Tokyo 2021 le olimpiadi dell’inquinamento nucleare

L’acronimo UNCLOS forse ai più non dice nulla ma oggi è “inaspettatamente” rimbalzato alla ribalta dei media di tutto il mondo.

L’acronimo secondo il diritto internazionale e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare sta per United Nations Convention on the Law of the Sea.

Come dice Greenpeace “nel ventunesimo secolo, con il Pianeta e in particolare gli oceani del mondo che affrontano numerose sfide e minacce, è un oltraggio che il governo giapponese e TEPCO pensino di poter giustificare lo scarico deliberato di rifiuti nucleari nell’Oceano Pacifico”.

A dieci anni dall’incidente nucleare, i reattori danneggiati devono ancora essere costantemente raffreddati e per farlo è necessaria dell’acqua.

Moltissima acqua: circa 140 tonnellate al giorno. Che una volta utilizzata, malgrado i trattamenti, resta contaminata. 

Invece di usare “la migliore tecnologia esistente per minimizzare i rischi di esposizione a radiazioni, immagazzinando l’acqua a lungo termine e trattandola adeguatamente per ridurre la contaminazione si è deciso di optare per la scelta più economica, scaricando l’acqua nell’Oceano Pacifico”!

Tutto ciò rischia semplicemente di entrare nella catena alimentare provocando danni genetici incalcolabili.

Il Giappone ha appena annunciato che rilascerà in mare più di 1 milione di tonnellate di acqua contaminata dalla centrale nucleare di Fukushima distrutta per ottenerne la sua ripresa. 

Ma mentre l’operatore dell’impianto, Tokyo Electric Power [Tepco], e funzionari governativi minimizzano gli impatti negativi il regolatore nucleare giapponese sta per emettere un “ordine di azione correttivo” che vieterebbe alla Tokyo Electric Power (Tepco) di trasportare nuovo combustibile di uranio alla sua centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa nella prefettura di Niigata o di caricare barre di combustibile nei suoi reattori, come riportato da The Guardian.

Come se non bastasse l’annuncio del governo giapponese ha suscitato l’irritazione anche dei paesi vicini, a cominciare da Cina e Corea del Sud. Pechino, preoccupata per la sicurezza pubblica e ambientale, ha definito «estremamente irresponsabile» il Giappone, che non ha consultato gli altri paesi stranieri.

E non si escludono azioni che possano incrinare i rapporti diplomatici già compromessi tra Cina e Usa.

Senza dimenticare su di un’altro pericoloso versante la stessa Cina ha condotto segretamente test nucleari con potere esplosivo molto basso, nonostante un accordo internazionale che vieta espressamente qualsiasi test nucleare.

Lo ha scritto il Wall Street Journal citando un rapporto del dipartimento di Stato Usa sul controllo degli armamenti non ancora pubblicato.

Un altro fattore che alimenta i sospetti  è l’interruzione negli ultimi anni della trasmissione di dati dalle stazioni che monitorano il territorio cinese e che sono designate a rilevare emissioni radioattive e scosse sismiche.

Sul versante americano non sono arrivate critiche al piano del governo giapponese forse immemori dell’enorme sarcofago costruito proprio dagli americani per seppellire la spazzatura radioattiva dei loro test nucleari nel Pacifico che si sta inesorabilmente sfaldando.

Il sarcofago fu fatto costruire per risolvere il problema del terreno altamente radioattivo, conseguenza degli esperimenti nucleari condotti nel Pacifico dagli Stati Uniti, tra il 1946 e il 1962, sulle isole Bikini e Rongelap – dove sono esplose in atmosfera oltre 100 bombe nucleari

Gli Usa sfruttarono il cratere Cactus, sull’isola Runit.

A sua volta frutto di un test nucleare, il cratere del diametro di 115 metri venne usato come discarica per 111.000 metri cubi di terra “raschiata” via dalle due isole.

Un lavoro ciclopico che richiese tre anni di lavoro e 250 miliardi di dollari dell’epoca.

Da alcuni anni a questa parte la struttura dà però segni di cedimento, intaccata nella sua integrità dall’età e dall’umidità. Analisi eseguite dal Governo Usa nel 2013 avevano appurato che parte del materiale radioattivo finisce nello strato poroso sottostante, le rocce dell’atollo corallino, e poi in mare, esponendo l’atollo e quell’intera regione del Pacifico a un altissimo rischio di contaminazione radioattiva.

Ma cosa accade sull’altro capo del filo sovietico?

Il cimitero dei sottomarini russi sull’artico sono ancora lì a ricordarci un tragico gioco che vale sei Hiroshima e mezzo..

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