Partire dal Recovery Plan per arrivare ad una svolta nella gestione democratica dell’economia

Superata la fase acuta del lockdown in Italia, si lavora ai piani di ripresa produttiva il più velocemente possibile, volendone imprimere anzi una linea innovativa. Sempre non dimenticando però che occorre dare risposte immediate alle vecchie e sopravvenute sofferenze sociali dovute, queste ultime, alla drastica riduzione dell’attività produttiva.

Un compito veramente immane e non di breve momento per il quale non sono sufficienti le pur necessarie imponenti misure finanziarie, ma che richiederà il concorso fattivo e solidale, non solo a livello europeo che sembra dare finalmente segnali positivi e non autolesionistici, come sinora avvenuto con le politiche della cosiddetta “deflazione risanatrice” o della “austerità espansionistica”, due nomi per la stessa cosa.

Una vecchia concezione che risale al “punto di vista del Tesoro” britannico nella crisi degli anni Trenta; contestata, come noto, da John Maynard Keynes, ma ritornata in vigore con l’insorgenza del neoliberismo degli anni ottanta sino ad oggi.
Che sia rimasto in auge, malgrado le “dure repliche” della logica e soprattutto della storia, conferma che dietro i paradigmi economici e la loro affermazione non sono certo estranei corposi interessi esterni.

E’ stato acutamente affermato che mentre il fenomeno (deleterio) dell’imperialismo delle scienze è un problema di sociologia delle scienze, quello dell’economia è un problema di sociologia del potere.
Non bastano le imponenti misure di finanziamento, ma occorre la consapevolezza di uno sforzo comune e solidale di tutti, e il contributo progressivo da parte di chi dispone di maggiori possibilità; nello spirito della nostra Costituzione.

E’ purtroppo noto, da esperienze anche meno tragiche dell’attuale, che le crisi economiche hanno effetti sociali differenziati, colpendo i più deboli ed accentuando le diseguaglianze nelle sue varie dimensioni.
Tanto per fare un esempio sul contributo solidale richiesto, oggi, la priorità dell’occupazione e delle stesse condizioni di lavoro per la dignità della persona, deve far premio rispetto al profitto e ai dividendi. Alcune aziende hanno fatto questa scelta, saggia e opportuna che dovrebbe essere generalizzata.

Evitare la catastrofe occupazionale e quindi anche della domanda aggregata, come Keynes insegna, oltre che ad una imprenscindibile esigenza sociale ed etica, riconosciuta nel secondo dopoguerra grazie al welfare teorizzato e praticato da Beveridge e dalle socialdemocrazie, risponde a una condizione essenziale per una più rapida ripresa economica.

Il premio Nobel per l’economia Lawrence Klein, keynesiano convinto, già negli anni ottanta, di fronte alla complessità della situazione economica, della emergenza della crisi energetica e di altre “strozzature” economiche nel sistema, riteneva essenziale intervenire non solo sul piano della domanda, ma anche su quello dell’offerta aggregate.1*

Il lato della domanda, come è noto, è costituito, sul piano interno dalla spesa privata e pubblica per consumi e investimenti, e sul piano esterno dalle esportazioni.
Mentre per queste ultime molto dipende dalle decisioni estere e dalla situazione internazionale, purtroppo oggi non brillante, sul piano interno molto di più si può e si deve fare con la massima coordinazione e cooperazione.

1 Lawrence Klein, La teoria dell’offerta e della domanda, Giuffrè, Milano 1983. Dalla introduzione di Federico Caffè che ne curò anche la traduzione: «Questa [la domanda] sarà sempre un ingrediente necessario di ogni politica economica; ma, allo stesso modo (Klein ritoprna più volte sull’analogia marshalliana) che occorrono due lame perché la forbice funzioni, oggi – a differenza degli anni Tretna, in cui sarebbe stata una perdita di tempo ooccuparsi dell’offerta delle risorse materiali ed umane, che era comuque eccessiva – occorre dedicare attenzione anche ai problemi dell’offerta. Occuparsi dell’offerta, non nel senso “populista” fatto dagli esperti dell’Amministrazione Reagan, significa tenere conto, strutturalmente, di problemi come quelli di carattere demografico, della produttività, dell’energia, della regolazione, dell’ambiente, dell’alimentazione. Problemi che non potrebbero essere affrontati solo dal lato della domanda e che richiedono di tener conto delle complesse relazioni interindustriali [con adattamenti]».

