Cosa resta sotto le macerie

Dal sito di Avanzi


di Davide Dal Maso – CEO Avanzi e Fulvio Rossi – Senior Advisor Avanzi

 

La vicenda è nota, perlomeno agli addetti ai lavori: la bozza di direttiva sulla due diligence in materia di ambiente e di diritti umani (Corporate Sustainability Due Diligence Directive – CSDDD) non è stata approvata dal Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper) degli Stati membri dell’Unione.

Quello che doveva essere un passaggio formale, dopo che il testo era già stato vagliato da Commissione, Parlamento e Consiglio, si è rivelato una trappola. Si è formata una minoranza di blocco (capitanata dalla Germania, cui si è aggregata l’Italia) che ha impedito la formazione del consenso necessario. Le speranze che si trovi un compromesso non sono nulle, ma oggettivamente molto fragili. Tutto è affidato alla capacità di mediazione della Presidenza belga.

 

A prescindere da come andrà a finire, già oggi questa vicenda ci dice delle cose molto chiare.

 

La politica, come diceva l’ex ministro Rino Formica, “è sangue e merda”.

Non ci sono temi “nobili” che sfuggono alla logica della lotta. Tutto può diventare merce di scambio. La Germania, che pure ha una propria legge nazionale sulla due diligence in materia di diritti umani, di punto in bianco ha boicottato il percorso della direttiva per motivi legati esclusivamente a equilibri interni alla coalizione di governo. L’Italia, che aveva inizialmente appoggiato il provvedimento, ha cambiato posizione per spuntare dei vantaggi su altri tavoli negoziali. In tutto questo, che si parli di diritti umani (non delle dimensioni minime delle zucchine!) è del tutto irrilevante.

 

CSDDD due diligence e diritti umani 2Il settore privato è diviso e chi ne fa parte si distribuisce lungo una curva che prende la forma di una campana.

Ad un estremo, si trova una minoranza di imprese e di organizzazioni di avanguardia, molto evolute, che hanno capito il valore della sfida e hanno deciso di posizionarsi sulla frontiera più avanzata; all’estremo opposto, un’altra minoranza di imprese e di organizzazioni retrograde, conservatrici e paurose del futuro; in mezzo, il grosso della truppa, fatto di imprese che non sanno, non si interessano, non si schierano. Quando arriva il momento della resa dei conti, quasi sempre il gruppo conservatore vince.

Il motivo è che per quello progressista, un avanzamento del sistema è benvenuto ma, alla fine, non cambia un granché: prevede la diffusione di comportamenti che esso già adotta; per certi versi, diluisce la portata del suo posizionamento. Al contrario, per il gruppo conservatore, è una questione di vita o di morte: queste imprese giocano in difesa, puntano verso il basso, avversano qualsiasi cambiamento perché non sono in grado di innovare. E, si sa, una minoranza disperata si organizza, si compatta – portandosi dietro, con lo spauracchio dei costi, anche le imprese meno interessate – e riesce a ottenere risultati migliori di una maggioranza moderatamente motivata.

 

CSDDD due diligence e diritti umani 2In questa vicenda, risulta assordante il silenzio del sindacato [italiano], che si dimostra ancora una volta in ritardo di anni sui temi e nel dibattito.

Ad oggi, nelle homepage dei siti delle tre confederazioni non si trova un solo cenno all’argomento. Il problema non è solo (o tanto) di natura etica (i diritti dei lavoratori sono ugualmente importanti che il lavoratore sia italiano o pakistano), quanto di natura strategica: è evitando il dumping sociale sul lavoro nei paesi in via di sviluppo che si tutela l’economia italiana e quindi i lavoratori italiani.

Ma, come su altre questioni, invece si forma questa paradossale saldatura di fatto tra il sindacato e la parte più retrograda del capitale. E non è casuale: entrambi questi mondi faticano a capire che non è difendendo un modello superato dalla storia che si salveranno – bensì riformandolo, cambiandone le logiche e i fondamenti. Continuano a recitare la loro parte, senza accorgersi che il pubblico se n’è andato e che il teatro sta crollando.

 

Viceversa, le organizzazioni della società civile hanno espresso una grande leadership di pensiero.

Competenti nel merito, abili nel processo e, tuttavia, dannatamente ininfluenti. Ciò, per le stesse regioni di cui sopra: chi tutela interessi diffusi non riesce a incanalare la propria (potenziale) forza. C’è maggior quantità di calore in una tanica d’acqua a temperatura ambiente rispetto a quella che trovo in un bicchiere d’acqua bollente – ma col secondo mi scotto, con la prima no.

 

CSDDD due diligence e diritti umaniL’attenzione alla sostenibilità ha fatto grandi passi avanti negli ultimi anni, ma – al di là della retorica con cui spesso se ne rappresentano i progressi – non costituisce il modo ordinario di fare impresa né un modello da tutti condiviso.

Spesso ci si è chiesti se alcune norme europee – tassonomia e CSRD su tutte – concepite con l’intento di incentivare modelli di business sostenibili non rischiassero invece di innescare solo compliance, facendo perdere di vista le potenziali opportunità di una revisione dei processi e dei prodotti in chiave sostenibile. Di certo, hanno alimentato un’opposizione mai davvero sopita: anche in questo caso, in vista delle elezioni europee, si è assistito a un compattamento che ha fatto un unico fascio di negazionismo climatico e insofferenza per presunti eccessi di regolazione, portando a bollare il Green Deal come “ideologico” e sordo alle esigenze delle imprese. La CSDDD ne ha fatto le spese: almeno su questo aspetto, ci attende un molto probabile rallentamento.

 

Resta il fatto che dotarsi di adeguati processi di due diligence è una premessa fondamentale non solo per rispettare i diritti umani e l’ambiente, ma anche per evitare rischi all’impresa derivanti da eventuali violazioni. Non a caso, tali processi sono richiamati anche dalla CSRD come punto di partenza per valutare la materialità di impatti, rischi e opportunità.

Inoltre, alcuni Paesi tra cui Germania e Francia, nostri rilevanti partner commerciali, hanno già legiferato in materia, con ricadute sulle imprese italiane loro fornitrici. Anche in assenza di una direttiva che ne sospinga lo sviluppo, sarà quindi opportuno lavorare alla loro messa a punto, facendo leva sugli obblighi di reporting comunque già definiti e, soprattutto, sulle scelte volontarie delle imprese e dei loro manager più consapevoli e avveduti.

 

L’Osservatorio italiano Imprese e Diritti Umani (OIIDU), strumento creato da Avanzi per monitorare la situazione nazionale e stimolare il dialogo sul tema alla luce della Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence (CSDDD), qualche giorno fa ha presentato alla Camera dei deputati il Rapporto “Imprese e Diritti Umani. Un sistema in movimento verso la Direttiva UE”, condividendo i dati emersi dall’analisi di un campione di grandi società italiane (quotate e non).

 
 

Sul nostro canale YouTube trovate tutti gli interventi e le interviste agli ospiti ed esperte presenti all’evento di presentazione del Report.

 
 

Per approfondire:
Diritti umani e impresa responsabile: un 2024 importante per l’Osservatorio di Avanzi
Imprese e Diritti Umani. Un sistema in movimento verso la direttiva UE

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Amazon bandita dal Parlamento Ue


I lobbisti di Amazon sono stati banditi dal Parlamento europeo dopo essersi rifiutati di partecipare a un’audizione sulle terribili condizioni di lavoro nei suoi magazzini.

All’udienza di gennaio, i deputati hanno sentito dai lavoratori come siano “considerati robot” incaricati di raggiungere obiettivi di produttività impossibili sotto costante sorveglianza.

La decisione di oggi arriva dopo che UNI Europa, che rappresenta i lavoratori di Amazon, ha coordinato una lettera alla presidente del Parlamento Roberta Metsola in cui chiedeva la revoca dei pass di lobby dell’azienda.

Il segretario generale della CES, Esther Lynch, ha dichiarato:

“Il processo decisionale dell’UE non è in vendita. Ci congratuliamo con il Parlamento europeo e il Collegio dei Questori per aver preso posizione a favore della democrazia.

