Draghi e …”il convitato di pietra”

note di ugo balzametti

Le riforme previste nel PNRR

Come dice il presidente del consiglio la vera partita si dovrà giocare sull’ambizioso “progetto di riforme” che si devono considerare parte integrante dei Piani Nazionali. Questo ci fa dire che l’attenzione non è tanto, o meglio non solo, verso il capitolo delle somme che saranno erogate, ma  soprattutto verso quelle riforme che cambieranno le regole per affrontare “le debolezze strutturali” italiane.  

Il PNRR di Draghi prevede due riforme “orizzontali” perché in modo trasversale riguardano tutte le missioni: riforma della P.A. e  riforma della giustizia .E’ evidente che si tratta di riforme ambiziose di cui si discute da anni. 

Poi ci sono “le riforme abilitanti”, sono interventi che serviranno ad attuare il Piano velocemente: ovvero misure di semplificazione e  legge sugli appalti.

Le riforme quindi devono essere orientate a  fa r crescere la concorrenza sui mercati e garantire maggiore competitività in una logica perfettamente neoliberista, In questo contesto lo Stato non scompare, anzi, come previsto dal Rapporto del G30 presentato da Draghi, interviene (però solo come azionista di minoranza)  in caso  di fallimento di una azienda, fornendo capitale fresco,  drenato dalla fiscalità generale. 

Inoltre a orientare le riforme è intervenuta anche la Banca mondiale che dal 2004 pubblica un Rapporto annuale chiamato Doing bussiness  (fare affari) per indicare i Paesi più virtuosi nella capacità di attrarre investitori internazionali. 

I Rapporti, che riguardano 190 paesi,  hanno messo sotto la lente d’ingrandimento,  da tempo, la reale volontà del nostro Paese di fare le riforme, quale condizione per garantire l’assistenza finanziaria nell’ambito del PNRR.  

L’ultimo rapporto della Banca Mondiale  ha messo in luce  i problemi che sono nati nella Pubblica Amministrazione  per non aver realizzato  finora un intervento riformatore. Si tratta di una riforma attesa e il primo scoglio da superare è l’assenza di un ricambio generazionale e di competenze qualificate a causa del blocco del turnover che ha determinato l’invecchiamento e la riduzione della forza lavoro. 

A breve saranno fatte le prime  24.000 le assunzioni veloci nella P.A, dopo anni di  blocco, collocando l’Italia al primo posto per il minor numero di addetti nell’amministrazione    Molta enfasi viene  data alla necessità di reclutare personale in relazione alla valutazione dei nuovi bisogni, soprattutto se riferite alle capacità e alle attitudini organizzative. 

Inoltre  tutti i lavoratori dovranno  esser accompagnati. attraverso la formazione continua, (Trentin diceva che la formazione è come un’assicurazione sulla vita) per tutto l’arco della loro esperienza lavorativa, al fine di acquisire quelle nuove competenze,  che permetteranno la sburocratizzazione dell’amministrazione.  I dubbi riguardano l’attuazione di questi principi.

Infine il PNRR dovrà affrontare l’annoso tema della stratificazione normativa e della bassa digitalizzazione delle amministrazioni.

Le principali misure di semplificazione e velocizzazione saranno approvate con un decreto legge già a maggio. La pianificazione strategica  dei fabbisogni  professionali delle amministrazioni dovrà esser fatta entro il 2023.

I rapporti Doing business, nel tempo, hanno  analizzato anche  i limiti, i ritardi in tema di giustizia civile e penale, fatti registrare lungo questi trent’anni .Le critiche sono spietate, tutte riferite alla capacità di tutelare i diritti dell’impresa rispetto alla durata dei processi. Nell’ultimo Rapporto l’Italia figura al 122 posto su 190.

In particolare l’attenzione dell’EU è rivolta ai  tempi del processo civile dove per il primo grado occorrono 527 giorni, per l’appello 865 giorni, otto volte di più  del dato tedesco. Il Governo si è impegnato a realizzare la riforma  del diritto fallimentare entro la fine dell’anno e la riforma della giustizia entro il 2022.