E la stessa intelligente cooperazione vale per l’intervento sul lato dell’offerta che tenga conto delle complesse relazioni interindustriali e non solo di singole filiere produttive e perché ci sia adeguata corrispondenza con la domanda evitando strozzature e tensioni sul mercato.
Interventi mirati e selettivi sui due piani, dunque, se si vuole veramente, come si dice, imprimere una direzione nuova allo sviluppo produttivo.
Ma va superato un equivoco: non c’è solo la questione degli investimenti industriali e infrastrutturali, c’è tutto il problema del terziario, molto del quale è intimamente connesso con la produzione industriale, e quello che riguarda specificatamente servizi sociali e l’Amministrazione pubblica.
A tale riguardo non basta rivedere normative e fornire le adeguate attrezzature, occorre riportare in onore questo lavoro e retribuirlo adeguatamente: il caso della scuola e della sanità è drammaticamente davanti agli occhi.

Ma tutto questo è possibile lasciarlo alle singole e autonome scelte private, senza un’adeguata coordinazione e un indirizzo generale ?

In un mio precedente articolo su questo sito ricordavo l’invito appassionato di Federico Caffè a riconoscere il «nuovo modello di sviluppo» nella nostra Costituzione. Nella Prima parte – diceva – si trova la sua ispirazione «ideale», mentre per i contenuti «tecnici» rinviava ai lavori della Commissione economica per la Costituente. 2*

E’ appena il caso di ricordare che l’art. 41, al primo e al secondo comma, afferma che «L’iniziativa privata è libera», ma che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»; mentre al terzo comma recita: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».
Una programmazione, dunque, non solo costruita “tecnicamente” a tavolino quanto costruita sulle esigenze reali delle gente comune e che per questo veda la più ampia convinta partecipazione delle forze sociali e a livello territoriale; partecipazione comunque necessaria per la sua effettiva realizzazione.
L’art. 47 della Costituzione recita, al primo comma: «La legge incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito». E’ del tutto evidente la congruenza di questo articolo con il precedente sopra citato; in coerenza daltronde con quei lavori della Commissione economica della Costituente ricordati in nota.
E’ la politica che deve cavalcare l’economia e questa deve essere messa al servizio di quei «fini sociali» che la stessa Costituzione in abbondanza delinea. A cominciare dalla piena e dignitosa occupazione nel rispetto della persona umana.
E purtroppo, su questo piano, non poche sono le responsabilità degli economisti e dei politici che hanno per larga parte raccolto acriticamente l’ «eredità avvelenata» di Hayek e Friedman, come denunciò Samuelson dopo la crisi del 2008.
Ma non meno responsabilità attiene ai giuslavoristi che, progressivamente, si sono sempre più fatti carico delle «ragioni» aziendali a detrimento di quelle dei lavoratori, dimenticando la loro ragione professionale che risiede innanzitutto nella tutela della parte contraente più debole: così è nato il diritto del lavoro, per non parlare di quello sindacale.

2 «[…] In breve il “modello di sviluppo” che emerge dagli studi della Commissione economica non coincide con una liberalizzazione senza programmazione, come si è poi di fatto verificato. Prospetta bensì un’economia protesa verso il ripudio del restrizionismo autarchico e la riconquista della libertà degli scambi; ma, proprio in vista del ripristino di margini adeguati di concorrenzialità, fa affidamento su un valido apporto di infrastrutture, su idonee misure antimonopolistiche, sull’imbrigliamento del credito in funzione della programmazione. Non è di certo un’economia che edifichi lo sviluppo degli scambi internazionali sui bassi salari quella che viene delineata negli studi della Commissione economica, quando siano considerati nella loro coerente unità, e non attraverso enucleazioni di comodo». (F. Caffè, “Storia e impegno civile nell’opera di Giovanni Demaria”, In Tullio Biagiotti, Giampiero Franco (eds), Pioneering Economics: International Essays in Honour of Giovanni Demaria, Cedam, Pavia 1978, pp. 184- 189).