“Amazon si rifiuta di rispondere al Parlamento Ue, ed è giusto che il suo accesso venga rimosso. Chiediamo che questa decisione si applichi a tutti i lobbisti di Amazon, compresi i suoi consulenti.

“Ciò deve segnare l’inizio di un processo atteso da tempo. Attualmente, conviene che le aziende investano nella modifica delle leggi dell’UE a loro favore. Bruxelles ha il maggior numero di lobbisti aziendali di qualsiasi città d’Europa, seconda solo a Washington DC a livello mondiale. L’accesso istituzionale dovrebbe invece essere riservato alle organizzazioni democratiche e rappresentative.

“Il prossimo passo è garantire che le aziende che ricevono finanziamenti dall’UE rispettino le regole. Amazon ha ricevuto milioni di finanziamenti dall’UE, minando sfacciatamente il modello sociale europeo. In futuro, tutti i finanziamenti pubblici dovranno essere accompagnati da una serie chiara di condizioni, tra cui il diritto dei lavoratori a retribuzioni e condizioni contrattate collettivamente.”


27.02.2024
COMUNICATO STAMPA CES

La CES è stata fondata nel 1973 e comprende oggi 93 confederazioni sindacali nazionali in 41 paesi, più 10 federazioni sindacali europee.

 

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La tesina d’esame: Forza manganelli

di Guglielmo Pernaselci
Cronache dalla Riserva Indiana

Greta frequenta la terza media do una scuola della periferia romana, ma potrebbe essere di qualsiasi altro luogo d’Italia. Del resto anche architettonicamente le scuole si somigliano tutte. Come tutti gli studenti di quelle classi, in questo periodo dell’anno, anche Greta è alle prese con la famigerata tesina d’esame. Per i pochi che non lo sapessero, la tesina è un elaborato che comprende varie discipline collegate da una tematica centrale. E’ un esercizio di alta ingegneria logica didattico pedagogico in cui si pretende di sfidare lo scibile umano nel collegare aree di pensiero le più diverse. Si va dai collegamenti ormai diventati un classico come : Terremoti, Giappone, Bomba atomica , seconda guerra mondiale, l’atomo, la musica giapponese, L’onda di Kanagawa o altre varianti tipo il fumetto Manga ecc., ai collegamenti più strani e fantasiosi come La seconda guerra mondiale, guerre stellari, la conquista dello spazio, la notte stellata di Van Gogh. E’ in questo periodo che normalmente uno studente si avvicina timoroso all’insegnante di materie più marginali tipo musica, educazione fisica, o arte, con un foglietto che riporta frecce e cerchietti collegati tra loro, e chiede: prof devo fare la tesina sulla fantascienza, a musica che ci metto?
Greta invece mi dice: “Prof vorrei presentare per l’esame una tesina che ha come tema centrale l’imperfezione.” La prima mia reazione è di sorpresa e autentico spaesamento. Da dove viene Greta? da quale straordinario mondo? come è riuscita a conservare una tale curiosità nonostante i lunghi otto anni passati a scuola? Subito dopo, allo spaesamento, ha fatto posto una piacevole sensazione di gioia e fiducia in un futuro migliore. Chiedo allora a Greta se è una sua idea oppure le è stata suggerita. Lo so, domanda ingenua, ma Greta mi getta uno sguardo tra l’ imbronciato e il sorpreso e risponde in modo netto “assolutamente no. è una mia idea” e aggiunge : “ per musica pensavo di parlare del rumore e di come nella musica elettronica che ci ha fatto ascoltare, diventa un suono da utilizzare come si fa con gli altri strumenti musicali”. Questa affermazione di Greta mi da il colpo di grazia. Avevo davanti un vero e proprio alieno. Non solo aveva avuto un’idea originale ma aveva anche trovato da sola un valido collegamento e soprattutto aveva ascoltato bene gli esempi di musica concreta che avevo proposto in classe. Superato lo shock faccio i miei complimenti a Greta ,la incoraggio a continuare il suo lavoro, e le suggerisco di provare a fare anche un montaggio sonoro con il software Audacity che utilizziamo in classe. “Bella idea prof, ci provo” – risponde Greta.
Qualche giorno dopo torno in classe e ovviamente chiedo subito a Greta come va con il suo montaggio sonoro e se aveva bisogno di aiuto. Ma Greta mi rivela che la prof di Italiano le ha detto che l’imperfezione non le sembrava un argomento “adatto”, che sarebbe stato complicato collegarci tutte le discipline, e a quel punto le ha suggerito un nuovo tema centrale: “I FIORI”. Se non avessi 35 anni di servizio nella scuola sarei morto sul posto, ma per fortuna ho sviluppato dei forti anticorpi al sistema scolastico e alla strana fauna docente che lo abita. E’ bastato poco al sistema del Ministero della Mediocrità a far tornare tutto nella norma, ad uccidere un pensiero che nasce, metterci una bella lapide e un bel mazzo di fiori.
Chiedo a Greta se a lei stava bene il nuovo argomento e se non preferiva invece la sua “imperfezione”. Ma Greta con uno splendido sorriso fa spallucce e risponde: “ Ma sì, prof, meglio i Fiori, tanto un argomento vale l’altro e questo poi lo finisco prima.”
Ormai, la collega di lettere aveva realizzato il delitto perfetto. Chissà cosa non le piaceva dell’imperfezione, cosa la spaventava. Forse sarebbe stata la stessa scuola ad apparire un argomento di imperfezione e tutta la bella classe docente poteva essere trattata come cavia di un indagine sull’imperfezione?
A quel punto però non potevo non vendicarmi su quella scellerata omicida della mia collega di Lettere e a mia volta suggerisco a Greta un collegamento da mettere nel nuovo percorso sui Fiori: ”bene Greta per musica facciamo un bel collegamento con il movimento Hippy dei Figli dei Fiori – L’uso di LSD da parte anche dei musicisti dell’epoca e come brano musicale : Lucy in the sky with Diamond”.
“Grazie prof”, risponde Greta con il suo super sorriso.

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A Pisa hanno usato i manganelli soprattutto per spegnere quei sorrisi, grazie Presidente per averlo voluto impedire.

Comunicati Libertà costituzionali e ordine pubblico Esecutivo di Magistratura democratica

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L’opa opaca di Landini

di Mimmo Moccia

Uno spettro si aggira, no, non è per il castello di Elsinore, e non è nemmeno per l’Europa, non è il comunismo, in realtà è il Federatore, ovvero colui che dovrebbe seminare il cosiddetto Campo Largo e far sì che fruttificasse per garantire un’opposizione autorevole e convincente nei confronti di un governo con aspirazioni liberticide e ispirazioni neofasciste.
In molti si sentono possibili protagonisti sia nel mondo politico che al di fuori di questo e gli strani incontri svolti in giorni festivi e nel più rigoroso silenzio delle parti lasciano intuire una trasversalità che intende trasformarsi in strategia e stabili alleanze.
Mi chiedo, dopo che La Stampa ne ha dato ampio risalto, perché il Segretario Generale della CGIL senta il bisogno di incontrare il leader del movimento Cinquestelle? E perché lo fa in modo totalmente informale, anzi con venature di segretezza che non appaiono certamente rassicuranti in una prospettiva di riaggregazione dell’opposizione.
Perché , come riporta il quotidiano, se si trattava di affrontare temi come il rinnovo dei contratti, il salario minimo, le scelte di Stellantis non è stata invitata anche la segretaria del maggiore partito di opposizione, Elly Schlein ?
Forse perché Landini e Conte condividono una narrazione che con il tempo, con il supporto dei media e l’incondizionato appoggio di benpensanti e moderati, delle fratricide correnti del P. D. si è trasformata in una vulgata, ovvero che la Schlein non sia empatica, non abbia capacità comunicative, sia superficiale e non in grado di acquisire il consenso della classe lavoratrice, del precariato, della marginalità sociale?
Lo sarebbero, invece, Conte e Landini che, come è noto, suscitano straripanti consensi, le cui proposte politiche ed economiche chiare nel merito, nei contenuti, nella progettualità sono in grado di garantire successi, vittorie e di invertire definitivamente il trend elettorale.
Ma mi faccia il piacere avrebbe detto il principe De Curtis.
E’ il tempo questo con le parole di Amleto di :” imbracciar l’armi contro il mare delle afflizioni e combattendo contro di esse metter loro una fine “ .