Naturalmente accanto ad obiettivi riformatori la cui realizzazione traguarda il medio periodo, ci sono scadenze che devono essere rispettate nel brevissimo tempo.                 Per questo il Presidente del Consiglio la scorsa settimana ha dato un’accelerazione per quanto riguarda la definizione della governance e la legge sugli appalti.   C’era l’impegno  con la Commissione EU che tali provvedimenti fossero votati  entro il 31 maggio.

Quindi  è stato definito e approvato un unico testo di legge che stabilisce i contenuti della governance, cioè la struttura politica che dovrà gestire  e controllare l’uso dei fondi e i tempi di realizzazione dei progetti, naturalmente incardinata a Palazzo Ghigi con i tecnici  e ministri scelti da Draghi.  

Nello stesso testo, poi,  sono state approvate le nuove regole in materia di appalti con l’obiettivo di agevolare al massimo il percorso delle riforme.   Viene cancellato qualsiasi intervento burocratico che possa rallentare il percorso dei progetti . E’ stata risolta con un compromesso la questione relativa ai subappalti,  e si è riusciti a sventare la riproposizione del “massimo ribasso” .   Praticamente “un libera tutti”  per tre anni

Il tutto si basa sul discutibile presupposto che “la semplificazione è un rimedio efficace contro la moltiplicazione dei fenomeni corruttivi”.   C’è la convinzione che, per ogni grande evento, più leggi di semplificazione si fanno più si velocizzano la realizzazione delle opere. 

Negli ultimi cinque anni la legge sugli appalti del 2016 è stata modificata 547 volte con 28 leggi. Di fatto il codice non esiste più in quanto si sono collezionate scorciatoie e corsie preferenziali, dalla drastica riduzione per la VIA (valutazione impatto ambientale), al rafforzamento del silenzio/assenso:  tutto questo è lontano anni luci da una riforma organica di sistema.

I limiti del PNRR

Un altro impegno assunto da Draghi con la Commissione europea è l’intervento sulla concorrenza come condizione per l’assistenza finanziaria. In particolare si preannuncia una capillare e “sistematica opera di abrogazione e modifica di norme anticoncorrenziali, comprendente la rimozione di molte barriere all’entrata nei mercati”. 

Nel suo impeto Il Presidente del Consiglio ha  santificato la  concorrenza come lo strumento in grado di incidere sul “benessere” dei cittadini e ha voluto che, nel testo inviato a Bruxelles , fosse evidenziato in chiare lettere.  

L’assioma che viene esplicitato nel PNRR, tra benessere e maggiore giustizia sociale, è tipico della cultura neoliberista: ridurre l’inclusione sociale all’inclusione  nel mercato, la tutela del cittadino come tutela del consumatore. 

Ma la concorrenza, per esser tale, implica che tutti i concorrenti siano, in partenza, nelle stesse condizioni. In Italia non è così,  Se prendiamo come metro di misura il reddito pro-capite delle Regioni del Nord , questo è il doppio rispetto a quelle del sud, ma esistono anche differenze profonde  all’interno delle stesse regioni del Nord. In Italia il 40% più povero dispone solo il 19,7% del reddito complessivo.

Un’ analisi attenta  del Piano evidenzia molte incongruenze tra gli annunci fatti sul rilancio del Paese e la realtà dei progetti e fondi allocati nei settori strategici. “La rivoluzione verde” come dice Draghi, non c’è. 

Le risorse a favore delle energie rinnovabili sono decisamente insufficienti, con l’obiettivo di installare impianti per circa 5 GW da qui al 2030, mentre ne servirebbero almeno 25, in questo modo supportando le politiche di ENI e SNAM  che continuano , anche per il futuro a puntare sulle energie fossili, in primis il gas.

La stessa Commissione EU ha sollecitato di rielaborare le regole già definite con le quali si apre al gas e all’energia nucleare che entrano come investimento “verdi”.  L’Italia punta a sostituire le centrali a carbone  con impianti a gas, che è un altro combustile fossile, e non si interroga minimamente dell’impatto ambientale delle produzioni industriali.

Da un’analisi fatta dai thjnk tank Ecco, E3G e Wuppertal, il Piano italiano è il più avaro tra quelli dei grandi Paesi EU: le risorse dedicate a obiettivi davvero green sono solo il 16%, se si considera l’intero pacchetto di interventi per la ripresa. La Germania  sta al 38%, la Francia al 23% e la Spagna al 31% .

