Serena vive, e la giustizia?

Quello che scuote in questa vicenda è il silenzio di una comunità colpita nella sua anima più vera e profonda.

Una povera ragazza con il suo piccolo fardello di valori ha cercato disperatamente una luce, una verità scomoda proprio dentro un buio labirinto di poteri indecenti e inconfessabili. 

L’incapacità di raccogliere giustizia  diviene perciò metodo di gestione del potere. L’indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è il tappo che tiene chiusa la bottiglia che attraversa questo oscuro mare di omertà e menzogna. Criminalità e poteri abbracciati sopra un’unica zattera giungono per ora in un isola chiamata vergogna. 

Ecco perchè questa comunità non deve lasciare da sola la famiglia di Serena. 

La violenza disumana compiuta su questa piccola donna è servita solamente a nascondere una grande peste che sta colpendo questa terra. 

E’ ora di  dire basta.

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10 marzo 2016

di Guglielmo Pernaselci

Se dovessimo citare la data 7 ottobre 1492, tutti, perfino qualche ministro della cultura di questo paese, penserebbe a Cristoforo Colombo e alla scoperta delle Indie. Che poi sarebbero state le Americhe. Ma quel famigerato 7 ottobre del 1492, nessuno, a parte i protagonisti dell’impresa, si erano accorti di quello che era accaduto. L’orologio della storia umana aveva fatto un bel “Tac” e da quel momento in poi il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Da quel momento si sarebbero innescati cambiamenti a catena come in una reazione atomica, inarrestabile, irreversibile, che avrebbe finito col cambiare la vita di tutti nei secoli a venire. Le Americhe stavano lì da sempre, eppure, il fatto che la loro esistenza fosse entrata a far parte della conoscenza dell’umanità proprio in quel momento storico, 7 ottobre del 1492, ne ha determinato la portata storica e rivoluzionaria nella vita dell’uomo. 

Altre date potremmo citare come importanti nel destino dell’umanità, ma quella del 7 ottobre 1492 fa sentire il suo Tac ancora oggi, come una eco che si propaga nei secoli a venire.

Ma se ora vi dovessi citare il 10 marzo 2016?

Credo che ben pochi sentirebbero un enorme Tac provenire da quella data. Eppure potremmo essere ancora più precisi : 10 marzo 2016 ore 15.45 , Four Seasons Hotel di Seoul .

Di quell’evento non c’è traccia sui Tg nazionali, un articolo su La Repubblica e su il Post, mentre nel mondo  80 milioni di persone (di 60 milioni di cinesi) seguirono l’evento sulle televisioni nazionali e in diretta streaming.

In quel momento il software AlphaGo creato dal team di Google Deep Mind elaborava la mossa 37 nella partita di Go contro il campione mondiale Lee Sedol.

Quella mossa era la prova che un programma di AI era riuscito, per la prima volta, ad inventare una soluzione in modo assolutamente creativo all’interno delle strategie del gioco del Go, un gioco dalla tradizione millenaria e tra i più complessi e imprevedibili creati dall’uomo. 

Quel Tac della pedina posizionata sulla scacchiera da AlphaGO rappresentava il vero inizio della AI. 

Rispetto ai suoi predecessori che si erano cimentati nel gioco degli scacchi, AlphaGo rappresentava un modello assolutamente nuovo.

Infatti se per gli scacchi si poteva basare la forza del software sulla grande capacità di calcolo al fine di calcolare tutte le possibili varianti per ogni mossa e quindi trovare sempre la soluzione migliore, per il GO questa strategia era inutile. Il gioco infatti ha un numero praticamente infinito di varianti per ogni mossa e quindi la potenza di calcolo è relativamente inefficace. Bisognava trovare un nuovo modello di AI basato sull’intuizione e sulla capacità “umana” di ragionare. Per questo AlphaGo si basa sulla ricostruzione software delle reti neurali e in pratica sulla rielaborazione software della capacità tutta umana di formulare e valutare ipotesi.

Tutta questa storia è raccontata in uno  stupendo film documentario che potete vedere su You Tube

https://www.youtube.com/watch?v=EfSWcJ_8Jqg&t=15s

Vedere questo documento è come vedere Cristoforo Colombo toccare il suolo di San Salvador. 

A proposito di grandi imprese. Anche in questo caso tutto ha inizio dal genio visionario di un uomo: Demis Hassabis. Anche lui come Colombo non trovava finanziatori per dare vita al primo centro di ricerca pura che si occupasse di elaborare la teoria generale dell’AI. Un investimento senza alcuna assicurazione di rientro economico. Hassabis trovò la sua Isabella in Peter Thiel, co-fondatore di Paypal e primo finanziatore esterno di Facebook. Riuscì a convincerlo parlando con lui, per pochi minuti, di scacchi, in un incontro occasionale in California. Grazie a questo incontro le caravelle di Hassabis iniziarono il loro viaggio e solcarono l’oceano dell’intelligenza artificiale fino ad approdare ad una nuova era che oggi si sta spalancando davanti a noi in tutta la sua vasta potenzialità. 

Un’era in cui le macchine avranno la capacità non solo di elaborare un’enorme quantità di dati, ma anche di analizzarli in modo intelligente. Proprio come nel caso del Go. E, alla fine, le macchine guadagneranno la nostra fiducia perché vedremo che molto, molto spesso fanno ipotesi migliori di quelle che avremmo potuto fare noi come esseri umani.

Dice Harris: “Ciò che mi ha sorpreso di più è stato… che AlphaGo ce lo ha mostrato, quelle mosse che gli esseri umani potrebbero aver pensato fossero creative, erano in realtà convenzionali…Sai, per noi è il culmine di un sogno ventennale.”

Dopo AlphaGo il passo successivo è stato eliminare dal software qualsiasi esperienza umana appresa in precedenza e far “giocare” due AlphaGo tra di loro partendo solo dalle regole del gioco scelto. In pratica AlphaGo autoapprende da se stesso. e il risultato è stato sorprendente. Il nuovo AlphaGo apprendeva dai suoi errori e in poche ore diventava esperto e imbattibile in qualsiasi gioco. 

Il suo nome è AlphaZero.

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Considerazioni sull’Italia calcistica

 

 

 

 

 

di Marco Banchieri

Non sono uno sportivo e chi mi conosce lo sa. Però so guardare le partite in televisione (specialmente quelle della nazionale) e so ascoltare i commenti degli specialisti. Volevo parlare della deludentissima serie di partite al campionato europeo 2024. Devo dire che già dopo il fortunatissimo (e bellissimo) gol al 94 con la Croazia che ci ha portato agli ottavi di finale ho pensato che tanto ci avrebbero buttato fuori. Purtroppo ho indovinato, ma non era difficile.
Dai commenti che ho sentito fatti dagli esperti, la colpa è equamente divisa tra CT e giocatori. Tutti erano concordi nel dire che Spalletti è un ottimo alenatore, ma di squadre di club, non di nazionali. Non per niente ha portato il Napoli allo scudetto. Ma fare il selezionatore della nazionale, dicono, è molto diverso. Quello che posso intuire io (dall’alto della mia ignoranza) è che in un club vivi con una rosa di giocatori che puoi arrivare a conoscere perfettamente e dei quali puoi comprendere lati positivi e negativi e tentare di correggere i negativi mediante i tuoi insegnamenti. Nella nazionale, invece, non è così. Puoi scegliere i giocatori da portarti dietro, ma basandosi soltanto su come si sono comportati durante il campionato, nel ruolo, co la squadra e gli allenatori abituali.
Una volta che hai scelto i giocatori e li hai portati al ritiro devo costruire una squadra. Una cosa che ha detto Spalletti è che lui ha avuto in carico la squadra 10 mesi fa dopo che Mancini ha dato forfait per andare in Arabia Saudita. Quindi non ha avuto il tempo di costruire quello spirito di squadra visto che poteva lavorare sui giocatori durante le pause del campionato. Vero, però avrebbe molto aiutato se avesse studiato un piano di attacco (formazione) basato sui giocatori disponibili e non infortunati nei ruoli a loro congeniali, con moduli precisi e stabiliti. Una impressione che ho avuto guardando le partite, visto che il Ct ha cambiato i moduli anche in corso di partita, è che i giocatori che quasi per caso ricevevano la palla (quella che si chiama pressione sull’avversario tranne qualche raro momento era inesistente e se ricevevamo la palla era per un errore degli avversari) il giocatore si guardasse intorno e si domandasse che modulo doveva seguire, a chi doveva passare la palla, che ci doveva fare, insomma, quasi che si chiedesse che ci faceva lì.
Certo è facile dire che Spalletti deve dimettersi e forse avrebbe un senso. Certo un eventuale nuovo CT dovrebbe rivedere l’intera formazione, le strategie di gioco e dovrebbe insegnare ai giocatori che giocano tutti per la stessa squadra, che i difensori devono difendere il portiere (Donnarumma è stato spettacolare, ma quando veniva attaccato dai giocatori avversari era da solo, mentre ad esempio la Svizzera se per caso arrivava un giocatore italiano con la palla, stringeva i difensori a chiusura intorno al portiere per poi ripartire immediatamente appena recuperata la sfera.
Ho sentito dire che il direttore della FIFA deve dimettersi, perchè in fondo è sua la ‘colpa’ della scelta di Spalletti come CT. Inoltre sembra che Gravina anche abbia altre colpe sull’organizzazione dell’intera struttura calcistica che non agevolerebbe il passaggio dalle categorie dei più giovani (Under 17, under 20, ecc) alle categorie superiori di età.
Di lavoro ce n’è da fare e vedremo gli sviluppi futuri. In fondo per i mondiali abbiamo ancora tempo per migliorare. Speriamo che chi ha fatti degli errori capisca dove ha sbagliato e vi ponga rimedio. Come dicevano i latini ‘AD MAIORA!’.

