C’è qualcosa di nuovo all’orizzonte?

Quanto è lontana la primavera?

di Nicoletta Rocchi

 

Amazon e Wallmart

Alcuni giorni fa, sul suo Blog, Robert Reich, influente economista ed accademico americano di fede democratica, attento osservatore, fustigatore e conoscitore del capitalismo del suo paese, ha raccontato una vicenda che riguarda un’azienda ma che può essere epitome dell’intera realtà economica e sociale USA: Amazon, che ha vissuto recentemente il primo sciopero nazionale anche in Italia, dovrà affrontare un voto sindacale nel suo magazzino di Bessemer, in Alabama. In caso di successo, che l’azienda sta contrastando in ogni modo, anche con menzogne, pressioni e minacce ai propri lavoratori, sarebbe il primo sindacato di Amazon con sede negli Stati Uniti nei suoi quasi 27 anni di storia.

Cinquant’anni fa, ricorda Reich, la General Motors era il più grande datore di lavoro in America, il suo lavoratore tipico guadagnava 35 dollari l’ora in dollari odierni e aveva voce in capitolo sulle condizioni di lavoro. I più grandi datori di lavoro di oggi sono Amazon e Walmart, ciascuno paga circa $15 l’ora e tratta i propri lavoratori come bestiame. L’unica differenza tra ieri ed oggi non sta nel declino della professionalità dei lavoratori, per questo remunerati in proporzione, tanto meno nella mancanza di mezzi e redditività delle aziende stesse, che sono tra le più ricche al mondo, bensì nell’indebolimento intervenuto nella organizzazione sindacale (oggi solo il 6.4% dei lavoratori stelle a strisce è sindacalizzato) e nel conseguente venir meno dell’influenza politica e della capacità contrattuale della classe lavoratrice. 

Tutto nasce da un vivaio della California

Negli stessi giorni, un articolo del New York Times, dava conto di un contenzioso legale su cui è atteso a breve il pronunciamento della Corte Suprema, oggi a salda maggioranza repubblicana che ha già in passato contribuito in modo determinante a spostare gli equilibri di potere a tutto vantaggio dei più ricchi. Si tratta di un caso sottopostole da un vivaio della California che, all’alba di un giorno ormai lontano del 2015, ebbe la visita del sindacato di categoria (United Farm Workers) che – avvalendosi della facoltà concessagli da un regolamento dello stato – voleva incontrare i lavoratori dell’azienda per avvicinarli all’iscrizione sindacale. In questo caso, la proprietà del vivaio porta un attacco diretto alle fondamenta del regolamento della California, nell’assunto che violi la proprietà privata. Anche questa vicenda si presta a considerazioni e conseguenze che travalicano i confini aziendali e statali e potrebbe avere conseguenze di vasta portata, compresa la limitazione della capacità del governo stesso di entrare nella proprietà privata per condurre ispezioni sulla salute e la sicurezza nelle aziende e per eseguire visite a domicilio da parte degli assistenti sociali incaricati di garantire il benessere dei bambini. Perché citare questi due esempi che appartengono a una realtà politicamente diversa dalla nostra, come quella statunitense? Perché, secondo me, ci sono alcune evidenti affinità. 