Molti investimenti etichettati come verdi dal governo, appaiono insignificanti rispetto alle necessità legate ad una transizione alla neutralità climatica che coinvolga l’intera economia.  

Anche per quanto riguarda l’intervento sulle fonti climatiche, siamo in presenza di annunci storici  che invocano “una radicale transizione ecologica verso la completa neutralità climatica e lo sviluppo ambientale sostenibile per mitigare le minacce  a sistemi naturali e umani”. Con queste parole viene definita la missione n.2 dedicata alla rivoluzione verde. 

A dispetto delle frasi roboanti che si possono leggere nel testo del Piano, la transizione ecologica prospettata  è davvero così radicale come viene enunciata? La completa neutralità climatica e lo sviluppo sostenibile sono effettivamente l’architrave di quella strategia di ammodernamento del Paese descritta da Draghi?   Nel concreto si evoca una rivoluzione che nei fatti non avverrà mai. 

Inoltre non c’è strategia di efficientamento per il settore pubblico e il progetto di miglioramento dell’efficienza delle scuole comprende 195 edifici su 32 mila.

Ammonisce  Matteo Leonardi co-fondatore di Ecco, think tank dedicato al cambiamento climatico, che una lettura e un’ analisi più attenta ci dice che i 78 miliardi stanziati per questa missione non vengono distribuiti in modo da innescare processi virtuosi di innovazione.  Manca un a visione forte per la de-carbonizzazione, sia sulle fonti di energia rinnovabile sia sulla mobilità sostenibile

Il PNRR, inoltre, non è adeguato alla sfida lanciata con il recente accordo sulla legge sul clima varata in Europa. La lotta alla crisi climatica deve essere una priorità trasversale d’intervento del Piano, come parità di genere, giovani e Sud.  E’ previsto un aggiornamento del PNIEC   con un taglio di emissioni climalteranti del 51% entro il 2030, più basso, però, del 55% fissato dall’Europa, mentre il nostro Paese potrebbe arrivare  tranquillamente ad una riduzione del 65%.

Già viviamo in un mondo più caldo di 1,22°C i cui interi ecosistemi stanno crollando e migliaia di specie si stanno estinguendo ogni settimana. Questo è un Pianeta in fiamme, questo mondo si sta sciogliendo. Ogni decimo di grado ulteriore aumento significa centinaia  di migliaia di vite umane condannate. 

Dobbiamo pensare come sarà la mobilità futura, come saranno le città; come tutelare il patrimonio naturale di ricchezza e biodiversità che abbiamo in Italia. Il tutto connesso con il grande tema dell’economia circolare , che punta più sugli impianti che sulla riduzione dei rifiuti, mentre in generale è prevista una cura dimagrante per l’economia circolare.

Il comparto agricolo è il grande assente dalla ”transizione verde”. In particolare la zootecnia  intensiva. Da un lato non sono previste misure per investimenti concreti per ridurre il numero dei capi allevati, dall’altro si punta allo sviluppo del biometano che, in assenza di interventi sugli allevamenti intensivi, rischia di provocare un aumento della decarbonizzazzione. Con relative conseguenze sulla salute e sull’ambiente.

Nessun investimento è previsto per aumentare la superficie agricola dedicata all’agricoltura biologica.   Eccessiva attenzione è data all’agricoltura di precisione, in quanto finalizzata all’aumento dell’efficienza produttiva che solo in alcuni casi possono essere accompagnati da benefici aziendali

Nell’agenda di Draghi ci sono ambizioni di cambiamento, ma non c’è una politica industriale degna di questo nome per uno sviluppo sostenibile, avanzato sul piano tecnologico, attento al welfare alla salute, equilibrato tra i territori del Paese.

Il termine “politica industriale” non è mai evocato, sottovalutando  che su questo terreno si gioca la capacità di realizzare cambiamenti legati alla transizione ecologica e alla diffusione delle tecnologie digitali. Germania e Francia in questi mesi hanno operato piani dettagliati per il futuro dell’auto e dei settori avanzati

Tutti questi temi così importanti, purtroppo si devono declinare con uno stato d’animo diffuso e superficiale dei nostri parlamentari. Molti sono convinti che, una volta presentato il Piano, questo produca i suoi effetti per inerzia.  I nostri politici forse non hanno ben capito che se il Piano non risponde alle linee guida emesse dalla Commissione EU, i fondi stanziati per l’Italia non vengono erogati.