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Maledetta giovinezza

Mentre il fuoco ucraino continua a bruciarci intorno, il vice presidente del consiglio dei ministri Matteo Salvini spara il suo progetto di legge denominato “Istituzione del servizio militare e civile universale territoriale e delega al Governo per la sua disciplina” che si propone l’obiettivo di reintrodurre la leva universale: sei mesi obbligatori per ragazzi e ragazze. Crediamo che i nostri giovani non aspettino altro. 

Qualche tempo fa il ministro della difesa Crosetto si è detto favorevole per i più giovani alla reintroduzione di pene corporali: spaccare pietre o vangare terra o scavare carbone.

Non fosse altro per sottrarli all’insegnamento di cattivi maestri come ad esempio il rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tommaso Montanari. 

Chi non ricorda le parole lapidarie sull’umiliazione pronunciate da Giuseppe Valditara  quale  fattore fondamentale di crescita  ed emancipazione? 

D’altronde era stato proprio il ministro Tajani a ricordare che tra i giovani delle mostre università si è diffuso ormai l’endemico virus radical-chic orrendamente sparso dalla nota sinistra nemica dei cosiddetti celerini.

Per fortuna il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ci ricorda che “nelle campagne c’è bisogno di manodopera. Lavorare nei campi non è mestiere meno nobile di altri. Anzi. Molto meglio che stare sul divano aspettando il Reddito di cittadinanza”.

I giovani non trovano lavoro? Vadano a zappare. L’equazione viene facile anche a Daniela Santanchè. Per lei  il problema è “la sinistra che ha invogliato i giovani a fare i licei” invece degli istituti tecnici”.

La ministra Roccella invece di chiedersi le ragioni del dissenso che facevano da colonna sonora al suo intervento al salone di Torino ha preferito spegnere quella musica proprio per trasformare la cacofonia della  sua proposta politica in ragion di Stato. Ma si sa che la musica dei giovani assomiglia sempre più  a quella tipica di un raduno musicale, organizzato all’insegna della trasgressione come il ministro Piantedosi insegna.

 Per fortuna il soccorso nero è arrivato attraverso le parole di Ignazio La Russa: “Fermate i focolai nelle università prima che diventino incendi”.

Il 25 ottobre del 2022 qualcuno pronuncio queste parole “Penso di conoscere più di altri l’universo dell’impegno giovanile. Una meravigliosa palestra di vita per i ragazzi e le ragazze, indipendentemente dalle idee politiche che sceglieranno di difendere e promuovere. Confesso che difficilmente riuscirò a non provare un moto di simpatia anche per coloro che scenderanno in piazza contro le politiche del nostro governo. Mi torneranno inevitabilmente alla memoria le mille manifestazioni a cui ho partecipato con tanta passione. Senza mai prendere ordini da alcuno. Al famoso ‘Siate folli, siate affamati’, di Steve Jobs, io vorrei aggiungere ‘siate liberi’. Perché è nel libero arbitrio la grandezza dell’essere umano.” . Questi altri non era che il nostro Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza della vita nell’asprezza, il tuo canto squilla e va. Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza del Fascismo è la salvezza per la nostra libertà.

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 Il Premierato in doppiopetto, dal sogno di Almirante a quello della Meloni

 

 

di Ugo Balzametti

Un poco di storia 

La Costituzione non è di destra né di sinistra, è di tutti, è le nostre radici, la nostra storia, il nostro presente e il nostro futuro. 

Sono passati quarant’anni da quando Giorgio Almirante, intervistato da Enzo Biagi, spiegava le motivazioni del suo convinto sostegno, già espresso durante i lavori della Costituente nel 1947, alla revisione della forma di governo in senso presidenzialista.

La necessità è di “liberare il governo dalla servitù della partitocrazia facendo in modo che il presidente del Consiglio non sia tratto dal forcipe dei partiti, ma venga nominato direttamente da un Capo dello Stato eletto a suffragio diretto (G. Almirante)”.      Un obiettivo questo che stava nel DNA della Fiamma tricolore fin dalla prima ora della sua nascita.

Giorgia Meloni, sua erede, dopo aver portato la  destra post-fascista alla guida del governo,   vuole portare l’attacco al cuore  della nostra Carta Costituzionale nata dalla Resistenza.

La leader di Fratelli d’Italia, cresciuta a pane, tricolore e amor di patria, non ha paura di riesumare il vecchio cavallo di battaglia del MSI: il presidenzialismo, ammorbidito ad arte per non entrare in rotta di collisione con il Quirinale.

In campagna elettorale la destra proponeva il presidenzialismo o semipresidenzialismo alla francese. L’opposizione, e anche  parte della stessa maggioranza, ha spinto Giorgia Meloni a passare al piano B  e cioè il premierato.

L’obiettivo  è totalmente ideologico. A prescindere da qualsiasi valutazione istituzionale, tecnica o funzionale, Giorgia Meloni vuole l’elezione diretta del Capo del governo. Il capo dell’esecutivo deve essere eletto dal popolo. E’ un obiettivo  che vuole portare a casa ad ogni costo. 

Il problema di Giorgia Meloni  non è qualche sua gaffe o di qualche membro del suo entourage. Il problema dell’on. Meloni è lei stessa, il suo modo di interpretare il proprio ruolo, il contenuto che lei stessa istintivamente è portata a dargli. 

Non è sufficiente invocare la Patria, il tricolore o urlare dal palco “ io sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana e sono una donna”. Questi valori devono essere vissuti con modalità e atteggiamenti coerenti, con toni giusti, con i fatti. Mentre fuori dall’Italia la premier è riuscita a ritagliarsi un ruolo tutto sommato positivo, nella realtà indigena non riesce a tagliare i ponti con il suo passato. 

Infatti, deride i suoi interlocutori in sede parlamentare, interrompe, alza  i toni per cercare l’applauso della sua parte politica, recrimina sulle vere o presunte passate malefatte degli avversari, mostra pregiudizio e insofferenza verso gli organi di controllo istituzionali (leggi la Corte dei Conti). Sono tutti  aspetti che si manifestano in modo quasi naturale.

Ogni qualvolta qualcuno la contraddice o critica il suo operato le reazioni sono sempre nervose , arroganti tanto che ormai le sue interviste sono sempre senza contradditorio.

Il limite della Presidente del Consiglio è quello di aver difficoltà di rivolgersi al Paese, di parlare a tutti gli italiani anziché solo al popolo che l’ha votata o ai suoi compagni (camerati) di partito. 

Non è un caso che nel suo cerchio magico sono ammesse solo o persone di famiglia o persone  di cui si fida ciecamente, che con lei hanno fatto lo stesso percorso  politico nella famosa sezione romana  del MSI di Colle Oppio.

La madre di tutte le riforme

Il premierato scelto dal Capo del governo è un modello di esecutivo meno appariscente di quello del presidenzialismo o del semipresidenzialismo, ma non certo meno pericoloso per gli equilibri e la limitazione dei poteri propri di una democrazia costituzionale.

Il governo Meloni interviene su punti delicati e decisivi della Costituzione che alterano gli equilibri dei poteri dello Stato, cardine della democrazia,  senza  affrontare in alcun modo il tema  dei cosiddetti  “contrappesi”.

Con la riforma il Presidente  dell’esecutivo verrà eletto a suffragio universale, in un solo turno. Tale elezione  avverrebbe congiuntamente a quella delle due Camere.  Il premier dovrà essere necessariamente un parlamentare.

Giorgia Meloni ha  dato a questo progetto costituzionale un ruolo centrale, l’ha definito  “la madre di tutte le riforme”, non solo per nascondere la pochezza delle politiche di governo, gli scarsi risultati nella politica economica, ma soprattutto per acquisire un risultato che parli alla destra, al suo popolo e abbia lo scopo di far uscire l’Italia dalla Costituzione del 1947, nata  sulle ceneri della tragedia della seconda guerra mondiale e della dittatura fascista.