Non esiste un problema di produzione che non sia anche e contemporaneamente un problema di distribuzione e non esiste un problema di distribuzione che non sia anche un problema di equa distribuzione, che si possa rinviare a un «secondo tempo» che non arriva mai.

Non c’è solo il problema di far sorgere imprese produttive ma anche di come farle crescere e sviluppare; soprattutto oggi non si può evadere il problema della partecipazione dei lavoratori pur prevista dal Costituzione e rimasto da sempre insoluto in Italia e in grave ritardo rispetto ad esperienze di altri paesi. 3*

Tanto più oggi, perché le nuove tecnologie, per il loro miglior utilizzo e adattamento alle concrete realtà aziendali, richiedono la massima e intelligente partecipazione di coloro che le gestiscono. Ritengo che questa storica arretratezza sia una delle cause principali della nostra inaccettabile bassa produttività, insieme allo «sciopero» degli investimenti innovativi da parte imprenditoriale.

Non solo quindi un Recovery plan ma insieme anche un Reform Plan, che è stata a ben vedere la vera lezione del New Deal purtroppo in Italia poco conosciuto e talvolta sottovalutato come ogni politica veramente riformista. 4*

E’ tempo che lo Stato faccia un deciso passo in avanti nel campo economico dopo averne fatto troppi indietro. Di recente, Romano Prodi ha giustamente chiesto che, in caso di sostanzioso intervento statale a favore di grandi imprese, è del tutto legittima la partecipazione azionaria dello Stato perché ci sia un controllo che quegli aiuti pubblici siano coerentemente utilizzati.

Così non si vede, ad esempio, perché, dopo aver investito cospicue risorse nel salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, e in un momento di emergenza come l’attuale, lo Stato debba uscirne di corsa.
E perché, al contrario di quanto avviene in altri Paesi, l’Italia non possa disporre di una presenza pubblica in un comparto centrale per la vita economica nazionale.

Considerando, inoltre, le non poche discutibili gestioni riscontrate nel comparto e che, in generale, la massimizzazione del profitto e tanto più del “valore” azionario, qui e subito, con le correlate stok options al management, mal si attagliano ad una sana e prudente gestione bancaria, perchè quelle massimizzazioni sono legate all’assunzione di sempre maggiori rischi.

E non si vede perché, se si vuole imboccare una via nuova, come si sente continuamente ripetere, non si debba affrontare finalmente anche il tema della partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale.
Non si tratta solo di una questione meramente economica ma di democrazia tout court.

Il filosofo Guido Calogero ha scritto, con l’acutezza che lo contraddistingue, che «la più solida democrazia è fondata sulla pluralità delle democrazie». E cioè quella aziendale, economica, sociale e politica, solidali tra di loro. Mentre Norberto Bobbio constatava, sua volta, che la democrazia si era fermata sulla soglia delle aziende.

Questa pluralità è l’unica risposta ai pericoli sia del Leviatano dello Stato, sia di quello delle multinazionali. Roosevelt le considerava il «despota del XX ° secolo», e si alleò con il sindacato per superare quelle resistenze alle riforme sociali.

