cambiamento “, un interlocutore autorevole e ascoltato, un interprete autentico e attento dei bisogni delle persone, il granitico  garante dei diritti.

La CGIL viene da oltre  un decennio di subalternità e collateralismo nei confronti del quadro politico,  di crescente burocratizzazione, di dogmatica verticalizzazione. La dialettica democratica è stata sostituita dalla logica dell’appartenza, dalla fidelizzazione. Tutto questo ha comportato un impoverimento della capacità di elaborazione,  un isolamento nei confronti delle élite culturali e intellettuali,  un’assenza di analisi sui tumultuosi cambiamenti sociali e la conseguente difficoltà di interpretare i bisogni di una collettività molecolarizzata, incattivita dall’incertezza e dalla precarietà. La nostra azione è ormai un piccolo cabotaggio privo di respiro e profondità.

Quando accaduto in FISAC  deve essere inscritto, a mio avviso,  in questo quadro , non è una vicenda contingente o straordinaria, ma l’inevitabile conclusione di un percorso che ha portato una storica e prestigiosa organizzazione ad un malinconico crepuscolo.

Ha scritto Nicoletta Rocchi su questo blog che “le istituzioni della rappresentanza elettiva vanno corroborate e arricchite con una partecipazione attiva delle espressioni organizzate della società”. Non credi che questa vicenda interna alla Fisac-Cgil si stia consumando in un deserto di rappresentanza di cui ha urgente bisogno il sindacato confederale per rilanciare il suo ruolo in mezzo ai lavoratori?

Nel 1948 Karl Popper dava alle stampe ” La società aperta e i suoi nemici” e individuava il nemico più pericoloso della società aperta, mobile, partecipata, nel ceto chiuso. Un ceto impermeabile all’esterno, autoreferenziale, all’interno del quale le persone non vengono messe nelle stesse condizioni per partecipare e competere, un ceto che si traduce in una struttura sociale fondata sull’omologazione e il controllo.
Sulla base delle vicende che hanno contrassegnato l’evoluzione politica e organizzativa del nostro sindacato temo che la CGIL abbia assunto la morfologia e i connotati di un ceto chiuso, per questo le parole di Nicoletta Rocchi, oltre ad essere di straordinaria attualità sono di grande lungimiranza e propongono una prospettiva ineludibile pena un’irreversibile decadenza . La domanda che già molti si pongono: nel ventunesimo secolo c’è posto per un sindacato confederale, per una contrattazione collettiva?
A questa domanda dovremmo essere in grado di dare una risposta e per farlo occorre un radicale cambiamento costruito su una strategia capace di riconsegnare al popolo, alle lavoratrici e lavoratori, agli iscritti, la sovranità. La CGIL deve aprirsi, contaminarsi, rendersi disponibile a lasciarsi invadere dai nuovi soggetti che irrompono nella scena sociale. Occorre intercettare la domanda di protagonismo e di partecipazione delle giovani generazioni, la protesta degli esclusi e dei marginalizzati, la sofferenza dei deboli, dei precari, degli anziani, la richiesta di giustizia di chi è sempre più deprivato dei diritti, l’aspirazione ad un mondo migliore di che vede cancellati i propri sogni, le proprie legittime aspirazioni.
Saremo capaci di tutto cio’? Sinceramente non lo so, ma ho per certo che la risposta non la troveremo nelle parole di Dylan ” The answere is blowind in the wind”, ma nei versi di Bertold Brecht ” Resteremo indietro senza comprendere più nessuno e da nessuno compreso. O conteremo sulla buona sorte. Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua “.

Quando Antonio Damiani evoca “Una rete di banche pubbliche che potrebbe garantire una ricerca di strumenti contrattuali orientati alla valorizzazione delle professionalità e alla responsabilità sociale di impresa e riportare l’attività creditizia alla sua funzione sociale” non pensi che prefiguri un ruolo diverso per l’industria finanziaria che trasferisce questa vicenda da un piano meramente organizzativo ad un’autentico salto di qualità in grado di afferrare Il dibattito in corso a livello mondiale alle prese di una crisi “che mette in discussione le teorie economiche e le politiche sin qui adottate?