 La premier  non si sente figlia di questa Costituzione e non può più nascondere la sua aspirazione a realizzare un progetto di democrazia plebiscitaria concentrando tutto il potere nelle sue mani .    Per questo è portata a magnificare il recente risultato delle ultime elezioni politiche, affermando che la maggioranza degli elettori le avrebbe assegnato questo compito.

Questa è una delle tante falsità della destra, affermare che ha ottenuto il 44% dei voti degli italiani. In realtà la destra ha ottenuto il 28% degli aventi diritto al voto perché si è verificato un alto astensionismo avendo votato solo il 63,9% degli italiani e, solo grazie al premio di maggioranza del 15%, ha eletto il 59% dei deputati e senatori.

 Le opposizioni, in questo frangente, non sembrano aver ancora metabolizzato appieno la gravità di questo attacco alla Costituzione e alle regole democratiche. Se continuano a fare una opposizione sterile, Giorgia può dormire sonni tranquilli per lungo tempo. 

L’elezione diretta del premier

Mercoledì 24 aprile scorso la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha terminato l’esame del disegno di legge con cui il governo Meloni ha proposto di modificare la Costituzione, inserendo l’elezione diretta del Presidente del Consiglio (il cosiddetto “premierato”). 

La premier ha sempre affermato che questo modello di esecutivo ha lo scopo di stabilizzare  la vita politica italiana, dopo anni e anni di governi brevi, brevissimi, balneari, di minoranza, governi deboli fin dalla loro nascita che sono stati una caratteristica negativa della democrazia post-fascista.

C’è da  osservare, però, che la stabilità non fa necessariamente rima con buona politica  e benessere diffuso tra i cittadini, così come l’instabilità non si traduce automaticamente in recessione o inefficienza.

Nella sua versione originaria il Ddl costituzionale interveniva su due fronti: l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, e  la cosiddetta “disposizione anti ribaltone”  .

L’elezione diretta del Presidente del Consiglio, contestualmente all’elezione delle due Camere, è una misura che ci fa tornare indietro di qualche anno quando Berlusconi voleva istituzionalizzare il capo della coalizione.

Una simile proposta lega la composizione del Governo alla personalizzazione del Capo dell’esecutivo, incrinando il principio del libero mandato parlamentare punto focale della rappresentanza politica. Con buona pace dell’art. 67 della Costituzione (ogni membro del Parlamento esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato).

Il testo proveniente dalla Commissione parlamentare ha modificato in parte proposta approvata nel novembre dello scorso anno dal Consiglio dei Ministri. 

Questi, in sintesi, i contenuti principali della legge di riforma

  • ELEZIONE DIRETTA: L’articolo 92 della Costituzione sarà sostituito dal seguente: Il governo è composto dal Presidente del Consiglio e dai ministri, che insieme costituiscono il Consiglio dei ministri. Il Presidente del Consiglio sarà eletto tramite suffragio universale e diretto per un mandato di cinque anni.
  • Il Presidente del consiglio, eletto direttamente dal popolo, dovrà presentarsi ugualmente alle Camere entro 10 giorni dall’incarico per ottenere la fiducia iniziale.
  • Questa elezione avviene congiuntamene a quella delle Camere, su scheda unica. . 
  • Al premier eletto dai cittadini potrà succedere un altro presidente del Consiglio scelto dal Capo dello Stato. L’eventualità è legata a circostanze eccezionali: dimissioni, impossibilità di proseguire a governare, impedimenti gravi e morte. Fratelli d’Italia avrebbe voluto lo stralcio di questa opzione per riportare alle urne i cittadini. La Lega invece ha spinto perché l’opzione venisse inserita nella bozza.

  •  
  • TETTO DI DUE MANDATI: Il presidente del Consiglio potrà rimanere in carica per non più di due legislature consecutive, salvo il caso in cui nella legislatura precedente abbia ricoperto l’incarico per un periodo inferiore a sette anni e sei mesi. Inoltre, le elezioni delle Camere e del Presidente del Consiglio avverranno contemporaneamente.
     
  • PREMIO ELETTORALE: La legge disciplinerà il sistema per l’elezione delle Camere e del presidente del Consiglio, prevedendo un premio su base nazionale che garantirà una maggioranza dei seggi in entrambe le Camere alle liste e ai candidati collegati al presidente del Consiglio, nel rispetto del principio di rappresentatività. Il presidente del Consiglio sarà eletto nella Camera in cui ha presentato la candidatura.
  • Sul premio di maggioranza, che inizialmente era previsto al 55% dei parlamentari nelle due Camere, si è aperta una discussione e lo stesso verrà deciso direttamente nella legge elettorale che verrà presa in esame solo successivamente alla riforma del premierato.

La contestazione era legata al fatto che non esisteva una soglia minima per avere il premio né ipotesi di ballottaggio. Ciò significava che, in caso di più candidati e più coalizioni, come per i sindaci dei piccoli comuni sotto i 5.000 abitanti, il primo prendeva il 55% dei deputati e dei senatori. 

Dopo la modifica in Commissione, anche da parte di alcune forze di maggioranza, si propone il ballottaggio tra i primi due candidati di coalizione nel momento in cui non si raggiunga una soglia minima percentuale tra il 42-43% di uno dei candidati alla premiership.
 

  • NOMINA E REVOCA DEI MINISTRI: Il Presidente della Repubblica conferirà al presidente del Consiglio eletto l’incarico di formare il Governo e nominerà e revocherà, su proposta di quest’ultimo, i ministri.
  • Il Capo dello Stato “non nomina” più ma “conferisce”  il mandato all’eletto.
     
  • SEMESTRE BIANCO: Non sarà più previsto per consentire al presidente della Repubblica, in circostanze eccezionali, di sciogliere le Camere in qualsiasi momento. (art. 88 della Costituzione)

Nel nuovo testo, inoltre, verrà meno la possibilità che un voto negativo ad un provvedimento sul quale è stata posta la fiducia, possa portare alle dimissioni del presidente del Consiglio. Resta la possibilità che il premier possa venire sfiduciato dalla sua maggioranza, ma solo con una mozione motivata ed esplicita. 

Dopo tale mozione di sfiducia, il premier avrà la facoltà di prendersi una settimana di riflessione per poi chiedere al Capo dello Stato lo scioglimento delle Camere. Oppure potrebbe dimettersi, passando la palla nelle mani del Capo dello Stato che avrebbe facoltà di nominare un secondo premier indicato dalla maggioranza. Tirando le somme, perché un premier venga sfiduciato si renderà necessaria una frattura insanabile nella maggioranza di governo.

Non “basta che venga bocciata una legge per sfiduciare il premier, serve una scelta della maggioranza”, sintetizza il ministro Calderoli (Affari regionali). Ma non è tutto: il secondo premier sarebbe privo del potere di scioglimento.

Sono previste, inoltre altre novità: potrà proporre al presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri.

Sparisce la norma sul semestre bianco del Capo dello Stato sancita dall’articolo 88 della Costituzione, secondo il quale “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. 

Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura”. In caso di mozione di sfiducia al premier, il presidente della Repubblica è obbligato a sciogliere le camere fino alla fine del suo settennato.

La prima formulazione si presentava molto confusa  e in Commissione sono stati approvati numerosi emendamenti: in particolare si prevede un scioglimento automatico solo  in caso di morte o di impedimento permanente del premier.  Ma andiamo con ordine.

Nonostante  si cerchi di mascherare la realtà, nella sostanza, il potere di sciogliere il Parlamento è nelle mani del Presidente del consiglio. Al Capo dello Stato rimane solo un compito notarile.

Ciò che emerge dal testo approvato dal governo è la conferma di un antiparlamentarismo che fa parte della tradizione della destra rappresentata dalla Meloni.

 E’ successo nel tentativo nell’introdurre il ”vincolo di mandato” che piace molto alla presidente. E  con la spericolata interpretazione dell’articolo 1 della carta Costituzionale quando afferma” la sovranità appartiene al popolo “,dimenticando la seconda parte che recita !”nei limiti e nelle forme della Costituzione”

Con la Riforma c’è il  superamento della condizione del premier come primus inter pares., Iil Presidente del consiglio viene eletto a suffragio universale in un solo turno, ed ha il potere dell’indirizzo politico dell’esecutivo.  E’ una novità importante.

L’elezione diretta del Presidente del Consiglio alimenta inevitabilmente un dualismo istituzionale anomalo, una sorta di semipresidenzialismo atipico, a parti invertite: da un lato il presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento con funzioni di regolazione e di garanzia, dall’altro il capo del Governo con funzioni di guida politica e forte legittimazione popolare.