Italia sorvegliata speciale.  Draghi  il garante 

Parlando del PNRR dell’Italia il Commissario all’economia  Paolo Gentiloni lo ha definito un “ottimo lavoro” facendo intendere che possa essere sboccato il prefinanziamento pari al 13% delle risorse del Recovery fund, prima della pausa estiva.

 L’attenzione sul Piano italiano è massima e la capacità di restituire i prestiti di cui gli Stati membri si sono fatti garanti.   Il Recovery italiano non solo deve creare le condizioni per la ripresa dalla pandemia e agganciare le transizione verde e digitale, ma deve avere la capacità di affrontare subito quelle carenze strutturali che potrebbero incidere negativamente suk Piano, 

“E’ un problema che conosciamo benissimo- ha sottolinea il commissario Gentiloni- abbiamo un piano EU ambizioso. Uno dei compiti che il Governo italiano avrà davanti è semplificare le procedure e rendere possibile l’attuazione del Piano, sarebbe una responsabilità enorme se un’occasione come  questa non venisse raccolta per un accumulo di ritardi”.  

Le parole di Gentiloni confermano, indirettamente, che gli impegni assunti con Draghi devono corrispondere alle regole stabilite e concordate con la Commissione. 

Nel prendere consapevolezza  progressivamente,di quanto sia diverso e difficile governare un Paese, rispetto all’esperienza precedente, presso alla BCE, l’operato di Draghi alterna modalità d’intervento con “guanti di velluto” ad interventi ruvidi anche dal punto di vista istituzionale, tant’è che il Parlamento e gli stessi ministri corrono il rischio di essere semplici notai del suo operato.  

Si rimane attoniti di fronte allo spoils system “spietato” cui assistiamo in questi giorni che conferma e consolida la convinzione che Draghi voglia intorno a sè  solo persone di cui ha fiducia.  Del resto i partiti di governo hanno un ruolo di contorno, di comprimari il cui peso politico e credibilità si è del tutto dissolta nel tempo e il risultato più evidente è che, tra le mille polemiche quotidiane, alla fine si annullano da soli.

Colpisce la disinvoltura con cui il Presidente del Consiglio si rapporta con le figure apicali della commissione europea ad iniziare dalla presidentessa Ursula von der Leyen     Il che ci fa pensare che Draghi stia conducendo due partite parallele ma tra loro intrecciate: una in Italia, l’altra in Europa.  (Le famose convergenze parallele)

La conferma di ciò è che il Piano nazionale  italiano non ha avuto bisogno di  essere discusso se non formalmente,, in sede Commissione EU, in quanto già concordato tra Draghi e Ursula von de Leyen.

Se torniamo indietro di qualche mese,  quando fu eletto Presidente del Consiglio Draghi,  in tanti dissero che la sua presenza garantiva un obbiettivo più ambizioso rispetto al fronteggiare l’emergenza o la guida della ripartenza del Paese. . Del resto è la stessa ideologia che Draghi ha rappresentato alla Convention di Comunione e Liberazione, la scorsa estate.

Ma c’è qualcosa di più. Questo schema ideologico non è stato messo a punto per sostenere Draghi, anzi è vero il contrario: è Draghi l’espressione più autorevole, in Italia, del pensiero unico che ci ha portato sul baratro ambientale, sociale, politico.  

Quel pensiero unico che si riassume “nella fede del mercato. Draghi ne è il garante    

In questo modo l’Italia rischia di diventare   laboratorio politico di questa scommessa, che non può fallire pena il fallimento dell’Unione. Ne discende che le scelte programmatiche che il Governo farà saranno tutte incardinate entro le direttive europee.

Che questo possa esser vero, lo dimostra il fatto che gli aiuti della Commissione  siano inseriti entro uno schema di insidiose e rigide condizioni, al fine di ottenere l’allineamento delle politiche nazionali all’ortodossia neoliberista. Da sottolineare un aspetto molto importante e decisivo. 

