I Compari sono tornati

Per chi non lo ricordasse ci riferiamo al film “I compari” del 1971 diretto da Robert Altman(McCabe & Mrs. Miller).

Il film è una parabola sulla violenza del capitalismo e sulla non accettazione dell’elemento estraneo che può portare scompiglio in una comunità della Frontiera.

Girato nelle splendide location selvagge di Vancouver, questo film del 1971 cattura l’essenza di un tempo lontano che nell’era Trump è tornato prepotentemente e tragicamente presente.

L’uccisione di Renee Nicole Good, la 37enne colpita a morte durante un’operazione federale in un quartiere residenziale di Minneapolis ci ricorda molto da vicino la scena finale del film di Altman.

Ma andiamo alla scena finale del film.

Quando lo scontro letale diventa inevitabile, McCabe si arma e si nasconde nella cappella nelle prime ore del mattino, ma viene sfrattato dal pastore armato, che viene poi ucciso da Butler. Una lanterna rotta accende un incendio nella chiesa e gli abitanti si precipitano per estinguerlo. McCabe continua a nascondersi e uccide due degli aspiranti assassini, sparando alla schiena da posizioni nascoste, uno dei quali ferisce McCabe mentre cade. Mentre i cittadini si mobilitano per combattere il fuoco della cappella, McCabe gioca a gatto e topo con l’ultimo pistolero: Butler. Nello scontro finale McCabe viene colpito alla schiena e ferito a morte ma finge di morire sul colpo e lo uccide con una derringer (una pistola tascabile) Butler, quando questi si avvicina per confermare l’identità di McCabe. Mentre i cittadini festeggiano lo spegnimento del fuoco, McCabe muore da solo nella neve mentre la signora Miller giace sedata in una casa d’oppio.

Un delitto infame dentro una bolla senza alcuna legge nemmeno quella di gravità.

Per concludere sempre da Altman prendiamo in prestito un altro suo capolavoro:  “Nashville” scandito sulle note di “It Don’t Worry Me” (ovvero me ne frego).

Il prezzo del pane potrebbe preoccupare alcuni
Me ne frego

Lo sgravio fiscale potrebbe non arrivare mai
Me ne frego
L’economia è depressa, non io
Il mio spirito è alto come può essere
E potresti dire che non sono libero
Me ne frego
Potresti dire che non sono libero
Me ne frego
Dicono che questo treno non distribuisce corse
Beh, non mi preoccupare
Il mondo intero si sta schierando
Me ne frego

“Ice, out for good”

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Fiamma ibrida

 

Leggendo le dichiarazioni della presidente Meloni in questi primi tumultuosi giorni del 2026 ci è tornato alla mente il termine ibrido usato da lei per descrivere le presunte azioni criminali del leader venezuelano.

Per ibrido si indica un organismo, dispositivo o sistema che combina due elementi o specie diverse per ottenere prestazioni superiori.

Curiosa invece è l’etimologia della parola “ibrido” che deriva dal latino hybrida (“bastardo”, figlio di genitori di specie diverse), che a sua volta si rifà al greco hýbris (ὕβρις) – con un’affinità fonetica più che di significato – indicante l’eccesso, l’oltraggio o la violenza.

A “caldo” la sua prima dichiarazione recita che il Governo  considera  legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico, che tradotto significa, guai a chi tocca il petrolio!

A “freddo” invece in Groenlandia si schiera con la UE e contro Trump a difesa dell’integrità territoriale della Danimarca.

Eppure per la prima volta nella storia recente si  permette a un paese di portare un altro capo di Stato davanti alle proprie corti penali per accuse gravi come narcotraffico e narco-terrorismo.

Ciò solleva questioni ben più ampie sul confine tra diritto internazionale e diritto interno di un paese potente. Gli esperti di diritto internazionale hanno sottolineato che un’azione simile rischia di minare la stabilità delle norme che proteggono la sovranità statale, creando un precedente per cui Stati con potere militare e giudiziario ampio potrebbero decidere unilateralmente chi è o non è un capo di Stato legittimo e quindi perseguirlo penalmente.