Non c’è solo l’ovvio rilievo che le differenti modalità di investitura delle due figure daranno al premier una forza politica ben maggiore di quella del Presidente della    Repubblica ma, con la riforma, il Capo dello Stato non nominerà più il Presidente del Consiglio, non avrà la possibilità di sciogliere una sola delle Camere e non potrà nominare i senatori a vita. Avrà solo funzioni notarili.

La nuova legge elettorale

Sarà compito di una specifica legge elettorale – ancora da approvare-  regolare “il sistema per l’elezione delle Camere e del Presidente del consiglio, assegnando un premio su base nazionale che garantisca la maggioranza dei seggi in ciascuna delle due Camere ai candidati  collegati al Premier, nel rispetto del principio di rappresentatività”.

In prima istanza  l’attuale governo aveva pensato di inserire il premio di maggioranza nella Costituzione (55%), senza individuare alcuna soglia minima. Tale opzione è in netto contrasto con l’art. 48 della Carta che afferma il principio fondamentale dell’uguaglianza del voto, lo stesso che portò all’annullamento delle due leggi elettorali del 2005 e del 2015.

Come sancito dalla Consulta, “le formule elettorali possono manipolare il risultato del voto, ma non fino al punto di stravolgerlo completamente”  (Francesco Pallante) 

Pluralismo e uguaglianza  del voto soccombono a fronte del premio di maggioranza;  nel contempo la scelta del capo soffoca il pluralismo e svuota il senso del voto. I cittadini si esprimono una delega al capo, poi per cinque anni, non hanno più voce.

Il modo con cui verrà risolta la questione del premio di maggioranza e la previsione o meno di una soglia di riferimento, che al momento non è prevista,  possono determinare effetti disastrosi sul piano della rappresentanza istituzionale. 

Infatti se i candidati alla presidenza del Consiglio sono due, è chiaro che l’eletto risulterà da un voto maggioritario, e non sarà necessario stabilire alcuna soglia minima di consensi elettorali per godere del premio.

Ma se il sistema per eleggere il presidente vede il confronto tra più candidati (cosa tutt’altro che impensabile in una situazione politica come l’attuale), il premio potrebbe andare anche ad una maggioranza relativa molto bassa.  

Questo accadrebbe se, in un panorama politico molto frammentato, il candidato Presidente del consiglio più votato prendesse, ad esempio, solo il 25% dei voti.  Mancando una soglia “anti-stravolgimento” ( indicativamente , 40 o 45%) al di sotto del quale il premio non potrebbe  scattare, si avrebbe un assurdo democratico di un Capo del governo eletto da una  minoranza.

Il tema è divisivo. Su questa  proposta  è nato un aspro dibattito politico sollevato sia dalle opposizioni sia da moltissimi costituzionalisti, tanto che il  governo, al momento, l’ha tolto dal tavolo, optando per una  formulazione più generica: un premio, su base nazionale, che garantisca una maggioranza dei seggi. Sarà poi compito del Parlamento scrivere una nuova legge elettorale che comunque dovrà rispettare il principio di rappresentatività, come prescrive la Consulta.  

I rischi per la democrazia in Italia

Ormai la campagna elettorale per le elezioni europee si è avviata e sarà dominata o largamente influenzata dal tema del premierato. 

Per effetto del sistema delle liste elettorali bloccate, che risalgono al 2005, all’epoca del governo Berlusconi e mai modificato, l’Italia ha un sistema elettorale (per  le Camere) che non consente , al cittadino di scegliere i suoi rappresentanti in Parlamento.

E’ macroscopica la contraddizione tra le aspirazioni del premier di essere eletto dal popolo e i parlamentari che vengono nominati dai segretari di partito..

Nonostante questo assurdo sistema  abbia dato vita a parlamenti “di nominati” dalle segreterie dei partiti  ed abbia sfornato parlamentari spesso del tutto privi di ogni rapporto con gli elettori, coloro che propongono il premierato non si preoccupano  di dire  quale nuovo sistema elettorale sarà adottato.

Le principali ragioni di critica e fattore di grande preoccupazione nascono però dalle incognite che condizionano altri elementi del quadro istituzionale. 

Mettere al centro del sistema politico-istituzionale del governo  la sua maggioranza avrà ricadute a cascata sugli organi di garanzia e di controllo previsti in Costituzione.

Il premier avrà un compito determinante nell’elezione del Presidente della Repubblica. Infatti dopo il terzo scrutinio (forse sarà portato a sei) per eleggere il Capo dello  Stato sarà sufficiente la maggioranza assoluta dell’assemblea ( art. 83  Cost.),obbiettivo a portata di mano di una maggioranza di governo collegata al premier. Sarà sufficiente “imbarcare” una decina di parlamentari fuori della maggioranza..

L’elezione di un Presidente della Repubblica politicamente omogeneo alla maggioranza di governo, destinata a diventare una costante quando il premierato entrerà a regime, farà in modo che la nomina di ben dieci giudici costituzionali – cinque eletti dal Parlamento e cinque nominati dal Presidente della Repubblica – sarà circoscritto nel contesto politico e culturale della maggioranza parlamentare, escludendo  a priori le opposizioni. 

 La logica finora espressa dalla Meloni è di non fare prigionieri e occupare tutte le poltrone possibili.

Analoghi rischi si verificheranno sul versante del CSM. Per la sintonia che c’è tra la maggioranza di governo e il Capo dello Stato, che è anche presidente del CSM,  si ridurrà il tasso di pluralismo che dovrebbe caratterizzare la composizione degli organi di garanzia.

Il combinato disposto del futuro premio di maggioranza al  55% e del diminuito numero dei parlamentari rende particolarmente agevole il raggiungimento della soglia dei 3/5 dei componenti del Parlamento in seduta comune, quorum deliberativo per l’elezione dei cinque giudici della Corte Costituzionale di nomina parlamentare e dei membri laici del CSM. 

L’elevato numero di seggi attributi al premier e alla sua maggioranza va letto unitamente al dato della riduzione del numero dei parlamentari, frutto di una recente modifica costituzionale che ha tagliato del 36,5% il numero dei componenti di entrambi i rami del Parlamento riducendo a 400 (erano 630) i seggi della Camera e  a 200 (erano 315) i seggi elettivi del Senato.

Non toccare la Costituzione 

I DDL governativi in via di approvazione sull’autonomia differenziata e l’elezione diretta del premier costituiscono un grave rischio per l’unità del Paese, per l’uguaglianza dei cittadini e per la democrazia parlamentare rappresentativa volute dalla Costituzione. Non sono provvedimenti complementari, ma parte di un unico disegno volto a concentrare il potere in poche mani.

Ci troviamo difronte ad una verticalizzazione dei poteri. Non è vero che l’autonomia regionale sia contraria alla logica “del capo”. Anzi avremo Presidenti di Regione trasformati in capi con il risultato di affidare la tutela dei diritti dei cittadini, delle loro istanze, dei beni comuni, a “due capi”: da un lato il capo della Nazione, dall’altro il capo della Regione.

In questo contesto l’unica riforma necessaria sarebbe quella di rafforzare il Parlamento, alimentando un circuito virtuoso con la definizione di una rappresentanza radicalmente plurale e conflittuale: un Parlamento come luogo di scontro e mediazione politica tra visioni del mondo diverse.

Alla centralità del Parlamento, minata dalla perdita di autorevolezza della classe politica, si vuole rispondere con la falsa idea che l’elezione del Premier restituisca potere agli elettori e renda più efficace la democrazia, semplificandone i meccanismi decisionali.

La democrazia, se vuole essere effettiva, vive di partecipazione e di conflitto, altrimenti è mero strumento di gestione del potere e del controllo sociale. Il rafforzamento del Parlamento è necessario, ma non sufficiente. 

Ruolo determinante  è la  forza dei conflitti sociali,  come necessario è il perseguimento dell’uguaglianza sostanziale: è il disegno della democrazia conflittuale e sociale che lo scellerato connubio fra autonomia differenziata e premierato si appresta a cancellare. (Leggi “La secessione dei ricchi”)

Il ricorso ormai settimanale ai decreti legge  ( dovrebbero essere solo per urgenze), a voti di fiducia a raffica, a maxi emendamenti, hanno come  risultato che anche l’attività legislativa sta progressivamente passando nelle mani del Governo.

La pretesa di blindare le maggioranze parlamentari e di sterilizzare il ruolo delle istituzioni di controllo, è un  vestito cucito su misura del capo e il risultato sarebbe molto simile ad una sorta di “dittatura di una minoranza”

Se dovessero passare insieme le due riforme una mattina ci sveglieremmo con un altro sistema costituzionale. 

Invece di pensare a come delegare le 23 funzioni possibili alle regioni più ricche, sarebbe meglio far partecipare le regioni all’attività dello Stato Centrale. 