L’Italia non ha mai avuto tanta disponibilità di denaro da spendere in così breve tempo con modalità di attuazione che devono seguire precise indicazioni che noi stessi abbiamo firmato, come Paese-  “Il back office del piano” prevede un esame dettagliato di ogni singola fase e per ogni singolo progetto, sia investimento o riforme, con una scansione rigorosa nei tempi e molto severa relativamente ai risultati attesi.

Le linee guida approvate dalla Commissione E.U (il memorandum) stabiliscono che l’assistenza finanziaria venga assicurata nella misura in cui il Paese destinatario (in questo caso l’Italia) la impiega per affrontare “ priorità specifiche individuaste nell’ambito del semestre europeo (art.17)

Si tratta di impegni che le cronache dicono essere stati negoziati direttamente dal Presidente del Consiglio con Bruxelles. Sono misure assunte come contropartita dell’assistenza finanziaria dell’EU. 

I tempi concordati per la realizzazione delle riforme dicono che  alcuni impegni devono essere onorati entro l’anno, il che implica, nei fatti, la riduzione del Parlamento a mero notaio di scelte maturate nell’ambito delle stretta cerchia di tecnocrati scelti da Draghi.

Infatti la procedura per accedere ai fondi è molto complessa e totalmente gestita dalla governance europea: i piani di riforme e gli investimenti dei singoli Stati devono essere conformi alle “raccomandazioni” e dovranno soddisfare target intermedi e finali. 

Certo è che la Commissione europea, nel caso dell’Italia, vigilerà su ogni euro speso dal Governo Draghi e ancor di più dai governi che potrebbero venire dopo. Questo vuol dire che, se si vuole accedere ai fondi, chiunque siederà a Palazzo Chigi, fino al 2026, dovrà gestire riforme con la strada predefinita nei  contenuti, nei dettagli, nei tempi.  Ogni semestre si dovrà consegnare lo stato d’avanzamento lavori. 

E’ un percorso sostanzialmente blindato, al riparo , per quanto possibile, dalla variabile della politica interna italiana, che è stata sempre la preoccupazione della Commissione europea. Si teme che possano prevalere atteggiamenti del passato fatti di voltagabbana e opportunisti. Purtroppo ne abbiamo molti anche ora.

Più in generale la strategia d’intervento della Commissione europea, nella fase attuale,  se da una parte ribalta  le scelte fatte negli ultimi 12 anni  di crisi, segnate da politiche di austerità e riforme strutturali che hanno incrementato le disuguaglianze senza precedenti, dall’altra, però, ripropone uguali  modalità e  obiettivi con cui vengono “accompagnati” i vari Paesi nella realizzazione degli obiettivi prefissati .  

Il Piano italiano ha finora ricevuto un’accoglienza entusiastica, in linea con l’atteggiamento subalterno assunto verso qualsiasi iniziativa presa dal governo. 

Di contro  se facciamo un’analisi seria del perché siamo arrivati a tanto degrado economico e sociale, scopriremo che parte delle responsabilità sono legate ad una cultura che ha considerato e considera ancora oggi, l’ambiente naturale come un bene senza valore, trattato come un magazzino da saccheggiare, una pattumiera da riempire.  

Quando Barca, coordinatore del Forum disuguaglianze e diversità, denuncia che il PNRR presenta “seri limiti nell’aggredire alla radice i fattori determinanti delle disuguaglianze” non ci dice altro che Draghi, nella definizione del Piano di Rinascita, ha scelto di riproporci la “ricetta di ieri”, la stessa ricetta che sta alla base della pandemia. 

Per questo è necessario che ci sia un monitoraggio accessibile e di alta qualità, E’ necessario conoscere tempestivamente obiettivi, tempi, responsabili, stati di avanzamento di ogni riforma. E serve avere informazioni pubbliche su ogni stadio del processo.

Il ruolo di Draghi-Zelig

Questa scelta del Governo solleva perplessità di metodo e di merito. Nel metodo i dubbi si riferiscono alla limitata partecipazione delle realtà sociali (dal sindacato, alle associazioni ambientaliste, il terzo settore, la cittadinanza attiva, le istituzione locali) alla definizione  di una strategia organica.     

L’Italia ha necessità di una vera ricostruzione, non si può pensare che un processo così importante, si possa concretizzare con assenza di dialogo, o si rischia di mortificare competenze, idee, e analisi più innovative di quelle che possono emergere dal pur lodevole impegno di qualche ministro fedele. 