E’il tempo di uscire da schermaglie e tattiche che vanno lasciate ai vari Renzi e Calenda, di abbandonare ambizioni personali, di sotterrare definitivamente l’ego, di pensare, concordare e agire in forme unificate e collettive per garantire diritti, tutele e protezioni ai dodici milioni di italiani che guadagnano meno di diecimila euro l’anno, per assicurare certezze di cure rapide ed efficaci a tutti, di offrire una scuola efficiente, autenticamente formativa, per rivendicare un nuovo modello produttivo e l’equità sociale.
Su questi temi la Schlein può dare certamente un contributo significativo , come lo può fare anche la CGIl, non abdicando alla sua autonomia o alla sua indipendenza come una volta rivendicava la FIOM, in un quadro, però di cristallina trasparenza, di comunità di intenti, di solidale partecipazione e di decisioni assunte democraticamente.
Caro Segretario Generale, avremo nei prossimi giorni delle risposte o ancora una volta :” The answer is blowin’ in the wind “ la risposta soffia nel vento.

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Autonomia differenziata anche nel sindacato

Il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra ha solennemente dichiarato ieri alla stampa che la tragedia che ha colpito Firenze “è una ferita che sfregia il Paese, colpendo non solo i lavoratori e loro famiglie, ma – udite – lo stesso spirito della Costituzione.

La differenziata declinazione sindacale ha prodotto finora un sciopero generale regionale unitario in Toscana nelle ultime due ore di ogni turno di lavoro ed un altro semi-unitario ovvero di Cgil e Uil senza la Cisl indetto dalle federazioni nazionali di edili e metalmeccanici sempre di due ore il prossimo 21 febbraio.

Eppure avevamo ancore nelle orecchie le accorate parole pronunciate da Mario De Lellis, segretario generale della Filca-Cisl del Piemonte dopo un analoga tragedia avvenuta a Torino solo il 6 febbraio scorso.

Riavvolgendo ancora di più il nastro, ricordiamo che nell’autunno scorso la Cisl ha presentato il Manifesto dal titolo evocativo “Per un lavoro a misura della persona” dove si impegna pubblicamente a migliorare le condizioni di lavoro nei cosiddetti settori labour intensive ovvero in quel settori dove l’inversione tra l’intensità di capitale su quella del lavoro sta oramai relegando in un angolino buio privo di diritti l’uomo del XXI secolo.

Quattordici pagine dove il tema sicurezza sul lavoro non viene mai neppure sfiorato!

Strano davvero visto che nell’intervista a Repubblica Sbarra si dichiara candidamente sorpreso che ancor oggi su ogni dieci aziende ispezionate solo due risultino in regola.

Tornando al cantiere di Firenze abbiamo sentito parlare di lavoratori con contratti diversi tra loro, questo perché col contratto edile per poter lavorare bisogna essere formati obbligatoriamente da soggetti abilitati mentre con il contratto metalmeccanico non solo si risparmia enormemente, ma si superano tutti i sistemi di controllo previsti contrattualmente.

Ci chiediamo allora come mai il sindacato non si era accorto prima di nulla?

Vorremo dire a Sbarra che ai lavoratori non servono più tutele penali e un plotone più folto di ispettori del lavoro ma forse semplicemente che il sindacato torni a fare suo mestiere in tutti i luoghi di lavoro.


 

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PNRR   il bel Paese dai piedi di argilla

a cura di Ugo Balzametti  

                   La via crucis del nuovo PNRR

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) è stato lo strumento che l’Europa si  è dato per risollevare le economie del vecchio continente dopo la pandemia scoppiata nel 2021.  E’ stato, fin dall’inizio, un lavoro complesso e impegnativo, con l’obiettivo di riformare le fondamenta  italiana, dalla digitalizzazione alla transizione ecologica, dalle infrastrutture alla ricerca, dalla salute all’inclusione.

L’Europa nel giugno del 2021, nel deliberare Next Generation EU ha scelto di investire sull’Italia 191 miliardi di euro. Il nostro Paese ha aggiunto altri 30 miliardi che avrebbero dovuto dare la scossa necessaria per riprendere la via dello sviluppo.

 “E’ un’occasione storica” ammoniva il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il rischio concreto, però, è che diventi un’occasione persa.

La nascita, gli errori e le difficoltà oggettive nel redigere il Piano hanno coinvolto tre governi del nostro Paese ed hanno messo a nudo tutti i limiti e i ritardi della classe  politica e  delle pubbliche amministrazioni centrali e territoriali.

I finanziamenti  hanno rischiato di bloccarsi poiché il governo Meloni  non riusciva a seguire le cadenze  stabilite dall’Europa. Il cronoprogramma è stato rispettato fino alla fine del governo Draghi, tanto che l’EU ha erogato le rate stabilite (pre-finanziamento, prima e seconda rata per un importo di 67 miliardi di euro).

Tuttavia i primi segnali di difficoltà li abbiamo registrati già con il governo Draghi che ha dovuto ridimensionare le prime spese dei finanziamenti arrivati dall’EU, da 40 miliardi di euro a 23, ovvero il 12% del totale degli investimenti per il 2026.   

C’è da sottolineare che il governo Meloni, in carica ormai da più di un anno,  non ha fatto registrare nessun cambio di passo nell’attuazione del Piano. Nonostante ciò l’attuale esecutivo continua a negare una qualche responsabilità sui ritardi, scaricandoli sistematicamente sugli altri governi.

Da subito si è aperta la sfida contro le strutturali debolezze dell’Italia ben riflesse nel PNRR: frammentazione degli obiettivi, scarsa capacità di spesa, una  macchina burocratica indebolita da decenni di blocco del turn over con quadri dirigenti sempre più anziani e numeri ridotti all’osso

Il PNRR è apparso agli occhi degli esperti più come una sommatoria di interventi che come una vera propria agenda di sviluppo.  Si è puntato su strumenti già esistenti senza inserirli in una cornice progettuale capace di mettere in campo modalità d’intervento che prevedessero regole all’erogazione di incentivi elargiti a pioggia alle imprese, che garantissero i livelli occupazionali e la qualità di lavoro.

Il nostro è un Paese disattento ai grandi nodi che lo affliggono, primo fra tutti le disuguaglianze tra classi sociali, tra Nord e Sud, di genere e  di generazione. Si continuano ad ignorare le scelte strutturali, a cominciare da quella sul debito pubblico, di cui il Paese ha disperatamente bisogno.

L’annuncio che  con il PNRR sarebbero stati assegnati all’Italia tanti finanziamenti             è stato vissuto dai peones della politica come un dono caduto dal cielo che rendeva possibile tutto, tanto che nella campagna elettorale del 22 settembre 2022 le liste di proposte e di promesse le più strampalate sono state infinite.

Al contrario un modo serio e concreto per rilanciare il Paese sarebbe stato quello di far crescere il tasso di sviluppo al fine di diminuire il rapporto debito/PIL, e soprattutto contribuire a  ridurre le disuguaglianze socio-economiche tra le diverse aree del Paese, obbiettivo primario del PNRR.

Gli elementi problematici sono stati sottovalutati in quanto le prime due rate sono state erogate senza troppi problemi. Le stesse due relazioni annuali che i governi Conte e Draghi hanno presentato in Parlamento, come prescrive il regolamento della Commissione EU per il PNRR,   non hanno sollevato particolari preoccupazioni, anzi veniva espressa molta euforia e un cauto ottimismo. 

Certo non si poteva prevedere quello che sarebbe successo nel mondo negli ultimi due anni: la guerra in Ucraina, la crisi energetica, l’inflazione, il conflitto in Medio Oriente.                                       

Quando si è passati alla definizione dei finanziamenti, la parte più difficile del  Piano, il governo Meloni si è trovato completamente impreparato. Ricordiamo tutte la tormentata vicenda per acquisire la terza rata.