Quindi si potrebbe ipotizzare un sistema monocamerale della rappresentanza nazionale eletto con il sistema proporzionale a doppio turno, e la creazione di un Senato delle Regioni con funzioni di raccordo tra attività statale e quella territoriale. 

Inoltre è necessario che la Costituzione venga attuata tutta perché salvare il disegno istituzionale non è sufficiente senza concretizzare l’obiettivo della democrazia sociale.

Per alcuni costituzionalisti, nel tempo si potrebbe estremizzare la tendenza al leaderismo già abbondantemente presente nel nostro sistema. Più i partiti riducono il proprio peso politico più si caratterizzano come dimensione proprietaria dei capi partito, più sono ricattabili. Già nel 1947  i nostri padri costituenti affermavano che la sovranità non deriva dal popolo, ma gli appartiene e continua ad appartenergli, non trasferendosi con le elezioni.

Lo scontro politico che si  sta aprendo è pieno di insidie;  sottovalutare gli avversari è da sempre un errore e la proposta di premierato del governo è semplicemente inemendabile e quindi da respingere, anche con il referendum costituzionale, se non verrà fermata prima.

Accettare compromessi su questo terreno con le destre di governo sarebbe un grave errore di strategia politica. O peggio di ingenuità. O peggio ancora, un errore voluto.

Non occorre  essere giuristi per comprendere. in quale situazione ci troviamo, ma sarebbe ora che tutte e tutti, in nome della comune cittadinanza democratica, ci occupassimo di una questione tanto delicata, consapevoli della fragilità delle democrazie. 

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Near Death Experience

Near Death Experience


di Marco Banchieri


Chi mi conosce sa che ho alcuni interessi molto forti. Il principale di questi è l’informatica. Questo interesse nasce inizialmente per pigrizia. Mi spiego meglio. Spesso, quando si lavora con dei files sul pc si eseguono le stesse operazioni numerose volte e tutte uguali, anche se su files diversi. Allora si inizia a studiare dei modi per automatizzare questi lavori e mi è capitato di lavorare alcune ore per automatizzare un procedimento di pochi minuti. Il vantaggio è che questo procedimento veniva risparmiato decine di volte se non centinaia e quindi il tempo risparmiato infine era notevole.
Ma non volevo parlare di questo. Esiste un altro argomento che mi interessa molto e che è completamente diverso dal precedente e probabilmente vi stupirà. Questo argomento è il NDE. Questo è un acronimo (sigla) che significa Near Deadth Exprerience (Esperienza vicina alla morte).. On line si trovano tante testimonianze di persone che sono state dichiarate morte per un certo tempo, da alcuni minuti ad alcune ore, e che dopo si sono risvegliate in modo totalmente inspiegabile.
Devo dire che i miei sentimenti riguardo questo fenemeno è combattuto tra diversi fronti. Il primo di questo è il concetto basilare che l’unica cosa veramente definitiva è la morte, quindi, se uno è clinicamente morto anche con elettroencefalogramma piatto e poi si risveglia, viene da pensare che esiste una fase intermedia tra le due fasi di vita e non vita. Coloro che raccontano le loro esperienze narrano quasi tutte avvenimenti simili. Vedono qualcosa che si separa dal proprio corpo che rimane a terra ed improvvisamente avvertono un senso di pace e di tranquillità, di rassegnazione al fatto che sono morti, come se non gli importasse. Poi quasi sempre vedono un tunnel con una luce molto forte verso il quale si incamminano (se così si può dire) ed alla base di questa luce vi è quello che può essere definito Dio o, da alcuni, Gesù. Quasi sempre, però, questo essere di luce dice al nostro soggetto che ancora non è il suo momento e questi viene reinserito quasi a forza nel proprio corpo che si rianima. Qualcuno narra di essere morto per quasi un’ora e, al momento del risveglio i medici dichiararono che la mancanza di ossigeno al cervello avrebbe creato dei problemi neurovegetativi al paziente. Invece questi si risveglia quasi fresco come una rosa e perfettamente cosciente.
Questo ha dell’incredibile e spero che la scienza e la medicina presto possano spiegare questo fenomeno.
Esiste, però, un particolare che mi fa ritenere questo fenomeno se non reale, almeno possibile. Gli eventi raccontati sono stati fatti da persone di varie nazionalità, religioni, culture e credenze. Ma tutti, più o meno, raccontano esperienze simili. Il tunnel, la luce, ecc. Se questi racconti fossero generati dalla mente della persona (non so come se l’elettroencefalogramma era piatto) avrebbe dovuto essere diverso a seconda delle credenze religiose proprie, invece sono tutte molto, ma molto simili.
Onestamente non so se credere a queste storie, certo mi piacerebbe se il passaggio all’altra vita fosse così piacevole come viene descritto da queste persone. Voi cosa ne pensate ?

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25 aprile il cielo largo è la vera sfida

A volte il cielo ci dona due arcobaleni. Il secondo arcobaleno  si forma se il raggio di luce bianca subisce una riflessione in più all’interno della goccia, con una conseguente inversione della sequenza dei colori e una diminuzione di intensità.

Tutto oggi ci appare doppio sia la guerra che la pace.

A cominciare dalle istituzioni della Repubblica; da un lato  un Capo dello Stato che si reca a rendere omaggio alle vittime di Civitella Valdichiana e dall’altra un capo di Governo rinchiuso dentro  una piazza virtuale mentre dispensa parole ambigue distanti anni luce da quelle richiamate da Mattarella. “Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico (Aldo Moro)“. Provate solo ad immaginare per un attimo una inversione di  luogo dei due protagonisti.  Sergio Mattarella adagiato sulla piattaforma di Mark Zuckerberg e Giorgia Meloni a stringere mani nella piccola cittadina aretina.

Anche l’universo delle forze di pace e progressista resta chiuso dentro due fortezze non comunicanti. Ci tornano alla mente le due società di cui ci parlava nel ’77 Alberto Asor Rosa. Microcosmi sociologici che vivono l’uno accanto a l’altro senza dialogare e nemmeno mescolarsi.

E’ proprio qui il punto i giovani che si battono per il clima e la pace in Palestina sono dietro una nuvola separati da un mondo del lavoro che cerca di ritrovare quel filo della storia sociale di questo Paese che sembra aver disperatamente smarrito.

La risposta e la sfida l’abbiamo già conosciuta nel sessantotto. Le nuove generazioni hanno l’obbligo, il compito e la missione di cambiare radicalmente le gerarchie i metodi e forme della nuova politica restituendo alla due società un unico arcobaleno dove guardare il proprio futuro ed il sindacato deve essere capace di aprirsi radicalmente e senza resistenze al cambiamento.

Sri Reset come recita  appunto il nostro blog.

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La secessione dei ricchi

di  Ugo Balzametti

Dio, Patria, Famiglia. Una formula antica dei conservatori populisti che  oggi viene brandita come una clava dalla destra del governo Meloni.  Tralasciamo Dio e famiglia, concentriamoci sul concetto di Patria, di Nazione che la destra contrappone alla Repubblica antifascista, laica, unita. La destra italiana di FdI ha sempre sbandierato la fedeltà alla Patria.

Ma di quale Patria parliamo?  Della patria fascista o della  patria repubblicana?  Non è una novità che negli ambienti neofascisti c’è chi non abbia mai accettato la sconfitta del fascismo e la nascita di un’Italia democratica e antifascista.

La destra in modo molto esplicito persegue l’obiettivo di stravolgere la nostra Costituzione: l’autonomia differenziata e il premierato sono i due principali obiettivi che il governo Meloni vuole portare a casa prima della scadenza elettorale europea del giugno prossimo. Ove si realizzasse questo loro obiettivo non avremo più una Costituzione repubblicana ma una Costituzione postfascista.

La forma di governo presidenziale e l’autonomia regionale non sono un male  in sé ma nei fatti, mettono in discussione gli architravi della Costituzione: il ruolo e i poteri del Capo dello Stato e mortificano sempre più le prerogative dello Stato Centrale. Salta l’equilibrio dei poteri

E’ di tutta evidenza che le due proposte di riforma non si inscrivono dentro una organica e coerente visione dell’architettura dello Stato. Trattasi di due riforme figlie di uno scambio politico tra Fdi e Lega., tutto giocato all’interno dei confini nazionali, con l’obiettivo di picconare tutti i poteri costituzionali di controllo, a cominciare dalla Corte dei Conti. e daLla Ragioneria di Stato.

La Presidente del Consiglio Meloni e il Presidente del Senato La Russa si dicono convinti che autonomia regionale e premierato possano coesistere, al contrario tra le due riforme c’è una sostanziale differenza, soprattutto nella tempistica.