Le perplessità di merito riguarda il rischio che il Recovery plan si trasformi in una elencazione di progetti e investimenti di cui a volte è difficile capirne  il senso.  Non vi è una visione organica e prospettica verso quale tipo di società, di economia, di welfare si vuole approdare.

Di contro molti si chiedono come è possibile che, nonostante le sue condizioni il Paese tenga? La risposta è legata alla presenza di un telaio territoriale forte, fatto di comuni, di organizzazione non governative, di cittadini attivi, sindacati, associazioni della società civile, PMI locali, università territoriali, cooperative di comunità. 

Una realtà diffusa che non riproduce solo solidarietà, ma anche capacità di creare esperienze nuove lavorative. Ma tutto questo non riesce a fare massa critica, con il rischio che tutte questa pratiche  si disperdano.

Con queste note abbiamo tentato di capire il senso di questa grande opportunità che ci offre l’Europa, abbiamo cercato di scavare, di comprendere, al di là di come le risorse che l’Italia si accinge ad usufruire per rilanciare la sua economia, cosa c’è dietro al sipario-Draghi. Il PNRR vive nelle stanze ovattate di Palazzo Chigi, senza che sia possibile aprire una riflessione pubblica, senza che sia possibile interloquire con il Governo.

Ma c’è la consapevolezza diffusa a Bruxelles che la partita che Draghi si accinge a giocare attraverso la realizzazione del PNRR non sia  solo una questione interna al nostro Paese, e che invece rischia di diventare una questione europea. L’Italia in questo modo ritorna ed essere una sorta di “sorvegliato speciale”. 

Questa valutazione è confortata dalle modalità con cui il Presidente del Consiglio sta gestendo questa prima fase del Piano, in quanto si è andato a creare una sorta di “amministrazione parallela”, destinata a sollecitare e controllare “l’amministrazione normale”, al fine di velocizzare al massimo la gestione del PNRR.

Si va determinando, quello che viene definito il ” Draghi sistema” ovvero avere un vincolo esterno cogestito dall’interno, come ha scritto Caracciolo, ove l’esterno è rappresentato dall’UE della cui ricostruzione  Draghi è stato uno dei principali artefici. 

I tratti che abbiamo fin qui disegnato, lo schema d’intervento del Fondo    monetario Internazionale e quello della Commissione Europea, con il compito “di marcare stretto” in particolare il nostro paese, piano piano sembra far emergere un’immagine che assomiglia molto da vicino alla Troika che abbiamo drammaticamente conosciuto nel 2011 per la Grecia. Oggi non viene mai nominata ma è il vero convitato di pietra. C’è la consapevolezza che l’Europa e  Draghi non possano perdere, altrimenti sarebbe una catastrofe!

Ci eravamo illusi che dopo la tragica esperienza del CVOVID-19 e le tante riflessioni che ne sono scaturite, fosse maturata la convinzione che la rinascita del Paese si sarebbe realizzata su idee e progetti innovativi.  

La filosofia  è quella di ritornare a percorrere vecchie strade riferite al mercato, alla concorrenza, che diventano l’unico strumento capace di misurare e garantire il benessere dei cittadini.

Non ultima condizione  è che la gestione di questa fase così importante non può prescindere dalla partecipazione dei cittadini e delle cittadine. Basterebbe far riferimento al Codice europeo di condotta sul partenariato dove è la stessa Commissione EU a sollecitare come necessaria la co-programmazione nelle gestione dei fondi.

Per dare forza contrattuale all’attuazione del PNRR è necessario, quindi, dotarsi di un autonomo sistema di monitoraggio. Non è sufficiente chiedere che siano rese disponibili  le informazioni ufficiali; non è sufficiente pubblicizzare  le esperienze che le organizzazioni che operano sul terreno dell’impegno sociale,  

Si tratta di elaborare propri indicatori, capaci di registrare e descrivere gli aspetti più rilevanti che possono riguardare ad esempio il lavoro, l’ambiente, la salute. Indicatori che potranno essere applicati anche territorialmente., fornendo informazioni a chi vi opera  e nel contempo, monitorare informazioni che vengono dal basso.

 

 

 

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