Uno dei problemi strutturali, che le risorse  del PNRR non potevano risolvere, è stata la cronica lentezza della P.A nella realizzazione dei progetti. Il Piano si è avviato come se in Italia le cose funzionassero bene, non tenendo conto del ritardo con cui i ministeri hanno da sempre gestito i bandi, della scarsa preparazione  di chi lavora per gli Enti locali, della tendenza tipica di produrre norme e circolari che alla fine rallentano tutto il processo. 

Ma il dato più eclatante ce lo ha  consegnato ancora una volta la Corte dei Conti: dal 1° gennaio 2023 al 4 maggio dello scorso anno, le pubbliche amministrazioni italiane hanno dichiarato di aver speso solo 1,2 miliardi di euro per l’inclusione, lo 0,5% per la salute e il 4.1% per la scuola. Per rimediare dovremmo spendere 40,90 miliardi annui nel biennio 2024-2026, ma non ci crede nessuno. Tanto meno il governo.  

La pubblicazione di quel documento ha aperto un  vaso di Pandora.  Il Piano dei “sogni” pensato da Draghi si è trasformato in un Progetto da incubo. Si è aperto un duro contezioso con la Corte, cui hanno fatto seguito una ridda di dichiarazioni della maggioranza di governo, sulla convenienza a continuare a gestire il PNRR  o, quanto meno, sulla necessità di riscriverlo. Qualcuno  però, si è dimenticato che la Lega e Forza Italia quel Piano  l’hanno sottoscritto e approvato.

Comunque la risposta del governo non si è fatta attendere risolvendo il problema alla radice: sono stati eliminati i controlli  preventivi della Corte, organo costituzionale,  che potrà operare solo ex  post.   

Le criticità  più significative hanno riguardato le dimensioni del Piano  e quindi la difficoltà, in pochi mesi, a  definire un intervento serio e ben ponderato. Ci si è trovati di fronte a obiettivi in alcuni  casi irrealistici. La situazione assurda è stata quella di avere tanti soldi ma non sapere come spenderli. Ulteriore elemento critico, quello che molti investimenti pubblici  si sono scontrati con un limite insormontabile relativo alla capacità di spesa delle amministrazioni. (Tito Boeri e Roberto  Perrotti –  PNRR La grande abbuffata)

Altro aspetto che da molti addetti ai lavori e dai cittadini non è stato considerato è che tali fondi non sono un regalo della Commissione EU. Si tratta sempre di debito, anche se a condizioni più favorevoli di quelli di mercato, che dovrà essere restituito.

Ci siamo indebitati per ben 123 miliardi, più 69 miliardi di sovvenzioni e altri  45 di fondi italiani per un totale di 237 miliardi da spendere entro il 2026.        

                     La destra al potere

La presidente Meloni, nuovo inquilino di Palazzo Chigi, dopo il voto del settembre 2022, non vedeva l’ora di entrare “nella stanza dei bottoni” ma ha avuto la brutta  sorpresa che i bottoni erano già stati tutti premuti dai tecnici di Draghi.

Non si è persa d’animo e immediatamente ha dato segnali concreti di quale fosse il primo obiettivo del suo mandato: l’occupazione del potere. Nel giro di sei mesi in modo arrogante e decisionista ha cambiato tutti i vertici delle aziende e degli Enti pubblici.

 Ancora oggi questa “fame” non è soddisfatta e dove c’è una “poltrona da occupare” la destra, anche  a costo di calpestare pesantemente le regole, la occupa. Non ha fatto e non fa  prigionieri.

Nello stesso tempo l’on Meloni ha accentrato  tutte le deleghe del PNRR a Palazzo Chigi, nelle mani del fedelissimo on. Fitto. Per il nuovo governo era prioritario riportare il Piano nell’alveo che per esso era quello giusto, cioè l’accentramento nelle mani del potere, annacquando o cancellando le caute aperture di Draghi al sociale e alle istituzioni.

E’ stata evidente fin da subito l’insofferenza della Presidente rispetto al PNRR originario, che non era il suo, lo  ha dovuto subire, con la preoccupazione, nello stesso tempo, di doversi guardare le spalle da un ipotetico atteggiamento ostile di Bruxelles.

L’onorevole Meloni vive in una costante dimensione complottista, con un atteggiamento sempre sospettoso, circondata da una corte ristrettissima  di fedeli cortigiani.  Lei e molti suoi ministri hanno manifestato in più occasioni, in modo sempre più palese e  scomposto, la loro insofferenza  verso  qualsiasi forma di controllo, anche quello di organi Costituzionali ( Corte dei Conti) o giudizio  critico sollevato sul proprio operato. 

Questa notazione non può essere catalogata come semplice  “problema caratteriale” della Meloni. Si pone un tema delicato di tutela della democrazia che la nostra Costituzione, dal dopo guerra ad oggi, ha sempre garantito individuando un sistema di pesi e contrappesi esercitato da organismi autonomi ed indipendenti.                                       

                                           Il nuovo PNRR

Il nuovo PNRR, modificato e approvato con decisione del Consiglio  EU l’8 dicembre 2023,  è aumentato a 194,4 miliardi, ha previsto 66 riforme, sette in più rispetto al piano originario  e 150 investimenti. Rispetto alla dotazione iniziale di 191,5 miliardi, l’aumento è di 2,76 miliardi come contributi a fondo perduto per la realizzazione del Repower.

Il governo Meloni non ha realizzato quel cambio di passo che molti auspicavano, non è riuscito a portare a termine i molti impegni assunti con la Commissione europea e le rate del PNRR hanno continuato a slittare di mese in mese.

Per garantire una inversione di marcia nell’economia, auspicato dalla stessa Commissione EU, non sono sufficienti ulteriori risorse, ma serve un nuovo indirizzo dell’azione pubblica, servono una regia e un cambiamento nelle istituzioni.

Se l’esecutivo si assumesse la responsabilità politica di gestire il Piano sulla base  di una strategia condivisa insieme alle imprese, al sindacato, ai lavoratori, alla società civile si creerebbero le condizioni per mettere a fuoco una chiara visione di rilancio del sistema produttivo, un’idea di come l’Italia si debba collocare nel contesto globale, di come possa creare posti di lavoro di qualità.

Temi molto lontani da quelli del governo Meloni. Il primo segnale  non è tanto riferito ai ritardi o alle lentezze burocratiche, che comunque esistono come problema, quanto al disegno politico entro il quale gli investimenti e progetti si sarebbero dovuti realizzare: meno servizi pubblici, più risorse ai privati.

Il disegno si è subito palesato in modo molto chiaro rivolto, in particolare, a consolidare il sostegno alle imprese grazie alla concessione  di  incentivi a pioggia e di finanziare grandi progetti in campo energetico  coinvolgendo anche le partecipate di Stato. 

Tanti soldi alle imprese ma senza alcuna strategia di politica industriale, senza alcun indirizzo per modificare, ampliare la struttura produttiva italiana.

Tutto questo a scapito degli investimenti dei grandi Comuni italiani, guarda caso governati in maggioranza dal centro sinistra, in particolare quelli destinati alle zone di periferia e al degrado urbano.. 

La proposta di revisione ha escluso dal PNRR circa un terzo degli interventi che prevedevano come soggetto attuatore i Comuni, che hanno ben compreso le straordinarie opportunità di investimento offerte dal Piano.

I Comuni e le città metropolitane hanno svolto e svolgono un ruolo centrale nella realizzazione dei progetti del PNRR, come riconosciuto anche dalla premier Meloni all’assemblea  pubblica dell’Anci.  A loro è affidata la gestione diretta di un’ingente quantità di risorse pari a circa 40 miliardi, di cui 36,6 già assegnati. In questa circostanza è emersa tutta l’ipocrisia della Meloni.

Gli Enti territoriali sono soggetti attuatori di oltre il 53% dei progetti ovvero 53.665 proposte. Il governo ha valutato di stralciare nove investimenti per 16 miliardi complessivi di cui 12,3 miliardi  già assegnati.