Il premierato, essendo una modifica costituzionale, deve fare due passaggi alle Camere, e se non avesse i numeri per approvarla, dovrebbe essere sottoposto al vaglio del referendum confermativo .

Proprio in queste ore la Presidente Meloni ha dato una  forte accelerazione per la ratifica del premierato, almeno in prima lettura, da usare come fiore all’occhiello durante la campagna elettorale del prossimo giugno.

Sul premierato avremo cura di ritornare più dettagliatamente. Concentriamoci nell’analisi riguardante l’autonomia differenziata. Fortemente voluta dalla Lega, è un argomento divisivo e ha trovato la forte opposizione di chi vede in questa legge la definitiva cristallizzazione, se non l’aumento, delle disuguaglianze territoriali che già vivono nel Paese.

In particolare nel Sud e nelle Isole la società civile, accademici e persino Presidenti di Regioni hanno fatto sentire la loro contrarietà al Ddl  preoccupati di come  potessero essere garantite le risorse e i  servizi, già carenti in queste realtà.

Tuttavia solo una minoranza di cittadini ha  percepito la portata della riforma che si sta discutendo nelle aule parlamentari, anche perché materia ostica e difficile da spiegare in modo semplice.

L’autonomia regionale è una bomba ad orologeria che, innescata più di vent’anni fa con la riforma del Titolo V, sta per esplodere facendo a pezzi la Repubblica così come la conosciamo ora.

L’Italia  oggi sembra segnata da una crescente sfiducia nel futuro e dal conseguente prevalere, in molti cittadini, dell’interesse esclusivo per le proprie sorti, individuali o di piccolo gruppo. Vive in solitudine e dà una scarsa attenzione ai grandi temi collettivi; gli italiani assistono passivamente alla progressiva privatizzazione del SSN, al declino della scuola pubblica, ad una offerta politica di breve periodo.  Moltissimi i nostri concittadini che non hanno più  fiducia nella capacità della classe politica, peraltro mediocre, di cambiare in meglio il Paese.    

Il DDL sull’autonomia differenziata,  presentata dall’on Calderoli ( che definì una porcata la sua legge elettorale)  e approvata dal Senato nel febbraio scorso, è una legge procedurale per attuare la riforma del Titolo V  della Costituzione che nel 2001 ha modificato i rapporti tra Stato centrale e Enti periferici.

Per dare una lettura corretta dell’autonomia regionale dobbiamo partire dall’art 5  della Costituzione che indica come lo Stato debba promuovere le autonomie ed il decentramento, ma ad una condizione: che si garantisca “l’unità e l’indivisibilità della Repubblica”.

L’on. Calderoli naturalmente gioca sulla formulazione dell’art.5 che può sembrare apparentemente  ambigua, perché prevede varie articolazioni territoriali all’interno di una Repubblica , una e indivisibile. L’onorevole fa una lettura parziale, tralasciando la seconda parte della norma. Lo stesso stratagemma usato dalla Meloni con l’art. 1 della Costituzione. Legge la prima parte e tralascia la seconda: “la sovranità appartiene al popolo,…… che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.  Dire mezze bugie è una caratteristica strutturale della destra.

In questo contesto merita ricordare che nel 2014-2015, dopo le fiammate propagandistiche, Veneto e Lombardia decisero di proporre le proprie richieste di differenziazione  convocando appositi referendum popolari consultivi ( che si tennero poi nel 2017) , cui seguì una  iniziativa dell’Emilia Romagna meno stravolgente.

L’autonomia differenziata nasce come modifica legislativa nel 2001 portando alla revisione del Titolo V della Carta. Fu proposta dal centrosinistra ed ha introdotto all’art. 117 una novità sostanziale. La norma indica diciassette materie di competenza esclusiva dello Stato (tra cui la politica estera e monetaria, la difesa, la giurisdizione, le dogane, la moneta e la tutela del risparmio, le leggi elettorali, le norme generali sull’istruzione ecc.) per poi lasciare tutte le altre materie alla legislazione delle singole regioni.

Se nel 2001 la scellerata scelta del centro sinistra è stata efficacemente definita “un monumento di insipienza politica e giuridica” (Giovanni Ferrara), sarà quasi impossibile trovare oggi le parole adatte per definire l’attuazione di una disposizione che rischia di cancellare ogni residua traccia di razionalità, che ancora tiene assieme le nostre sfilacciate istituzioni.

Nel 2018 l’on Gentiloni Presidente del Consiglio, a tre giorni dall’elezioni politiche, firmò una  pre-intesa relativa alle competenze da attribuire a Veneto, Lombardia e Emilia   Romagna, senza aver fatto alcuna analisi delle reali necessità territoriali, si  trattò di una sorta di  “lista della spesa”  tra tutte le 23 materie indicate dalla legge..

Le scelte degli Enti territoriali erano sorrette dalla sola volontà di impossessarsi  quanto più potere  legislativo possibile. Anche da questo atteggiamento nascono le perplessità di Banca d’Italia sulla effettiva opportunità di questo DDL.

Sono gli stessi dubbi che sono stati espressi dalla Commissione EU nelle sue raccomandazioni del maggio scorso: “Nel complesso la riforma prevista dalla nuova legge quadro rischia di compromettere la capacità delle amministrazioni centrali di gestire la spesa pubblica.”

A ben vedere lo   scempio che oggi si prepara con l’autonomia regionale, ha molti padri e non si identificano solo con la destra del governo Meloni.

L’obiettivo del DDL Calderoli, almeno sulla carta, è quello di adattare la gestione delle competenze alle specificità di ciascuna regione, tenendo conto delle diversità territoriali e delle esigenze locali.

L’autonomia concessa dall’art. 116  non è stata mai attuata proprio per le grandi differenze economiche e sociali tra regioni. Per questo, secondo alcuni studiosi , il DDL Calderoli potrebbe determinare conseguenze disastrose per l’intero Paese.

Il processo di autonomia regionale, che si compone di 11 articoli, segue questo percorso:

  • le regioni, in base all’art. 116 della Costituzione, possono chiedere le competenze previste dall’art .117 ma sta al Parlamento decidere se e quali concedere;
  • 23 sono le materie di competenza: tra queste spiccano Tutela della salute, Istruzione , Sport, Ambiente, Energia, Trasporti, Cultura, Commercio estero;
  • la determinazione dei LEP che definiscono il livello minimo di servizio garantito uniformemente sul tutto il territorio nazionale;-
  • creazione di una cabina di regia: organo composto da tutti i ministri competenti, presieduta dal prof. Cassese, sotto il controllo di Palazzo Chigi;
  • le competenze vengono concesse sulla base di un accordo tra Stato e singola Regione, le decisioni assunte  sono irreversibili e il Parlamento non può discutere il merito;
  • l’accordo non può essere oggetto di referendum;
  • firmata l’intesa, tutti i dettagli sul trasferimento dei poteri, verrebbero demandati a Commissioni paritetiche Stato- Regioni, fuori dal controllo parlamentare.

La scelta politica  di attribuire un ruolo centrale alle Regioni è stata innescata, fin dal 1975, dal processo comunitario con l’istituzione del Fondo europeo per lo sviluppo regionale. Processo che è stato successivamente accelerato dall’istituzione della moneta unica che ha fortemente ridimensionato il potere degli Stati nazionali.

Tuttavia ora lo scenario è completamente cambiato.  Nel programma della Destra la realizzazione dell’Autonomia regionale appare a chiare lettere una poderosa coalizione di interessi, politici e territoriali, che spinge perché il progetto di riforma si realizzi in tempi brevi. 

La richiesta senza limiti di nuove materie solleva non poche preoccupazioni.    Nel caso del Veneto, per esempio, vengono richieste tutte le competenze previste dalla norma. Quali caratteristiche della singola regione giustificano un tale trasferimento di competenze? A questa  domanda non c’è stata mai risposta. A tutti va concesso tutto quello che viene chiesto senza particolare motivazioni.  .

Dare corso all’autonomia differenziata, sottolinea la sociologa Chiara Saraceno,” significa ampliare una differenziazione ingiusta delle risorse educative pubbliche offerte  sul territorio nazionale, non solo tra regioni, ma anche all’interno delle stesse regioni e città:  nidi, scuole per l’infanzia, tempo pieno nella scuola dell’obbligo, differiscono a seconda dove si vive e cresce”.

Il rischio  è che queste disuguaglianze aumenteranno a livello interregionale, tanto più se, come chiedono Veneto e Lombardia, anche la scuola diventerà di competenza territoriale. Verranno riproposte le sciagurate “classi differenziali”?

La realizzazione di un sistema scolastico modificato andrebbe ad incidere sia sul versante dell’offerta formativa sia sulle risorse a disposizione delle scuole sia soprattutto sul reclutamento, sulla  formazione, sul contratto nazionale (quindi anche sulle retribuzioni) del personale scolastico, docenti in primis, sul finanziamento delle scuole paritarie.