Senza considerare che a proposito di crisi degli oppioidi che causa negli Usa più di cento morti al giorno  e si stima che abbia procurato danni all’economia nazionale per oltre cinquecento miliardi di dollari sono state individuate due aziende statunitensi:  Purdue Pharma Johnson & Johnson.

La prima nell’ottobre 2020,aveva raggiunto un accordo potenzialmente del valore di 8,3 miliardi di dollari USA, ammettendo di “aver cospirato consapevolmente e intenzionalmente e concordato con altri per aiutare e favorire” i medici che dispensavano farmaci “senza uno scopo medico legittimo”.

La seconda è stata ritenuta responsabile di aver alimentato la crisi degli oppioidi in Oklahoma e ha pagato  572 milioni di dollari per rimediare alla devastazione creata dall’epidemia nello Stato.

E’ legittimo chiedersi come mai a parte poche eccezioni come l’articolo di Emiliano Brancaccio sul Manifesto nessun’altro ne parla.

L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla

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Un premio Nobel per la Pace sbagliato

Ricordiamo che nelle motivazioni che hanno convinto ad assegnare il premio Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado c’è il riconoscimento del suo instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici del popolo venezuelano e per la sua lotta per una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia”.
Come pure non scordiamo l’appello a Trump, suo diretto concorrente al titolo, lanciato su X  della stessa Machado: “Questo è un premio per un intero movimento”. “Questo immenso riconoscimento della lotta di tutti i venezuelani è uno stimolo per portare a termine il nostro compito: raggiungere la democrazia. Siamo alle soglie della vittoria e oggi più che mai contiamo sul presidente Trump, sul popolo degli Stati Uniti, sul popolo dell’America Latina e sulle nazioni democratiche del mondo come nostri principali alleati per raggiungere la libertà e la democrazia”.

Nello speech in quell’occasione, tenuto da Jørgen Watne Frydnes, avvocato per i diritti umani, si è potuto ascoltare la parola “democrazia per ben sette volte nel discorso, e ben nove volte la parola “pace“.
Forse sarebbe stato meglio attribuire il Nobel direttamente a Donald, chissà se questo non ci avrebbe risparmiato lo “spettacolo odierno” tutto proteso a difendere la libertà e lo stato di diritto e ovviamente la pace stessa”.

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PETER THIEL

 

C’è un’altra questione macroeconomica che le interessa. Affronteremo un po’ il tema della religione. Recentemente ha tenuto alcune conferenze sul concetto dell’Anticristo, che è un concetto cristiano, un concetto apocalittico. Cosa significa per lei? Cos’è l’Anticristo?

Quanto tempo abbiamo?

Tutto il tempo necessario per parlare dell’Anticristo.

Va bene.

Potrei parlarne a lungo.

Penso che sia sempre importante sapere come parlare dei rischi e delle sfide del nostro tempo.

Spesso si tratta di un discorso scientifico distopico e spaventoso: la guerra nucleare, il disastro ambientale – forse attraverso qualcosa di ancora più specifico come il cambiamento climatico – il rischio legato alle armi biologiche. Tutti gli scenari fantascientifici sono presenti. E naturalmente esistono alcuni tipi di rischi legati all’intelligenza artificiale.

Ma continuo a pensare che se vogliamo parlare di rischi esistenziali, forse dovremmo anche parlare del rischio di un altro tipo di singolarità nefasta, che definirei uno Stato totalitario mondiale.

Perché la soluzione politica predefinita che le persone hanno per tutti questi rischi esistenziali è un governo mondiale unico.

Cosa fare delle armi nucleari? Abbiamo un’Organizzazione delle Nazioni Unite con poteri reali che le controlla, e queste sono controllate da un ordine politico internazionale. E poi c’è anche la seguente domanda: cosa fare dell’IA? Abbiamo bisogno di una governance informatica mondiale. Abbiamo bisogno di un governo mondiale che controlli tutti i computer, registri ogni battuta sulla tastiera, per assicurarsi che nessuno programmi un’IA pericolosa.

Mi chiedo se questo non equivalga a uscire dall’inferno per cadere nella fossa dei leoni.