Come riportato dalla Corte dei Conti nell’ultima relazione sullo stato di attuazione del PNRR  del marzo scorso, il livello elevato di partecipazione alle procedure di selezione e il loro esito favorevole evidenzia tre aspetti:

-i Comuni hanno accettato la sfida del PNRR e hanno colto la portata straordinaria delle opportunità di investimento;

– nonostante la complessità delle procedure e le carenze strutturali di personale, gli Enti territoriali hanno dimostrato capacità tecniche e organizzative soddisfacenti;

-l’ammissione a finanziamento di progetti appartenenti alla quasi totalità dei Comuni italiani ha assicurato una capillare diffusione del PNRR, permettendo di soddisfare una condizione fondamentale del Next Generation EU , ossia la coesione sociale e il pieno coinvolgimento di tutto il territorio nazionale.

Nonostante che anche la Relazione del governo esprimesse valutazioni positive sul ruolo svolto dai Comuni, l’on. Fitto ha ribadito “ il rischio che non fosse rispettata la data del 30 giugno 2026 entro la quale i progetti devono essere collaudati. Ci sono 67 miliardi di progetti in essere che corrono il rischio di non raggiungere i risultati” 

I sindaci hanno espresso tutto il loro disaccordo “non solo siamo pronti, ma abbiamo già aperto centinaia di cantieri ed ora rischiamo di non concludere i lavori perché non ci sono soldi”.

Ma l’impegno dei Comuni, per renderlo concreto, avrebbe la necessità anche di  un piano di assunzioni di personale qualificato, una revisione dei meccanismi di finanziamento affinchè  si possa  assicurare una maggiore equità territoriale, una politica urbana che renda le città meno succubi del controllo politico delle Regioni.

Inoltre sarebbe indispensabile e urgente sostenere la capacità di realizzazione degli appalti dei Comuni, in particolare al Sud, ben più di quanto fatto finora con alcune misure di sostegno messe in atto prima dal governo Draghi e poi dal governo Meloni: utili ma insufficienti. Il  rischio vero è di trovarci un Paese più indebitato e più diviso.     

Dalla quantità e dalla qualità dei servizi erogati dalle Amministrazioni Comunali dipende la possibilità di godere  dei diritti di cittadinanza previsti dalla Costituzione.   

Tuttavia il ministro della coesione sociale ha continuato a manifestare il suo “accanimento terapeutico” verso i Comuni, rendendo sempre più evidente che il taglio dei fondi rispondesse più ad una logica politica che tecnica. Tutto questo a vantaggio dell’apparato produttivo delle regioni più ricche del Nord.

La Next Generation è  un’occasione per tornare ad una stagione di investimenti pubblici dopo la fallimentare ideologia  europea segnata dall’austerità. In questo ambito la tentazione della Meloni, nemmeno tanto nascosta, è stata quella di smantellare progressivamente  o cancellare gli interventi pubblici con la scusa dei ritardi e assorbire in questo modo le richieste delle imprese private. 

Dare attuazione al PNRR non significa solo deliberare le “riforme” o spendere le risorse per gli investimenti, ma usare questo processo per innescare una correzione profonda rispetto alle opzioni neo liberiste fatte nei primi vent’anni di questo secolo.    

Il governo ha deciso di tagliare integralmente 15,8 miliardi di euro di cui 13 destinati dal Piano alla valorizzazione del territorio e alla efficienza energetica.

In questo contesto è stato gioco facile per il governo intervenire massicciamente sul vecchio Piano :107 misure sono rimaste  invariate, ma ben 82 sono state corrette nei milestone/target (traguardo/obiettivo);  ad esempio , l’obiettivo sugli asili nido è stato ridotto da 264 mila  a 150 mila nuovi posti.

Quasi 6 miliardi di euro di definanziamento hanno riguardato i cosiddetti piccoli interventi dei Comuni, 3,3 miliardi di investimenti riferiti alla rigenerazione urbana, 2,5 miliardi dei piani urbani integrati, 1,2 miliardi per la gestione del rischio alluvioni  e del rischio idrogeologico, all’ idrogeno in settori hard-to-abate  (decarbonizzare dove è più difficile), 750 milioni ai servizi e infrastrutture sociali di comunità , 300 milioni alla valorizzazione dei beni confiscati alle mafie. Per un totale di 15,9 miliardi che il governo ha fatto confluire nel capitolo REPowerEU.

Almeno dai dati disponibili, non risulta molto chiara la motivazione del taglio cospicuo dei finanziamenti a questi settori.  Anche con il governo della destra si pone il delicato tema di un’informazione tempestiva e trasparente.

Con il nuovo Piano non solo si aggiungono nuovi progetti, a partire da quelle riguardanti il capitolo aggiuntivo del Repower EU, ma anche altri già concordati che sono stati posticipati. Questo comporterà uno sforzo notevole nei prossimi tre anni.                  

Ancora, vengono esclusi o ridotti  i finanziamenti per la riqualificazione degli  edifici scolastici; per la sanità, con la riduzione delle Case di Comunità da 1350 a 936; degli Ospedali di Comunità da 400 a 304; delle centrali operative di telemedicina da 600 a 524. Scelte che dimostrano lo scarso interesse dell’esecutivo per il potenziamento della sanità pubblica che, durante la pandemia, era stata oggetto di tante promesse da parte di tutte le forze politiche.

Per ovviare ai ritardi riferiti ad alcuni progetti l’esecutivo ha avanzato  alla Commissione EU la richiesta di prorogare alcune scadenze concordate nel PNRR. 

Nel dicembre 2023, ad esempio, l’Italia avrebbe dovuto realizzare  alcune riforme tra cui la riduzione dei tempi di pagamento della P.A e dell’aggiudicazione degli appalti. Il governo Meloni ha chiesto alla Commissione EU uno slittamento di 15 mesi. 

Il rinvio di alcune riforme è stata la  cartina di tornasole di quanto siano state strumentali  le  scelte politiche fatte dal duo Meloni/Fitto, poiché per alcuni progetti, visti i ritardi,  hanno  deciso di tagliare o ridimensionare i fondi ai Comuni,  mentre per altre riforme è stato chiesto lo slittamento, senza dare spiegazioni esaurienti.

Ma soprattutto si sono dimenticati di dire che, a causa degli slittamenti, le prossime due rate (quelle che scadranno a fine 2023 e a giugno 2024) subiranno una riduzione  di ben 10,6 miliardi  che saranno recuperate soltanto con l’ultima rata del 2026 che verrà incrementata di 12 miliardi di euro, aspetti che preoccupano non poco la Commissione EU rispetto alla capacità del nostro Paese di portare a compimento il PNRR. 

Ci saranno conseguentemente carenze di cassa per i conti pubblici rispetto a quanto previsto. Quasi sicuramente sarà necessario ricorrere al mercato o peggio ancora qualcuno potrebbe pensare “di utilizzare i 102 miliardi finora sbloccati dalla commissione Eu per finanziare la spesa corrente”. (Federico Fubini)

     PNRR non è quello voluto dalla Meloni 

Come detto in precedenza, l’8 dicembre 2023 la Commissione Europea ha dato il suo benestare al PNRR italiano, nello stesso tempo ha apportato molte correzioni, tanto che il nuovo Piano non è quello pensato dalla Destra, non combacia con la proposta di rimodulazione che Palazzo Chigi ha trasmesso il 7 agosto a Bruxelles.

Infatti, fin dall’inizio, sulla proposta di revisione del PNRR sono maturati i dubbi della Commissione EU. La revisione messa a punto dal governo non è sembrata convincere i tecnici di Bruxelles.

L’esultanza e i festeggiamenti dell’on. Meloni e del suo fedelissimo Raffaele Fitto, anche con la compiacenza di tanta carta stampata, hanno dovuto fare i conti con un PNRR che non  era quello pensato dalla Destra.  Il testo finale è stato sempre presentato come il testo del governo che invece ha dovuto digerire le modifiche pretese da Bruxelles. Ad ogni buon conto l’Italia dovrà continuare a fare i compiti.

