Call of Duty

Oggi mio figlio Lorenzo mi ha spiegato Call of Duty. Per chi non lo sapesse, come me prima della spiegazione, si tratta di un Cult dei Video Game. Nato come genere “sparatutto” si è evoluto nel tempo fino a diventare nell’ultima versione un “Walk trought”, che io traduco liberamente in : “procedere — attraversare”.
Breve premessa, Lorenzo è uno dei tanti studenti che quest’anno ha fatto l’esame di terza media. Tenete bene a mente questo particolare poichè sarà determinante.
Call of Duty infatti è ambientato nella seconda guerra mondiale, argomento fondamentale del programma di storia, ed è una vera e propria immersione nella storia. Lo capisco da come Lorenzo ne parla, fa riferimento a date e fatti precisi come lo sbarco in Normandia, la liberazione di Parigi dai nazisti, l’ingresso nei campi di concentramento, le armi usate, nomi di generali amici e nemici. Ma la cosa che mi colpisce maggiormente del racconto di Lorenzo è quando usa il “noi” per descrivere quello che succede a lui e gli altri compagni di avventura. Nel gioco infatti Lorenzo è un soldato americano e insieme ad altri soldati prende parte alle varie missioni. Quel ”noi” è emblematico di tutto il concreto e reale coinvolgimento di Lorenzo nella storia del gioco. Mi viene spontaneo pensare a quante volte avrà sentito di quelle stesse vicende nelle lezioni di storia a scuola. Quante volte ho cercato invano, durante il periodo scolastico, di “ripassare” insieme a lui un po di storia, parlare proprio di quei fatti, riordinare le date, le fasi… Mi tornano alla mente i titoli dei paragrafi del libro di storia: “Le cause” che portano alla seconda guerra mondiale, le alleanze eccetera eccetera. E adesso proprio quel Lorenzo che svicolava annoiato tra tutte quelle domande scolastiche, mi racconta quei fatti con una viva luce negli occhi e un totale coinvolgimento. La fine del gioco è ambientata in un campo di concentramento. E Lorenzo mi racconta di cosa lui e i suoi compagni “hanno visto” in quel campo. I prigionieri uccisi, i documenti bruciati dai nemici, le baracche, l’orrore. E’ sinceramente emozionato quando mi racconta di come ritrovano e liberano un loro compagno ebreo che era stato fatto prigioniero, E’ questo il punto… è cambiato l’alfabeto, è cambiato il codice con cui questi ragazzi comunicano. Loro per studiarla la storia hanno bisogno di viverla anche se solo artificialmente attraverso un video gioco. Forse è arrivato il momento che la scuola parli anche con il linguaggio del video gioco, è arrivato il momento che il professore metta da parte il libro ed entri con i suoi studenti nell’esercito alleato per liberare l’Europa dalla minaccia Nazista, guidi i suoi studenti dentro le battaglie, ripercorra i luoghi, i giorni della storia. Insomma invece di spiegarla la storia dovrà riviverla. E noi genitori? Con quale codice dovremo dialogare con i nostri figli? In quale video game dovremo combattere le nostre battaglie.

Guglielmo Pernaselci

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