Le analisi e le proposte di Antonio Damiani da sempre ci costringono a ragionare e studiare per la loro densità scientifica, per l’innovazione, per l’originalità. Il suo assunto di partenza è indiscutibile. Un sistema creditizio come quello italiano, da decenni vincolato allo short termism, governato da un soffocante paradigma ripetuto come un mantra: azionisti ben remunerati, management strapagato, lavoratrici e lavoratori trattati come pura merce, è in grado di assumere un ruolo da protagonista nel rilancio dell’economia del nostro paese, soprattutto in una fase di pandemia che ha aggravato i mali storici dell’Italia? La risposta è certamente no. I comportamenti delle Banche in questi mesi sono stati riprovevoli, a cominciare dalla Cassa Integrazione richiesta per i propri dipendenti. Inefficienze, servizi di pessima qualità ad alto costo, miserevoli tentativi concorrenziali giocati sulla pelle dei cittadini come la Cassa Integrazione accreditata solo se sul proprio conto veniva accreditato anche lo stipendio. Questa è stata la via crucis che lavoratori, disoccupati, piccoli imprenditori hanno dovuto attraversare per sperare di ottenere quanto loro spettava.
Ma da questo quadro desolato e desolante ne discende automaticamente che strutture pubbliche ad hoc istituite, anche per gestire gli imponente flussi finanziari provenienti dallo Stato, siano in grado di operare diversamente ?
in realta’ le riflessioni teoriche di questi ultimi anni e le verifiche empiriche non portano a conclusioni univoche che consentono di stabilire quale è la tipologia di banca più funzionale all’allocazione delle risorse.
Occorre allora arrendersi ? La mia opinione è certamente no.
I greci avevano due lemmi per definire il tempo: Kronos e Kairos. Kronos si riferiva al tempo meccanico e sequenziale, allo scorrere delle ore, Kairos, invece indicava il momento giusto e opportuno.
Io credo che sia il momento giusto e opportuno per una grande battaglia collettiva per ripristinare i cinque caratteri che, secondo il premio Nobel, Stiglitz devono caratterizzare l’agire economico : ” Onestà, equilibrio, giustizia sociale, corretta informazione, responsabilità “.
Io credo che sia il momento giusto e opportuno perchè la Banca d’Italia riprenda ad esercitare la moral suasion dei tempi di Baffi, Carli, Ciampi e non il complice collateralismo di oggi.
Io credo che tutte le Autorità di Garanzia e Controllo debbano essere chiamate a comportamenti coerenti alla loro mission e ad interventi chiari, limpidi, incisivi, verificabili, nei confronti di ogni devianza , inadempienza del settore creditizio e finanziario.
Io credo che la politica debba riassumere il proprio rango di soggetto decisore e programmatore e definire i driver di un innovativo piano di sviluppo sul quale impegnare tutti i soggetti interessati e intervenire con drastico rigore su ogni manchevolezza, ritardo , inefficienza, speculazione, altro che le odierne baruffe chiozzotte su Autostrade.
Io credo che il sindacato dovrebbe ritrovare un’ anima e una vis pugnandi per riprendere il proprio ruolo di agente contrattuale, rappresentante delle lavoratrici e dei lavoratori, di controparte rigorosa e intransigente, di soggetto capace di negoziare l’organizzazione del lavoro, le politiche commerciali e quelle creditizie, altro che le insipide pappine preconfezionate degli accordi degli ultimi anni.
Ho avuto la fortuna di militare nella FISAC/CGIL in una stagione in cui gli scioperi , come al Monte dei Paschi, per impedire il finanziamento delle industrie delle armi venivano partecipati al 90%.
Forse sono un pezzo di archeologia sindacale, oppure un sognatore, ma come scrissi nella relazione per la presentazione del documento congressuale ” La CGIL che vogliamo” , è meglio avere dei sogni che un lungo sonno inerte.

Grazie Mimmo per il vento di gioventù prima ancora intellettuale che politico che oggi ci hai voluto donare.

 

 

 

 

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1 risposta a Gli Stati popolari della CGIL

  1. Massimo Rossi scrive:

    Grande Mimmo! Riesce difficile capacitarsi come siamo arrivati alla miseranda situazione attuale, se fino a pochi anni fa c’erano persone come lui ad essere dirigenti di Fisac. Purtroppo la Fisac è perfettamente in linea con i comportamenti del gruppo dirigente della CGIL nazionale: mi ricordano quelle situazioni in cui mogli (o compagne) vittime di soprusi, violenze, maltrattamenti, tuttavia subiscono mugugnando la volontà dei propri uomini. Eppure materia ed argomenti per un’azione forte della CGIL non mancherebbero: una vera azione nazionale contro il caporalato, la messa in regola dei braccianti, la tutela dei drivers, una posizione seria e disambigua sull’Ilva di Taranto, sull’Alitalia, e perché no? sul Monte dei Paschi; ma l’elenco sarebbe lungo, vista la totale inerzia che ha caratterizzato l’azione sindacale della CGIL da Epifani in poi, tanto per non fare nomi. Temo che il tempo e le occasioni perse non si ripresentino disponibili, ma almeno morire combattendo e non nel sonno squallido degli obesi sazi ed egoisti.

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