I tecnici di Bruxelles, con l’avallo dei loro vertici politici, hanno rimodulato il PNRR italiano e modificato gli equilibri che erano stati pensati dalla Meloni.

E’ il caso dei progetti in capo ai Comuni per i quali erano stati proposti tagli per complessivi 13 miliardi, perché irrealizzabili entro il 30 giugno 2026, la dead line fissata dalle regole del Recovery. La valutazione non è stata accolta. 

Le misure che sono uscite completamente dal Piano sono i cosiddetti piccoli interventi dei Comuni (6 miliardi), mentre non sono state tagliate  cinque misure che il governo voleva cancellare: gli investimenti in progetti di rigenerazione urbana, Piani urbani integrati, le misure per la  gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico.

Così alcuni progetti sono stati ripescati. Quasi due dei 3,3 miliardi iniziali resteranno nelle disponibilità dei Sindaci per portare avanti i progetti sulla rigenerazione urbana(3,3miliardi), sulla riqualificazione delle periferie,  per ridurre l’emarginazione e il degrado urbano.    I Piani urbani integrati (Pui) potranno contare su circa 1 miliardo ( lo stanziamento originario era di 2,5 miliardi ) .

Rispetto allo schema pensato a Roma, è cambiato anche il Repower EU, il capitolo aggiuntivo sulla sicurezza energetica e la transizione green da 19,2 miliardi dove passa gran parte della scommessa della revisione . E’ qui che il governo ha deciso di far confluire i 15,9 miliardi tolti in gran parte ai Comuni, ma anche all’ex Ilva di Taranto. 

Alcune voci si asciugano. L’Ufficio parlamentare di bilancio, in una sua memoria sullo stato di attuazione del PNRR, rileva  che la richiesta dei previsti  definanziamenti per circa 16 miliardi viene ridotta a 8,3 miliardi e le risorse relative  al capitolo RePowerEU, che ammontavano a circa 19 miliardi, si riducono agli attuali 11,2 miliardi di euro.

 L’Europa ha così ribadito l’esigenza di criteri più stringenti per l’erogazione dei fondi: le risorse dovranno essere assegnate  a progetti effettivamente verdi. 

E’ opportuno sottolineare che c’è una profonda distanza tra le vecchie regole che hanno portato l’Europa a vent’anni di ristagno economico e l’urgenza di affrontare le molteplici crisi di oggi – militare, ambientale, pandemica-  con adeguati strumenti di politica economica. 

C’è da rilevare ancora come, negli ultimi mesi, le verifiche tecniche sulla realizzazione del Piano abbiano progressivamente perso rilevanza, lasciando spazio a trattative e negoziati di carattere politico.

E’ logico quindi chiedersi se il governo abbia effettivamente rispettato gli impegni previsti dalle varie scadenze (la terza, la quarta e la quinta) senza sentire l’esigenza di condividere i dati aggiornati a riguardo, ma limitandosi a ribadire, in modo sempre entusiastico, il raggiungimento degli obiettivi, secondo la politica degli annunci.

In questo contesto diventa fondamentale come l’esecutivo interverrà sulla  qualità della spesa pubblica, e quindi sulla capacità di ricostruire le relazioni tra i soggetti economici, in particolare tra il sistema della ricerca e mondo produttivo, tra amministrazioni locali e centrali, tra sistema finanziario e piccole imprese, migliorando quelle connessioni oggi indispensabili per lo sviluppo di attività innovative, specie quelle ad alto contenuto di conoscenza.

Il quadro europeo resta in rapida evoluzione e in questo contesto sarebbe urgente una posizione chiara dell’Italia per cambiare radicalmente la direzione delle politiche economiche, fiscali ed industriali che hanno portato al lungo ristagno dei decenni scorsi. Il bel Paese mostra tutte l sue rughe.

 A Roma come a Bruxelles il successo delle nuove politiche e del PNRR passa attraverso un cambio di strategia per portare l’economia, italiana ed europea, su una traiettoria di uno sviluppo che sia sostenibile sul piano ambientale e che colmi le disuguaglianze sul piano sociale. 

La domanda è d’obbligo: riuscirà questo governo di destra a realizzare questi obiettivi?  Siamo molto perplessi!

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La marcia indietro dei trattori

 

Mentre tutti stanno guardando con simpatia e favore la battaglia dei trattori quasi nessuno sembra accorgersi delle navi cariche di pesticidi che lasciano l’Europa dirette verso i Paesi del Sud del mondo e dell’Est Europa (Ucraina).Pensate l’Italia con circa 9.500 tonnellate è il secondo paese europeo in questa velenosa gara di export.

Nell’ossessiva campagna d’informazione nessuno a quasi ha trovato finora lo spazio di parlare ad esempio del  fipronil di Basf, altamente tossico per le api, del neurotossico chlorpyrifos della portoghese Ascenza Agro SA, e dell’altamente tossico cianamide, della tedesca Alzchem AG, come pure del propineb di Bayer, che provoca disfunzioni sessuali e infertilità.

Naturalmente i pesticidi come perfidi boomerang ritornano ben presto sulle nostre tavole. Nel 16% dei campioni di verdura testati in Svizzera (35 su 216) e dei campioni di frutta esotica testati (35 su 221) in Austria e Germania sono stati ri-trovati i pesticidi vietati.

Secondo Pesticide action network (Pan)» l’annuncio della presidente Ursula von der Leyen di ritirare la legge sulla riduzione dei pesticidi SUR rappresenta la fine di una spaventosa opposizione, guidata dall’industria agrochimica, contro un’agricoltura più sana e a prova di futuro per l’UE.

Prosegue duramente affermando che “La Commissione Europea ha appena preso una decisione dannosa per gli agricoltori e le loro famiglie, prime vittime dell’uso dei pesticidi. L’inquinamento da pesticidi è un problema enorme che deve essere affrontato. Inquina le nostre acque, nuoce alla nostra salute e distrugge la biodiversità da cui dipendiamo. Distrugge il suolo fertile e, a lungo termine, mette in pericolo la produzione alimentare. Dobbiamo muoverci rapidamente verso una forma di agricoltura sana e sostenibile, non fare nulla non è un’opzione alla luce della crisi della biodiversità in cui ci troviamo. Migliaia di scienziati e milioni di cittadini hanno esortato i politici dell’UE ad agire urgentemente”

Il WWF nel suo rapporto redatto nel 2022 definisce lapidariamente i pesticidi una pandemia silenziosa che vede l’Italia scalare al sesto posto mondiale nella classificazione dei maggiori utilizzatori con 114.000 tonnellate l’anno e con ben 400 sostanze diverse.

Inoltre secondo Legambiente il 34% degli alimenti alimentari presentava uno o più residui con punte del 40,2% della frutta e del 14,8% delle verdure.

Quanti sono stati informati che Il Parlamento Europeo il 22 novembre dello scorso anno ha respinto la riduzione dei pesticidi proposta della Commissione. Alzi la mano chi lo sapeva. La proposta era urgente ed essenziale per garantire un minimo di protezione dei cittadini e degli ecosistemi dell’UE dalla tossicità dei pesticidi. IL grave attacco al Green Deal parte da più lontano diversamente da quanto ci hanno raccontato in questi giorni.

Eppure nella retorica informativa che ad onde continue ci sommerge guardiamo come sperduti naufraghi il rombo dei trattori senza degnare di uno sguardo il salpare delle navi colme di veleno.

L’Adnkronos riporta oggi questa dichiarazione di Giorgia Meloni – “Vogliamo affrontare il tema, molto importante, dei costi di produzione. Vogliamo impedire la vendita sotto i costi di produzione e riconoscere il giusto prezzo agli agricoltori”. 

Ergo il salario minino: si, ma solo agli imprenditori agricoli con buona pace dei diritti di tutti.

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Sorellastre d’Italia

Enikő Győri (nato il 17 luglio 1968) è un politica conservatrice ungherese ed eletta membro del Parlamento europeo con Fidesz-Alleanza Civica Ungherese-Partito Popolare Democratico Cristiano (Ungheria) proprio ieri a postato su X questo post in cui accusa Ilaria Salis di essere una criminale.

