Anno maledetto – Isole, non isolati

 

Il 2020 sarà ricordato probabilmente come l’anno maledetto a causa della pandemia da Covid 19; indubbiamente siamo di fronte ad una calamità inaspettata che ha messo e sta mettendo a nudo tutta la fragilità della civiltà attuale. Un milione e trecentomila morti nel mondo, ma considerando che in molti paesi i dati non sono rilevati, la cifra può essere raddoppiata, e non è ancora finita!
Personalmente ho anche un altro motivo per maledire quest’anno: se ne sono andati musicisti che ho ammirato, seguito, che mi hanno emozionato.
Peter Green, chitarrista inglese, nasce a Londra nel 1946, a vent’anni viene chiamato a sostituire Eric Clapton (!) nella blues band di John Mayall con cui incide il disco A Hard Road; un anno dopo fonda il gruppo Fleetwood Mac, arriva il successo: brani come Albatross e Black Magic Woman fanno conoscere i Fleetwood Mac e Peter Green al mondo intero.
Peter, di natura schiva, timida, non riesce a gestire il successo e la popolarità che gli piovono addosso, si rifugia nell’uso di droghe, soprattutto Lsd, da cui non riuscirà più ad uscire, fino al necessario ricovero in ospedale psichiatrico nel 1977.
Dopo anni di cure, ritorna a suonare dando vita al gruppo Peter Green Splinter Group con cui incide otto album fino al 2003.
È morto a luglio a 73 anni, nel sonno; se n’è andato in punta di piedi, com’è vissuto…
Tecnicamente viene riconosciuto come un maestro dell’interpretazione timbrica; parsimonia di note, uso delle pause e timing disinvolto e personale, si accoppiano con il timbro pulito, ma pieno della sua Gibson Les Paul del 1959.

Edward Lodewijk Van Halen nasce a Nimega nei paesi Bassi nel 1955, ma all’età di sette anni la sua famiglia si trasferisce negli U.S.A. a Pasadena, nei pressi di Los Angeles; il giovane Eddie si divide tra due passioni: il calcio e la musica studiando pianoforte e batteria, ma a dodici anni, con la complicità del fratello maggiore Alex, scoppia l’amore per la chitarra.
I due fratelli nel 1972 fondano il loro gruppo che dopo tre anni si chiamerà Van Halen insieme con Michael Anthony al basso e David Lee Roth voce solista.
Il resto è la storia di un successo planetario fatto di musica, esibizioni acrobatiche, virtuosismo di Eddie, personalità straripante di David Lee; Brani come Jump! fanno il giro del mondo e proiettano i Van Halen in cima alle classifiche dei dischi più venduti.
Eddie si sposa, ha un figlio, Wolfgang, si sottopone ad un complicato intervento all’anca per una necrosi causata dalle ripetute acrobazie sui palchi; nel 2000 gli viene diagnosticato un cancro alla gola e gli viene asportata parte della lingua, entra in clinica per disintossicarsi da droghe ed alcool di cui fa uso da anni; divorzia, si risposa nel 2008 ormai completamente disintossicato. Il cancro si ripresenta e nell’ottobre scorso muore a 65 anni.
Van Halen deve molto della sua fama soprattutto tra i chitarristi, per l’uso del “tapping”, una tecnica particolare in cui la mano destra percuote le corde sulla tastiera ottenendo successioni di note altrimenti impossibili; per amore di verità, Eddie non fu l’inventore del tapping: esempi di tale tecnica ci sono già negli anni ’30, anche se poco conosciuti; ma nel 1965 un medico lucano, chitarrista autodidatta, compare in televisione esibendosi alla chitarra sfoggiando una totale padronanza del tapping!

A parte queste particolarità da discoteche (quando le discoteche erano i negozi di dischi, e non ci si ballava…), Eddie Van Halen ha portato il tapping alla notorietà globale inducendo legioni di giovani chitarristi ad usare e talvolta abusare di tale tecnica. Guardare questo video in cui Eddie & company, ormai sessantenni, si esibiscono con l’energia e l’entusiasmo da fare invidia a ventenni, fa capire meglio di tante parole di cosa si parla!