Dietro la facciata “giudaico-cristiana” della sua argomentazione, Thiel rimane un miliardario libertario. La denuncia di un governo mondiale – che gioca abilmente su un luogo comune del complottismo per catturare l’attenzione degli ascoltatori – serve in fondo a esprimere una cosa piuttosto semplice: la sua più grande paura è più Stato e più deregolamentazione.

Per compensare la drastica riduzione dei finanziamenti destinati alla sanità, alla ricerca medica e all’innovazione biomedica contenuti nel suo progetto di legge di bilancio, l’amministrazione Trump vuole dare un ruolo più importante agli algoritmi e all’intelligenza artificiale per realizzare progressi scientifici, in particolare attraverso Palantir, il gigante della sorveglianza informatica creato da Thiel.

Alla vigilia dell’elezione di Donald Trump, un’azione Palantir valeva 60 dollari. Oggi ne vale più di 130.

Peter Thiel ne possiede 100 milioni.

 

Il quadro filosofico ateo è “Un mondo o niente”. Era un cortometraggio prodotto dalla Federazione degli scienziati americani alla fine degli anni ’40. Inizia con l’esplosione di una bomba nucleare che distrugge il mondo, ed è evidente che per impedirlo è necessario un governo mondiale: un mondo o niente.

Il quadro cristiano, che pone in qualche modo la stessa domanda, è il seguente: l’Anticristo o l’Armageddon?

O abbiamo lo Stato mondiale dell’Anticristo, o camminiamo verso l’Armageddon – “un solo mondo o nessuno”, “l’Anticristo o l’Armageddon”, in un certo senso, sono la stessa cosa.

Ho molte riflessioni su questo argomento, ma sorge una domanda: come fa l’Anticristo a prendere il controllo del mondo? Pronuncia discorsi demoniaci e ipnotici e la gente cade nella trappola? Una sorta di demonium ex machina?

È del tutto inverosimile.

È una falla nella trama molto poco plausibile.

Ma penso che abbiamo una risposta a questa falla.

Il modo in cui l’Anticristo prenderebbe il controllo del mondo è parlando continuamente dell’Armageddon: si parla continuamente del rischio esistenziale e di come sia necessario regolamentare. È l’opposto dell’immagine della scienza baconiana del XVII e XVIII secolo, dove l’Anticristo è una sorta di genio tecnologico malvagio, uno scienziato malvagio che inventa questa macchina per conquistare il mondo. La gente ha troppa paura di questo.

Sugli argomenti che Thiel attinge dalla Nuova Atlantide di Francis Bacon, si veda il suo testo “Nihilsm is not enough”.

 

Nel nostro mondo, è il contrario che trova risonanza politica.

Ciò che ha risonanza politica è l’idea che dobbiamo fermare la scienza e semplicemente dire «basta» a tutto questo.

Nel XVII secolo, posso immaginare un dottor Stranamore, un personaggio alla Edward Teller, che prende il controllo del mondo. Nel nostro mondo, è molto più probabile che sia Greta Thunberg.

L’ungherese Ede Teller è uno dei fisici del progetto Manhattan e il “padre” della bomba all’idrogeno che ha promosso con fervore.

Un tempo, il timore ragionevole era che l’Anticristo fosse una sorta di mago della tecnologia. Oggi sarebbe una persona che promette di controllare la tecnologia, di renderla sicura e di instaurare quella che, dal tuo punto di vista, sarebbe una stagnazione universale, giusto?

È più o meno la mia descrizione di come andrebbe a finire.

Sì, ma lei dice che il vero Anticristo giocherebbe su questa paura e direbbe: “Dovete seguirmi per evitare l’Armageddon nucleare”.

Sì.