Anzi rincarando la dose definisce il Parlamento Europeo  antidemocratico  poichè nel dibattito previsto in plenaria non sarà data la parola a nessun rappresentante dell’#Ungheria.

In tal modo, conclude la deputata magiara il Parlamento Europeo si schiererebbe contro ai valori dell’UE e la sua difesa del ruolo del diritto in tema di garanzia del giusto procedimento.

Un nostro fratello italiano poco meno di un secolo fa scrivendo alla mamma dalle prigioni fasciste scrisse parole semplici scolpite sulla pietra. 

“Carissima mamma – scriveva Antonio nel maggio di quell’anno – non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini. Ti abbraccio teneramente. Nino”.

Si chiamava Antonio Gramsci è tuttora è di gran lunga l’intellettuale italiano globale, letto e tradotto nelle università di tutto il mondo.

Nella sua requisitoria Michele Isgrò, il pubblico ministero che nel 1926 chiese venti anni di carcere per Antonio Gramsci e sito aggiunse «Bisogna impedire a questo cervello di funzionare». 

Scrive Ilaria il 2 ottobre del 2023: “Oltre alle manette qui ti mettono un cinturone di cuoio con una fibbia a cui legano le manette. Anche i piedi sono legati tra loro, intorno alle caviglie mettono due cavigliere di cuoio chiuse con due lucchetti e unite tra di loro da una catena lunga circa 25 cm. Poi mettono una ulteriore manetta legata ad un solo polso a cui è fissato un guinzaglio di cuoio che all’altra estremità è tenuto in mano dall’agente di scorta”.

Quelle brutte immagini di Ilaria che tutti abbiamo visto (tranne qualche ministro italiano s’intende) ora stanno velocemente svanendo. A quella donna hanno rubato i sogni lasciandogli in cambio gli incubi di un passato che ritorna.

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Grazie Presidente

Pubblichiamo il testo integrale del discorso del Presidente Sergio Mattarella che riteniamo essere un contributo fondamentale, che resterà nella nostra memoria per gli anni a venire. La foto di Giorgio Gaber poi, ci sembra la più adatta a illustrare  il sentimento che ha animato il suo messaggio di capodanno.

Care concittadine e cari concittadini,

questa sera ci stiamo preparando a festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Nella consueta speranza che si aprano giorni positivi e rassicuranti.

Naturalmente, non possiamo distogliere il pensiero da quanto avviene intorno a noi. Nella nostra Italia, nel mondo.

Sappiamo di trovarci in una stagione che presenta tanti motivi di allarme. E, insieme, nuove opportunità.

Avvertiamo angoscia per la violenza cui, sovente, assistiamo: tra gli Stati, nella società, nelle strade, nelle scene di vita quotidiana.

La violenza.

Anzitutto, la violenza delle guerre. Di quelle in corso; e di quelle evocate e minacciate.

Le devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla.

L’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità.

La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti.

La guerra – ogni guerra – genera odio.

E l’odio durerà, moltiplicato, per molto tempo, dopo la fine dei conflitti.

La guerra è frutto del rifiuto di riconoscersi tra persone e popoli come uguali. Dotati di pari dignità. Per affermare, invece, con il pretesto del proprio interesse nazionale, un principio di diseguaglianza.

E si pretende di asservire, di sfruttare. Si cerca di giustificare questi comportamenti perché sempre avvenuti nella storia. Rifiutando il progresso della civiltà umana.

Il rischio, concreto, è di abituarsi a questo orrore. Alle morti di civili, donne, bambini. Come – sempre più spesso – accade nelle guerre.

Alla tragica contabilità dei soldati uccisi. Reciprocamente presentata; menandone vanto.

Vite spezzate, famiglie distrutte. Una generazione perduta.

E tutto questo accade vicino a noi. Nel cuore dell’Europa. Sulle rive del Mediterraneo.

Macerie, non solo fisiche. Che pesano sul nostro presente. E graveranno sul futuro delle nuove generazioni.

Di fronte alle quali si presentano oggi, e nel loro possibile avvenire, brutalità che pensavamo, ormai, scomparse; oltre che condannate dalla storia.

La guerra non nasce da sola. Non basterebbe neppure la spinta di tante armi, che ne sono lo strumento di morte. Così diffuse. Sempre più letali. Fonte di enormi guadagni.

Nasce da quel che c’è nell’animo degli uomini. Dalla mentalità che si coltiva. Dagli atteggiamenti di violenza, di sopraffazione, che si manifestano.

È indispensabile fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace.

Parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo. Al contrario, è il più urgente e concreto esercizio di realismo, se si vuole cercare una via d’uscita a una crisi che può essere devastante per il futuro dell’umanità.

Sappiamo che, per porre fine alle guerre in corso, non basta invocare la pace.

Occorre che venga perseguita dalla volontà dei governi. Anzitutto, di quelli che hanno scatenato i conflitti.

Ma impegnarsi per la pace significa considerare queste guerre una eccezione da rimuovere; e non la regola del prossimo futuro.

Volere la pace non è neutralità; o, peggio, indifferenza, rispetto a ciò che accade: sarebbe ingiusto, e anche piuttosto spregevole.

Perseguire la pace vuol dire respingere la logica di una competizione permanente tra gli Stati. Che mette a rischio le sorti dei rispettivi popoli. E mina alle basi una società fondata sul rispetto delle persone.

Per conseguire la pace non è sufficiente far tacere le armi.

Costruirla significa, prima di tutto, educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti della vita di ogni giorno. Nel linguaggio che si adopera.

Dipende, anche, da ciascuno di noi.

Pace, nel senso di vivere bene insieme. Rispettandosi, riconoscendo le ragioni dell’altro. Consapevoli che la libertà degli altri completa la nostra libertà.

Vediamo, e incontriamo, la violenza anche nella vita quotidiana. Anche nel nostro Paese.

Quando prevale la ricerca, il culto della conflittualità. Piuttosto che il valore di quanto vi è in comune; sviluppando confronto e dialogo.

La violenza.

Penso a quella più odiosa sulle donne.

Vorrei rivolgermi ai più giovani.

Cari ragazzi, ve lo dico con parole semplici: l’amore non è egoismo, possesso, dominio, malinteso orgoglio. L’amore – quello vero – è ben più che rispetto: è dono, gratuità, sensibilità.

Penso alla violenza verbale e alle espressioni di denigrazione e di odio che si presentano, sovente, nella Rete.

Penso alla violenza che qualche gruppo di giovani sembra coltivare, talvolta come espressione di rabbia.

Penso al risentimento che cresce nelle periferie. Frutto, spesso, dell’indifferenza; e del senso di abbandono.

Penso alla pessima tendenza di identificare avversari o addirittura nemici. Verso i quali praticare forme di aggressività. Anche attraverso le accuse più gravi e infondate. Spesso, travolgendo il confine che separa il vero dal falso.

Queste modalità aggravano la difficoltà di occuparsi efficacemente dei problemi e delle emergenze che, cittadini e famiglie, devono affrontare, giorno per giorno.

Il lavoro che manca. Pur in presenza di un significativo aumento dell’occupazione.

Quello sottopagato. Quello, sovente, non in linea con le proprie aspettative e con gli studi seguiti.

Il lavoro, a condizioni inique, e di scarsa sicurezza. Con tante, inammissibili, vittime.

Le immani, differenze di retribuzione tra pochi superprivilegiati e tanti che vivono nel disagio.

Le difficoltà che si incontrano nel diritto alle cure sanitarie per tutti. Con liste d’attesa per visite ed esami, in tempi inaccettabilmente lunghi.

La sicurezza della convivenza. Che lo Stato deve garantire. Anche contro il rischio di diffusione delle armi.

Rispetto allo scenario in cui ci muoviamo, i giovani si sentono fuori posto. Disorientati, se non estranei a un mondo che non possono comprendere; e di cui non condividono andamento e comportamenti.