A mio parere, la grandezza di Eddie Van Halen come strumentista sta soprattutto nella sua abilità ritmica, nel modo in cui accompagna la voce di David Lee Roth, nell’uso di accordi “aperti” per sopperire alla mancanza di tastiere nel gruppo. Questa abilità la si può cogliere nel loro brano più famoso, Jump!

Torino anni ’80, in un’aula del Conservatorio un docente che aveva confuso l’autorevolezza con l’autoritarismo, sgrida urlando un giovane studente alla fine di un esercizio; entra nell’aula un uomo decisamente autorevole, e chiede al ragazzo di ripetere l’esercizio, e alla fine si rivolge al docente: “A me sembra molto bravo, perché lo sgrida in quel modo?”.
L’uomo era John Cage, il ragazzo era Ezio Bosso.
Ezio Bosso, nato a Torino nel 1971, è stato uno dei musicisti più prolifici ed influenti della nostra epoca; ma soprattutto è sato una persona speciale: già chiamato ad esibirsi come pianista in Francia a sedici anni, ha diretto o collaborato con le principali orchestre ed istituzioni musicali europee e mondiali, ma forse non tutti sanno che agli inizi, Ezio debuttò con la musica rock-pop: fece parte del complesso “Statuto” suonando il basso!
Nel 2011 si sottopone ad un intervento di neoplasia cerebrale, ma gli viene diagnosticata anche una sindrome neuropatica degenerativa autoimmune, in pratica una malattia cerebrale degenerativa non curabile.
Non si da per vinto, continua a suonare e a dirigere in tutto il mondo, affrontando difficoltà motorie sempre maggiori con enorme coraggio, ma con grande serenità e dolcezza.
Nel 2019 si deve arrendere alla malattia, non può più suonare ai livelli cui ci aveva abituato, smette di fare concerti e registrazioni, ma non di essere ambasciatore e divulgatore di musica e scienza della vita.
La lezione che Ezio amava ripetere era che la musica è una metafora della vita e le persone sono gli orchestrali: l’unico modo di essere è insieme, senza sciocchi rancori, avendo la consapevolezza di eseguire lo stesso spartito.

Non posso permettermi notazioni tecniche sulle capacità di Ezio, ma vorrei suggerire di dirigere l’attenzione sulle doti interpretative del pianista Bosso, il tocco dinamico, l’uso del tempo, anche quando la crudele malattia ostacolava la perfezione formale.
Grazie Ezio, per la Tua Musica e per il Tuo Insegnamento!

Stefano D’Orazio nasce a Roma nel 1948 nel quartiere di Monteverde, frequenta il liceo classico Manara e suona la batteria in un gruppo chiamato Sunshines, suonano solo pezzi strumentali perché non hanno l’impianto voci. Così ho conosciuto Stefano, stesso liceo, stesso quartiere, stessa musica. Abbiamo suonato insieme qualche volta, nelle buie e fumose cantine disseminate un po’ dappertutto, e già allora era un palmo sopra gli altri: preciso, attento, meticoloso, anche pignolo.
Dopo anni di gavetta romana fatta di gruppi beat (Naufraghi, Pataxo & Others, Il Punto) e comparsate cinematografiche, nel 1971 viene chiamato a sostituire Valerio Negrini batterista dei Pooh, resta con i Pooh fino al 2009 quando il gruppo ufficialmente si scioglie.
Stefano continua in modo anche frenetico a lavorare nel mondo musicale, colonne sonore, musicals, canzoni, collaborazioni con i vecchi amici ex Pooh fino a marzo 2020 quando insieme a Roby Facchinetti scrive la canzone “Rinascerò, Rinascerai” dedicata a Bergamo colpita duramente dall’epidemia Covid 19, devolvendone i proventi all’ospedale S. Giovanni XXIII.

Stefano, già provato dalla lotta contro una forma leucemica, viene contagiato dal virus Covid, e dieci giorni fa la sua energia, la sua forza, si devono arrendere e Stefano ci lascia.

Quattro musicisti, quattro persone totalmente diverse tra loro: l’introverso, il vulcanico, il raffinato, il musicista infaticabile interprete dei sentimenti migliori della gente, li ho voluti mettere insieme, come sarebbe piaciuto ad Ezio Bosso.
Perché ognuno è un’isola a sé, ma fa parte di un grande arcipelago di cui condivide il destino.

Massimo Rossi

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