Tendo a pensare, guardando il mondo così com’è oggi, che ci vorrebbe un certo tipo di progresso tecnologico radicale perché questa paura diventasse davvero tangibile. Posso immaginare che il mondo si rivolga a qualcuno che promette pace e regolamentazione, se si arrivasse a credere che l’intelligenza artificiale sta per annientare l’umanità. Ma per arrivare a questo punto, dovrebbe iniziare a concretizzarsi uno scenario apocalittico di tipo “accelerazionista”. Per ottenere un Anticristo della “pace e della sicurezza”, occorrerebbe quindi un maggiore progresso tecnologico. Uno dei grandi fallimenti del totalitarismo nel XX secolo è stato proprio il deficit di conoscenza: non era in grado di sapere cosa stava succedendo nel resto del mondo. Ci vorrebbe quindi un’intelligenza artificiale, o un’altra tecnologia equivalente, in grado di sostenere un tale regime totalitario in nome della stabilità. Insomma, non credete che lo scenario peggiore possibile implichi prima un’impennata del progresso tecnologico, che verrebbe poi addomesticato per instaurare una forma di stagnazione totalitaria?

È possibile…

Prendiamo Greta Thunberg, che è su una barca nel Mediterraneo per protestare contro Israele. Non vedo proprio come l’intelligenza artificiale, la tecnologia o persino la lotta al cambiamento climatico possano costituire un potente grido di battaglia universale in questo momento, in assenza di un’accelerazione del cambiamento e di un vero timore di una catastrofe totale.

È molto difficile da valutare. Ma penso che l’ambientalismo sia abbastanza potente. Non so se sia abbastanza potente da creare uno Stato totalitario mondiale, ma beh, è… Direi che è l’unica cosa in cui la gente crede ancora in Europa.

In Europa, la gente crede più nell’ecologia che nella sharia islamica o nella presa di potere totalitaria del comunismo cinese.

Il futuro è un’idea di un futuro che sembra diverso dal presente: le uniche tre opzioni proposte in Europa sono l’ecologia, la sharia e lo Stato comunista totalitario.

E l’ecologia è di gran lunga la più forte.

In un’Europa in declino, in decomposizione, che non è più un attore dominante nel mondo.

Tutto è sempre legato al contesto.

Abbiamo avuto un rapporto molto complesso con la tecnologia nucleare. E certamente questo non ci ha portato a uno Stato mondiale totalitario. Ma negli anni ’70, un modo per descrivere la stagnazione era dire che il progresso tecnologico galoppante aveva finito per spaventare, che la scienza alla Francis Bacon si era fermata a Los Alamos.

E poi abbiamo deciso che bastava. Che era finita. Non volevamo andare oltre.

Quando Charles Manson prende l’LSD alla fine degli anni ’60 e iniziano gli omicidi, ciò che scopre sotto l’effetto della droga è che si può diventare una sorta di antieroe dostoevskiano a cui tutto è permesso.

Ovviamente non tutti sono diventati Charles Manson.

Ma nel modo in cui racconto questa storia, tutti sono diventati disturbati quanto lui e gli hippy hanno preso il controllo.

In Europa, la gente crede più nell’ecologia che nella sharia islamica o nella presa di potere totalitaria del comunismo cinese.

Ma Charles Manson non è diventato l’Anticristo e non ha preso il controllo del mondo. Siamo finiti nell’Apocalisse e lei…

La mia versione della storia degli anni ’70 è che gli hippy hanno vinto.

Abbiamo camminato sulla luna nel luglio 1969.

Woodstock è iniziato tre settimane dopo.

Col senno di poi, è stato allora che il progresso si è fermato e gli hippie hanno vinto.

E sì, non era letteralmente Charles Manson…

Restiamo sulla figura dell’Anticristo, per concludere. Ma attualmente non viviamo sotto l’Anticristo, poiché secondo voi siamo semplicemente in un periodo di stagnazione. E lei suggerisce che qualcosa di peggiore potrebbe apparire all’orizzonte, qualcosa che renderebbe questa stagnazione permanente, alimentata dalla paura. Quello che io propongo è che, affinché un tale scenario si verifichi, sarebbe necessaria una nuova spinta al progresso tecnologico, paragonabile a quella di Los Alamos, che susciterebbe una paura generalizzata. Ecco quindi la mia domanda molto precisa: lei investe nell’intelligenza artificiale. Lei è fortemente coinvolto in Palantir, nella tecnologia militare, nella sorveglianza, nelle tecnologie di guerra. Si ha semplicemente la sensazione che, quando mi racconta una storia in cui l’Anticristo prenderebbe il potere sfruttando la paura del progresso tecnologico per imporre l’ordine nel mondo, quell’Anticristo potrebbe usare gli strumenti che lei sta costruendo. Potrebbe dire: “Metteremo fine al progresso tecnologico… ma ciò che Palantir ha realizzato finora è davvero utile”. Questo non la preoccupa? Non sarebbe ironico che chi si preoccupa pubblicamente dell’Anticristo contribuisca involontariamente alla sua venuta?