Il nuovo art.117 della  Costituzione ha introdotto un vero e proprio mutamento di prospettiva nel rapporto  Regioni/Stato rispetto al passato. Prima della riforma del 2001, il testo della Costituzione indicava chiaramente le materie di competenza regionale e quelle riservate allo  Stato.

Con la riforma viene indicato un elenco di materie di esclusiva competenza statale e un elenco di  materie con potestà legislativa concorrente Stato-Regioni, rispetto alle quali lo Stato mantiene solo un potere d’indirizzo  dell’attività legislativa.

La riforma dell’AD (autonomia differenziata) segue un cronoprogramma ben definito. Dopo l’entrata in vigore del DDL, potranno partire le trattative tra Stato e  Regioni, che avranno cinque mesi per raggiungere un accordo.

Inoltre il testo chiarisce che l’assegnazione di funzioni relative ad ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, riguardanti materie legate ai diritti civili e sociali garantiti su tutto il territorio nazionale, è subordinata  alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP)

Si tratta della quantità e qualità minima di prestazioni di un diritto civile e sociale quali salute ambiente, istruzione ecc che tutti i cittadini devono avere nel proprio territorio. Le materie su cui la Regione può chiedere l’autonomia non potranno essere definite se prima non siano stati definiti i LEP.

La determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni rappresenta una decisione politica di grandissima rilevanza, che dovrebbe essere assunta e gestita dal Parlamento. Ad essa spetta il ruolo di coniugare l’autonomia finanziaria degli Enti territoriali con la garanzia di accesso per i cittadini a prestazioni uniformi sul territorio riconosciute, indipendentemente da dove vivano.  E’ opportuno ricordare che le Regioni richiedono meccanismi finanziari concordati simili a quelli in vigore per le Regioni a Statuto speciale.

Tuttavia ci duole dire che l’iniziativa del governo è fumo negli occhi  perché mira  solo a definire i LEP, questo però  non è sufficiente, essi devono essere finanziati. Lo Stato per definire l’AD dovrà spendere molto (si dice tra gli 80-100 miliardi) e pertanto dovrà ridurre la spesa pubblica o aumentare le tasse. Il governo prevede invece che tutta l’operazione debba essere a costo zero, opzione impossibile da rispettare.

Realisticamente il rischio è che lo Stato perderebbe il controllo di una parte rilevante della spesa e questo potrebbe condizionare la sua capacità di fare programmazione in maniera virtuosa, che deve inoltre essere contemperata con l’esigenza di rispettare i vincoli concordati con gli organi comunitari.

Il DDL Calderoli prevede che le risorse da attribuire a ciascuna regione siano definite da una Commissione composta in modo paritario dallo Stato e dalla Regione richiedente, presieduta dal prof. Cassese, e finanziate  attraverso la compartecipazione al ricavato dei tributi erariali.

Per quanto riguarda le modalità di finanziamento dei LEP una Commissione paritetica procederà “annualmente alla ricognizione dell’allineamento tra i fabbisogni di spesa già definiti e l’andamento del gettito dei tributi compartecipati”.   

Secondo gli accordi, il passaggio di competenze alle Regioni di materie come le politiche del lavoro, l’istruzione, la salute, la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, avrebbe dovuto comportare anche un relativo trasferimento di risorse dallo Stato, sia per consentire l’espletamento delle funzioni sia per definire una programmazione degli investimenti.

Nel DDL il tema del finanziamento introduce la questione del “residuo fiscale”, che si richiama alle intese Stato-Regioni sottoscritte dal governo Gentiloni nel febbraio del 2018.  I cittadini che pagano più tasse  di quanto ricevono in spesa pubblica avrebbero diritto a mantenere sul territorio almeno una parte delle risorse versate al fisco.  E’ un tesoretto che fa gola a tante Regioni.

Naturalmente questa opzione è in palese contrasto con quanto stabilito dall’art. 53 della Costituzione (tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva) e nel contempo è il modo per sottrarsi, contravvenendo a quanto prescritto dall’art. 119 sempre della Carta, che riafferma “il dovere di partecipare alla redistribuzione delle risorse in favore delle realtà dotate di una minore capacità fiscale” .

E’ facile comprendere che si tratti di una rivendicazione del tutto irragionevole.  Nel nostro ordinamento le tasse vengono pagate in base al reddito, al patrimonio della persona, non in base al luogo di residenza.  E’ in gioco l’idea stessa di cittadinanza, secondo la quale tutti i cittadini concorrono secondo le proprie possibilità alle spese della Nazione. 

Se passasse questo principio, sarebbe inevitabile vedere le Regioni più ricche ulteriormente aiutate dal bilancio dello Stato per le loro nuove competenze e le Regioni più povere contentarsi delle briciole. In questo caso potremo parlare veramente di “secessione dei ricchi”

 Un aspetto particolarmente delicato riguarda il chiaro tentativo della destra di svilire progressivamente l’operatività del Parlamento, tanto che il DDL prevede che una volta raggiunta l’intesa tra Stato e Regione le Camere non possano modificarla; può solo approvarla o rigettarla, senza la possibilità di pronunciarsi nel merito dell’accordo. La legge, una volta approvata con la maggioranza assoluta delle Camere, non può essere sottoposta a referendum abrogativo.

Il Parlamento, luogo di rappresentanza e della partecipazione popolare, negli anni sempre più dominato da una classe politica mediocre, si è ridotto  ad “un votificio”; ormai da tempo il governo del Paese avviene quasi esclusivamente attraverso la decretazione d’urgenza, cioè attraverso decreti legge.

 La maggioranza dei giuristi, preoccupata dei possibili risvolti anticostituzionali del DDL, considera  necessario e indispensabile un passaggio parlamentare  che deve essere esercitato senza alcun limitazione. Il Parlamento, la massima espressione democratica del Paese non può operare “sotto dettatura” o rinunciare alle sue prerogative o avere vincoli di mandato. (art. 57 della Costituzione)

 Al di là dei molti dubbi  che si possono nutrire sul DDL, una questione centrale è che, sebbene la Costituzione non preveda che ogni Regione possa chiedere potenzialmente le competenze per tutte le materie, ma consente solo ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, la legge Calderoli non ne tiene assolutamente conto.  

Se si arrivasse alla  approvazione del DDL, sarebbe in pericolo non solo l’unità del Paese, ma sarebbe stabilito per legge dello Stato la trasgressione del più alto dei valori costituzionali: quello dell’uguaglianza tra i cittadini. 

Si aprirà un ampio spazio per realizzare quel processo di privatizzazione tanto caro all’on Meloni. Avrebbe fine ad esempio la Scuola pubblica, il Servizio Sanitario nazionale, il Sistema unitario delle infrastrutture e dell’Energia. Il tutto dentro un quadro di grande confusione, dato che le competenze  richieste delle Regioni sarebbero comunque diverse tra di loro. L’Italia diventerebbe un Paese arlecchino nel quale sarebbe difficile individuare le politiche nazionali.

Il regionalismo differenziato, per come sono state formulate le richieste da parte delle tre regioni, e poi da altre, è un processo da fermare perché amplierebbe le disuguaglianze territoriali, concentrerebbe troppo potere nelle mani di pochi presidenti di regione e renderebbe ancor più difficile garantire i diritti civili e sociali a tutti i cittadini.

Se vogliamo contenere i rischi che comporta il DDL Calderoli, si deve aprire una stagione di confronto su un nuovo regionalismo, per tornare ai principi fondamentali.

La cosa più  straordinaria è che di fronte a questa proposta l’opposizione tace o balbetta. Tace soprattutto il PD che su questa materia appare in evidente difficoltà.

L’opposizione potrebbe invece, in un confronto a tutti i livelli,  cercare di dare un contributo positivo su come costruire e affermare un regionalismo “solidale” nel rispetto dei valori della Costituzione repubblicana. Una strada impervia, ma è necessario cominciare a percorrerla. Un monito espresso anche dal Presidente della Repubblica Mattarella  il quale, nel suo consueto discorso di fine anno, ha ricordato che “le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese feriscono il diritto all’uguaglianza”.

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Cosa resta sotto le macerie

Dal sito di Avanzi


di Davide Dal Maso – CEO Avanzi e Fulvio Rossi – Senior Advisor Avanzi

 

La vicenda è nota, perlomeno agli addetti ai lavori: la bozza di direttiva sulla due diligence in materia di ambiente e di diritti umani (Corporate Sustainability Due Diligence Directive – CSDDD) non è stata approvata dal Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper) degli Stati membri dell’Unione.