Un disorientamento che nasce dal vedere un mondo che disconosce le loro attese. Debole nel contrastare una crisi ambientale sempre più minacciosa. Incapace di unirsi nel nome di uno sviluppo globale.

In una società così dinamica, come quella di oggi, vi è ancor più bisogno dei giovani. Delle loro speranze. Della loro capacità di cogliere il nuovo.

Dipende da tutti noi far prevalere, sui motivi di allarme, le opportunità di progresso scientifico, di conoscenza, di dimensione umana.

Quando la nostra Costituzione parla di diritti, usa il verbo “riconoscere”.

Significa che i diritti umani sono nati prima dello Stato. Ma, anche, che una democrazia si nutre, prima di tutto, della capacità di ascoltare.

Occorre coraggio per ascoltare. E vedere – senza filtri – situazioni spesso ignorate; che ci pongono di fronte a una realtà a volte difficile da accettare e affrontare.

Come quella di tante persone che vivono una condizione di estrema vulnerabilità e fragilità; rimasti isolati. In una società pervasa da quella “cultura dello scarto”, così efficacemente definita da Papa Francesco.

Cui rivolgo un saluto e gli auguri più grandi. E che ringrazio per il suo instancabile Magistero.

Affermare i diritti significa ascoltare gli anziani. Preoccupati di pesare sulle loro famiglie; mentre il sistema assistenziale fatica a dar loro aiuto.

Si ha sempre bisogno della saggezza e dell’esperienza. E di manifestare rispetto e riconoscenza per le generazioni precedenti. Che, con il lavoro e l’impegno, hanno contribuito alla crescita dell’Italia.

Affermare i diritti significa prestare attenzione alle esigenze degli studenti, che vanno aiutati a realizzarsi. Il cui diritto allo studio incontra, nei fatti, ostacoli. A cominciare dai costi di alloggio nelle grandi città universitarie; improponibili per la maggior parte delle famiglie.

Significa rendere effettiva la parità tra donne e uomini: nella società, nel lavoro, nel carico delle responsabilità familiari.

Significa non volgere lo sguardo altrove di fronte ai migranti.

Ma ascoltare significa, anche, saper leggere la direzione e la rapidità dei mutamenti che stiamo vivendo. Mutamenti che possono recare effetti positivi sulle nostre vite.

La tecnologia ha sempre cambiato gli assetti economici e sociali.

Adesso, con l’intelligenza artificiale che si autoalimenta, sta generando un progresso inarrestabile. Destinato a modificare profondamente le nostre abitudini professionali, sociali, relazionali.

Ci troviamo nel mezzo di quello che verrà ricordato come il grande balzo storico dell’inizio del terzo millennio. Dobbiamo fare in modo che la rivoluzione che stiamo vivendo resti umana. Cioè, iscritta dentro quella tradizione di civiltà che vede, nella persona – e nella sua dignità – il pilastro irrinunziabile.

Viviamo, quindi, un passaggio epocale. Possiamo dare tutti qualcosa alla nostra Italia. Qualcosa di importante. Con i nostri valori. Con la solidarietà di cui siamo capaci.

Con la partecipazione attiva alla vita civile.

A partire dall’esercizio del diritto di voto.

Per definire la strada da percorrere, è il voto libero che decide. Non rispondere a un sondaggio, o stare sui social.

Perché la democrazia è fatta di esercizio di libertà.

Libertà che, quanti esercitano pubbliche funzioni – a tutti i livelli -, sono chiamati a garantire.

Libertà indipendente da abusivi controlli di chi, gestori di intelligenza artificiale o di potere, possa pretendere di orientare il pubblico sentimento.

Non dobbiamo farci vincere dalla rassegnazione. O dall’indifferenza. Non dobbiamo chiuderci in noi stessi per timore che le impetuose novità che abbiamo davanti portino soltanto pericoli.

Prima che un dovere, partecipare alla vita e alle scelte della comunità è un diritto di libertà. Anche un diritto al futuro. Alla costruzione del futuro.

Partecipare significa farsi carico della propria comunità. Ciascuno per la sua parte.

Significa contribuire, anche fiscalmente. L’evasione riduce, in grande misura, le risorse per la comune sicurezza sociale. E ritarda la rimozione del debito pubblico; che ostacola il nostro sviluppo.

Contribuire alla vita e al progresso della Repubblica, della Patria, non può che suscitare orgoglio negli italiani.

Ascoltare, quindi; partecipare; cercare, con determinazione e pazienza, quel che unisce.

Perché la forza della Repubblica è la sua unità.

L’unità non come risultato di un potere che si impone.

L’unità della Repubblica è un modo di essere. Di intendere la comunità nazionale. Uno stato d’animo; un atteggiamento che accomuna; perché si riconosce nei valori fondanti della nostra civiltà: solidarietà, libertà, uguaglianza, giustizia, pace.

I valori che la Costituzione pone a base della nostra convivenza. E che appartengono all’identità stessa dell’Italia.

Questi valori – nel corso dell’anno che si conclude – li ho visti testimoniati da tanti nostri concittadini.

Li ho incontrati nella composta pietà della gente di Cutro.

Li ho riconosciuti nella operosa solidarietà dei ragazzi di tutta Italia che, sui luoghi devastati dall’alluvione, spalavano il fango; e cantavano ‘Romagna mia’.

Li ho letti negli occhi e nei sorrisi, dei ragazzi con autismo che lavorano con entusiasmo a Pizza aut. Promossa da un gruppo di sognatori. Che cambiano la realtà.

O di quelli che lo fanno a Casal di Principe. Laddove i beni confiscati alla camorra sono diventati strumenti di riscatto civile, di impresa sociale, di diffusione della cultura. Tenendo viva la lezione di legalità di don Diana.

Nel radunarsi spontaneo di tante ragazze, dopo i terribili episodi di brutalità sulle donne. Con l’intento di dire basta alla violenza. E di ribellarsi a una mentalità di sopraffazione.

Li vedo nell’impegno e nella determinazione di donne e uomini in divisa. Che operano per la nostra sicurezza. In Italia, e all’estero.

Nella passione civile di persone che, lontano dai riflettori della notorietà, lavorano per dare speranza e dignità a chi è in carcere.

O di chi ha lasciato il proprio lavoro – come è avvenuto – per dedicarsi a bambini, ragazzi e mamme in gravi difficoltà.

A tutti loro esprimo la riconoscenza della Repubblica.

Perché le loro storie raccontano già il nostro futuro.

Ci dicono che uniti siamo forti.

Buon anno a tutti!

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NATALE DE GUERRA

Trilussa (Carlo Alberto Salustri)

   
 

 

Ammalappena che s’è fatto giorno
la prima luce è entrata ne la stalla
e er Bambinello s’è guardato intorno.
— Che freddo, mamma mia! Chi m’aripara?
Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla?
— Fijo, la legna è diventata rara
e costa troppo cara pe’ compralla…
— E l’asinello mio dov’è finito?
— Trasporta la mitraja
sur campo de battaja: è requisito.
— Er bove? — Puro quello
fu mannato ar macello.
— Ma li Re Maggi arriveno? — È impossibbile
perché nun c’è la stella che li guida;
la stella nun vô uscì: poco se fida
pe’ paura de quarche diriggibbile… —

Er Bambinello ha chiesto: — Indove stanno
tutti li campagnoli che l’antr’anno
portaveno la robba ne la grotta?
Nun c’è neppure un sacco de polenta,
nemmanco una frocella de ricotta…

— Fijo, li campagnoli stanno in guerra,
tutti ar campo e combatteno. La mano
che seminava er grano
e che serviva pe’ vanga la terra
adesso vié addoprata unicamente
per ammazzà la gente…
Guarda, laggiù, li lampi
de li bombardamenti!
Li senti, Dio ce scampi,
li quattrocentoventi
che spaccheno li campi? —

Ner di’ così la Madre der Signore
s’è stretta er Fijo ar core
e s’è asciugata l’occhi co’ le fasce.
Una lagrima amara per chi nasce,
una lagrima d’órce per chi more…

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