3  Mi permetto di far richiamo al volume da me curato: I consigli di gestione e la democrazia industriale e sociale in Italia. Storia e prospettive, Ediesse Roma, 2014. Emerge come storicamente tale questione abbia sempre incontrato in Italia una certa immaturità da parte sindacale, che oggi sembra superata, e delle sinistre, seppure con articolazioni diverse, ma soprattutto la feroce avversità da parte padronale che si manifestò in modo particolarmente violenta nel primo e nel secondo dopoguerra con diffide della Confindustria del tempo; a Giovanni Giolitti a non dar corso alla legge da lui promessa alla Cgil sulla partecipazione operaia, dopo l’occupazione delle fabbriche del 1919; e poi, con motivazione sostanzialmente uguale («l’azienda è un sistema monarchico»), ad Alcide De Gasperi perché non desse corso alla legge Morandi.
4  Mi permetto ancora il riferimento ad un volume curato con Maria Paola Del Rossi, Franklin D. Roosevelt, Guardare al futuro. La politica contro l’inerzia della crisi, Castelvecchi, Roma 2018. Il volume, con prefazione di James Galbraith, pubblica di Franklin D. Roosevelt, Looking forward, John Day, New York, 1933. Il volume riporta tutti i discorsi della prima campagna elettorale di Roosevelt che lo portò alla Presidenza e nei quali si trovano tutto lo spirito e i contenuti del New Deal.

 E noi oggi, anche a maggior ragione possiamo riconoscere il «despota» del XXI° secolo.

In un intervento precedente, su questo sito, Nicoletta Rocchi, ex segretaria nazionale della Cgil, propone l’adozione del sistema di governance aziendale cosiddetto «duale». Un sistema utilizzato in altri paesi, innanzitutto nella Germania, e previsto dalla normativa comunitaria sia per le aziende private, a partecipazione statale e in forma cooperativa, nei vari settori produttivi compreso quello bancario. Un sistema che prevede, come è noto un Consiglio di sorveglianza dedicato alle questioni di strategia aziendale con la presenza del sindacato e un Consiglio di Amministrazione dedicato alla gestione corrente, composto esclusivamente da manager indicati dalla proprietà.

Non è una proposta rivoluzionaria e «comunista», è solo un proposta di intelligente riforma del «sistema economico in cui viviamo», per dirla con Keynes; quel tipo di proposte che, purtroppo, ha sempre lasciato in sconsolata «solitudine» ogni vero riformista.
Si parla di nuovo, come ad ogni emergenza, di «Patto sociale», ma il sindacato non dovrebbe ripetere le frustranti esperienze precedenti che si conclusero troppe volte con i soliti sacrifici in termini di compressione salariale e di diritti a fronte dei ripetuti condoni, evasioni ed elusioni fiscali malamente contrastate; con la mancanza di adeguate forme di tutela del risparmio lasciato alle lusinghe del cosiddetto «risparmio gestito» e con il mancato incoraggiamento all’investimento popolare nei grandi gruppi industriali, favorendo il sistema della public company – così sottraendoli alla gestione avida di tante famiglie ormai ben lontane dallo spirito dei fondatori – e il mancato incoraggiamento all’investimento di carattere etico; la mancata attivazione di politiche di abitazione popolare e di assistenza alle famiglie; con l’aver trascurato le opportunità di «riservare o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio che abbiano carattere di preminente interesse generale» (art. 43 Cost.); con l’assenza di politiche attive del lavoro, mai perseguite in Italia: a proposito che fine hanno fatto i centri per l’impiego?; con la mancata estensione dei diritti al lavoro indipendente, nonostante giaccia presso il Parlamento un disegno di legge popolare che recepisce la «Carta universale dei diritti dei lavoratori», elaborata dalla Cgil.

Occorre una riconquistata socialità tornando al welfare universale, contrastando quello aziendale del «si salvi chi può», mentre ancora una volta la realtà dimostra quanto questo sia illusorio oltre che socialmente inaccettabile. Riconquistando insieme, da parte sindacale, una forte confederalità, necessaria anche ai fini quella auspicata democrazia industriale.

Riduzione delle molte diseguaglianze e ampliamento della partecipazione democratica nella libertà e nel rispetto della dignità di ogni persona, sono i criteri con cui valutare ogni provvedimento di politica e di riforma economica e sociale e la via più sicura per costruire «un mondo in cui lo sviluppo civile e sociale non sia il sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito».

Anche questa è una lezione di Federico Caffè.

 

                                                                                                                      Giuseppe Amari

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