Quello che doveva essere un passaggio formale, dopo che il testo era già stato vagliato da Commissione, Parlamento e Consiglio, si è rivelato una trappola. Si è formata una minoranza di blocco (capitanata dalla Germania, cui si è aggregata l’Italia) che ha impedito la formazione del consenso necessario. Le speranze che si trovi un compromesso non sono nulle, ma oggettivamente molto fragili. Tutto è affidato alla capacità di mediazione della Presidenza belga.

 

A prescindere da come andrà a finire, già oggi questa vicenda ci dice delle cose molto chiare.

 

La politica, come diceva l’ex ministro Rino Formica, “è sangue e merda”.

Non ci sono temi “nobili” che sfuggono alla logica della lotta. Tutto può diventare merce di scambio. La Germania, che pure ha una propria legge nazionale sulla due diligence in materia di diritti umani, di punto in bianco ha boicottato il percorso della direttiva per motivi legati esclusivamente a equilibri interni alla coalizione di governo. L’Italia, che aveva inizialmente appoggiato il provvedimento, ha cambiato posizione per spuntare dei vantaggi su altri tavoli negoziali. In tutto questo, che si parli di diritti umani (non delle dimensioni minime delle zucchine!) è del tutto irrilevante.

 

CSDDD due diligence e diritti umani 2Il settore privato è diviso e chi ne fa parte si distribuisce lungo una curva che prende la forma di una campana.

Ad un estremo, si trova una minoranza di imprese e di organizzazioni di avanguardia, molto evolute, che hanno capito il valore della sfida e hanno deciso di posizionarsi sulla frontiera più avanzata; all’estremo opposto, un’altra minoranza di imprese e di organizzazioni retrograde, conservatrici e paurose del futuro; in mezzo, il grosso della truppa, fatto di imprese che non sanno, non si interessano, non si schierano. Quando arriva il momento della resa dei conti, quasi sempre il gruppo conservatore vince.

Il motivo è che per quello progressista, un avanzamento del sistema è benvenuto ma, alla fine, non cambia un granché: prevede la diffusione di comportamenti che esso già adotta; per certi versi, diluisce la portata del suo posizionamento. Al contrario, per il gruppo conservatore, è una questione di vita o di morte: queste imprese giocano in difesa, puntano verso il basso, avversano qualsiasi cambiamento perché non sono in grado di innovare. E, si sa, una minoranza disperata si organizza, si compatta – portandosi dietro, con lo spauracchio dei costi, anche le imprese meno interessate – e riesce a ottenere risultati migliori di una maggioranza moderatamente motivata.

 

CSDDD due diligence e diritti umani 2In questa vicenda, risulta assordante il silenzio del sindacato [italiano], che si dimostra ancora una volta in ritardo di anni sui temi e nel dibattito.

Ad oggi, nelle homepage dei siti delle tre confederazioni non si trova un solo cenno all’argomento. Il problema non è solo (o tanto) di natura etica (i diritti dei lavoratori sono ugualmente importanti che il lavoratore sia italiano o pakistano), quanto di natura strategica: è evitando il dumping sociale sul lavoro nei paesi in via di sviluppo che si tutela l’economia italiana e quindi i lavoratori italiani.

Ma, come su altre questioni, invece si forma questa paradossale saldatura di fatto tra il sindacato e la parte più retrograda del capitale. E non è casuale: entrambi questi mondi faticano a capire che non è difendendo un modello superato dalla storia che si salveranno – bensì riformandolo, cambiandone le logiche e i fondamenti. Continuano a recitare la loro parte, senza accorgersi che il pubblico se n’è andato e che il teatro sta crollando.

 

Viceversa, le organizzazioni della società civile hanno espresso una grande leadership di pensiero.

Competenti nel merito, abili nel processo e, tuttavia, dannatamente ininfluenti. Ciò, per le stesse regioni di cui sopra: chi tutela interessi diffusi non riesce a incanalare la propria (potenziale) forza. C’è maggior quantità di calore in una tanica d’acqua a temperatura ambiente rispetto a quella che trovo in un bicchiere d’acqua bollente – ma col secondo mi scotto, con la prima no.

 

CSDDD due diligence e diritti umaniL’attenzione alla sostenibilità ha fatto grandi passi avanti negli ultimi anni, ma – al di là della retorica con cui spesso se ne rappresentano i progressi – non costituisce il modo ordinario di fare impresa né un modello da tutti condiviso.

Spesso ci si è chiesti se alcune norme europee – tassonomia e CSRD su tutte – concepite con l’intento di incentivare modelli di business sostenibili non rischiassero invece di innescare solo compliance, facendo perdere di vista le potenziali opportunità di una revisione dei processi e dei prodotti in chiave sostenibile. Di certo, hanno alimentato un’opposizione mai davvero sopita: anche in questo caso, in vista delle elezioni europee, si è assistito a un compattamento che ha fatto un unico fascio di negazionismo climatico e insofferenza per presunti eccessi di regolazione, portando a bollare il Green Deal come “ideologico” e sordo alle esigenze delle imprese. La CSDDD ne ha fatto le spese: almeno su questo aspetto, ci attende un molto probabile rallentamento.

 

Resta il fatto che dotarsi di adeguati processi di due diligence è una premessa fondamentale non solo per rispettare i diritti umani e l’ambiente, ma anche per evitare rischi all’impresa derivanti da eventuali violazioni. Non a caso, tali processi sono richiamati anche dalla CSRD come punto di partenza per valutare la materialità di impatti, rischi e opportunità.

Inoltre, alcuni Paesi tra cui Germania e Francia, nostri rilevanti partner commerciali, hanno già legiferato in materia, con ricadute sulle imprese italiane loro fornitrici. Anche in assenza di una direttiva che ne sospinga lo sviluppo, sarà quindi opportuno lavorare alla loro messa a punto, facendo leva sugli obblighi di reporting comunque già definiti e, soprattutto, sulle scelte volontarie delle imprese e dei loro manager più consapevoli e avveduti.

 

L’Osservatorio italiano Imprese e Diritti Umani (OIIDU), strumento creato da Avanzi per monitorare la situazione nazionale e stimolare il dialogo sul tema alla luce della Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence (CSDDD), qualche giorno fa ha presentato alla Camera dei deputati il Rapporto “Imprese e Diritti Umani. Un sistema in movimento verso la Direttiva UE”, condividendo i dati emersi dall’analisi di un campione di grandi società italiane (quotate e non).

 
 

Sul nostro canale YouTube trovate tutti gli interventi e le interviste agli ospiti ed esperte presenti all’evento di presentazione del Report.

 
 

Per approfondire:
Diritti umani e impresa responsabile: un 2024 importante per l’Osservatorio di Avanzi
Imprese e Diritti Umani. Un sistema in movimento verso la direttiva UE

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Amazon bandita dal Parlamento Ue


I lobbisti di Amazon sono stati banditi dal Parlamento europeo dopo essersi rifiutati di partecipare a un’audizione sulle terribili condizioni di lavoro nei suoi magazzini.

All’udienza di gennaio, i deputati hanno sentito dai lavoratori come siano “considerati robot” incaricati di raggiungere obiettivi di produttività impossibili sotto costante sorveglianza.

La decisione di oggi arriva dopo che UNI Europa, che rappresenta i lavoratori di Amazon, ha coordinato una lettera alla presidente del Parlamento Roberta Metsola in cui chiedeva la revoca dei pass di lobby dell’azienda.

Il segretario generale della CES, Esther Lynch, ha dichiarato:

“Il processo decisionale dell’UE non è in vendita. Ci congratuliamo con il Parlamento europeo e il Collegio dei Questori per aver preso posizione a favore della democrazia.

“Amazon si rifiuta di rispondere al Parlamento Ue, ed è giusto che il suo accesso venga rimosso. Chiediamo che questa decisione si applichi a tutti i lobbisti di Amazon, compresi i suoi consulenti.

“Ciò deve segnare l’inizio di un processo atteso da tempo. Attualmente, conviene che le aziende investano nella modifica delle leggi dell’UE a loro favore. Bruxelles ha il maggior numero di lobbisti aziendali di qualsiasi città d’Europa, seconda solo a Washington DC a livello mondiale. L’accesso istituzionale dovrebbe invece essere riservato alle organizzazioni democratiche e rappresentative.

“Il prossimo passo è garantire che le aziende che ricevono finanziamenti dall’UE rispettino le regole. Amazon ha ricevuto milioni di finanziamenti dall’UE, minando sfacciatamente il modello sociale europeo. In futuro, tutti i finanziamenti pubblici dovranno essere accompagnati da una serie chiara di condizioni, tra cui il diritto dei lavoratori a retribuzioni e condizioni contrattate collettivamente.”


27.02.2024
COMUNICATO STAMPA CES

La CES è stata fondata nel 1973 e comprende oggi 93 confederazioni sindacali nazionali in 41 paesi, più 10 federazioni sindacali europee.

 

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