Scavalcando i confini verso l’Italia

In Italia e complessivamente nell’Europa continentale, il sindacato è ancora una presenza organizzata riconosciuta e politicamente influente, la contrattazione collettiva continua a svolgere una funzione importante nella distribuzione del reddito e nella tutela dei diritti dei lavoratori, anche se è stata indebolita da decenni di teoria e pratica neo-liberista che, sebbene di matrice anglosassone, si sono imposte come pensiero unico in tutto il mondo. Tuttavia è incontrovertibile quanto sia cambiato anche il nostro mondo, quanto, anno dopo anno con una sequela di leggi ad hoc, sia stato pesantemente destrutturato il mercato del lavoro, quante forme di lavoro finto autonomo e precario si siano imposte, quanti contratti spuri abbiano minato la sovranità contrattuale del sindacato confederale. Soprattutto è evidente quanto spazio sia stato sottratto nella comprensione dell’opinione pubblica al ruolo della rappresentanza sindacale e quanto ne sia risultata svalorizzata la sua funzione non solo di presidio degli interessi del lavoro dipendente ma di indicatore del livello di civiltà, equilibrio, uguaglianza e democrazia di una determinata società. Si è trattato dunque di uno spostamento del potere che ha cambiato i connotati alla democrazia su entrambe le sponde dell’Atlantico. Negli USA lo si vede ad occhio nudo: sono ora le grandi aziende, e solo loro, a dettare le condizioni alla politica. In Europa e in Italia ciò è meno evidente e tuttavia non si può non riconoscere che, a partire dall’architettura delle istituzioni europee, il lavoro non ha ricevuto la stessa attenzione della proprietà. Alla tutela della proprietà intellettuale e della libera circolazione del capitale non ha fatto seguito alcun livellamento del campo di gioco e la classe lavoratrice del vecchio continente, soprattutto dopo l’allargamento ad est, ha subito la pressione di un crescente dumping contrattuale: quello dell’ormai famoso idraulico polacco. Non solo. Anche da noi, malgrado l’importante esperienza socialdemocratica del dopoguerra, il ruolo del pubblico ha subito una forte svalorizzazione, come se la dimensione privata fosse la soluzione ottimale a tutte le domande di una società moderna e lo stato dovesse scendere in campo solo per correggere i cosiddetti “fallimenti del mercato” o le “esternalità negative” della sua azione.

Il sindacato e la legge sulla rappresentanza del lavoro

Ora si sta scoprendo un po’ dovunque che questa ricetta ha prodotto una spaventosa crescita della povertà e delle disuguaglianze, la concentrazione del reddito e della ricchezza, la stagnazione del reddito della “classe media”. Al tempo stesso, è stata anche inidonea ai fini di una corretta allocazione delle risorse disponibili, come dimostra la “stagnazione secolare”, la finanziarizzazione speculativa con le sue periodiche bolle che minano la stabilità del sistema, la vittoria della rendita sull’investimento produttivo, e, last but not least, l’incapacità di corrispondere agli impegni comunemente assunti da tutte le nazioni sul mitigamento climatico. A questo è possibile porre rimedio. Ma occorre la volontà politica di riequilibrare e invertire lo scontro di potere tra il diritto del lavoro e i diritti della proprietà attraverso misure idonee. Con l’avvertenza che non sarà cosa semplice se la volontà riformatrice non si accompagnerà a una contestuale democratizzazione dell’economia, in cui è coinvolto anche il risparmio dei lavoratori, attraverso i loro fondi pensione.

L’Europa, da parte sua, avrebbe tutte le risorse umane, storiche, scientifiche e tecnologiche per diventare la capofila di tale inversione culturale. Il suo problema è non riuscire ad affrancarsi dal suo carattere intergovernativo, a superare le diffidenze reciproche per costruire, sia pure con gradualità, una vera unione politica. 

L’Italia, a sua volta, ha bisogno di importanti riforme di struttura. Riforme che non costano ma richiedono un quadro politico idoneo a realizzarle. Penso che una di queste riforme, direi una delle principali, sia l’attuazione della Costituzione in tema di rappresentanza sindacale, al fine di conferire efficacia erga omnes (valenza generale) agli atti compiuti in rappresentanza dei lavoratori dalle coalizioni sindacali maggiormente rappresentative – e di conseguenza sottoposte a regole di legge sulla loro effettiva rappresentatività, sulla trasparenza del loro funzionamento, a partire del finanziamento, sulla loro democrazia interna. Un cambiamento di tale portata implica un impegno enorme per il sindacato confederale. Ma credo sia l’unica strada per continuare a esistere come protagonista. E questo è l’unico modo, insieme alla riforma della società per azioni e l’adozione del sistema di governance duale, per dare spazio vero agli stakeholders, ridimensionando quello degli shareholders. Per dare spazio cioè a una società più giusta ed equilibrata, resistente alle sirene del rinato populismo di estrema destra.

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