Ascolti, ci sono una moltitudine di scenari.

Ovviamente, non credo che sia quello che sto facendo.

Per essere chiari, non credo nemmeno che sia quello che state facendo voi. Quello che mi interessa è capire come si arriva a un mondo pronto a sottomettersi a un’autorità autoritaria permanente.

Ci sono diversi gradi in questo processo, che possono essere descritti.

Ma quello che vi ho appena esposto è così assurdo, come racconto generale della stagnazione, l’idea che il mondo intero si sia sottomesso da cinquant’anni a un regime di “pace e sicurezza”?

È quello che dice la Prima Lettera ai Tessalonicesi, 5:3: lo slogan dell’Anticristo sarà “pace e sicurezza”.

E noi ci siamo sottomessi alla FDA, che non regola solo i farmaci negli Stati Uniti, ma di fatto in tutto il mondo, perché gli altri paesi si rimettono alle sue decisioni. La Commissione per la regolamentazione nucleare americana (NRC) regola di fatto le centrali nucleari di tutto il mondo. Non si può semplicemente progettare un reattore nucleare modulare e costruirlo in Argentina. Nessuno si fiderebbe delle autorità argentine. Si rivolgerebbero alle autorità americane.

Quindi, la domanda rimane: perché abbiamo vissuto cinquant’anni di stagnazione?

Una possibile risposta è che abbiamo smesso di avere idee.

Un’altra è che si è verificato un cambiamento culturale che ha reso tutto questo impossibile.

E questa risposta culturale può essere interpretata in modo ascendente: l’umanità si sarebbe trasformata in una specie più docile.

Oppure, almeno in parte, in modo discendente: le istituzioni governative si sarebbero trasformate in un apparato favorevole alla stagnazione.

L’energia nucleare ne è l’esempio migliore: doveva essere l’energia del XXI secolo, invece è stata accantonata in tutto il mondo.

In un certo senso, secondo quanto dice, vivremmo già sotto una forma moderata del regno dell’Anticristo. Crede che Dio controlli il corso della storia?

Penso che ci sia sempre spazio per la libertà umana, per la scelta.

Le cose non sono completamente predeterminate in un senso o nell’altro.

Ma Dio non ci lascerebbe indefinitamente sotto il regno di un Anticristo moderato e stagnante, vero? Non è così che dovrebbe finire la storia, giusto?

Attribuire troppa causalità a Dio è sempre problematico.

Potrei citare diversi versetti, ma prenderò Giovanni 15:25, dove Cristo dice: “Mi hanno odiato senza motivo”. Tutte queste persone che perseguitano Cristo non hanno in realtà alcun motivo per farlo. E se interpretiamo questo versetto come un’osservazione sulla causalità ultima, sarebbe: “Io perseguito perché Dio mi ha spinto a farlo”. Dio sarebbe all’origine di tutto.

Ma la visione cristiana va contro questo. Non è calvinista. Dio non è dietro ogni evento storico. Non causa tutto. Se dici che Dio è la causa di tutto, stai rendendo Dio un capro espiatorio.

Ma Dio è all’origine dell’entrata di Gesù Cristo nella storia, no? Perché non voleva lasciarci in un Impero Romano stagnante e decadente. Quindi, a un certo punto, Dio interviene.

Non sono calvinista a tal punto.

Non è calvinismo. È semplicemente cristianesimo: secondo la tua logica, Dio non dovrebbe lasciarci eternamente incollati ai nostri schermi, ad ascoltare i sermoni di Greta Thunberg.

Nel bene e nel male, penso che ci sia un grande spazio per l’azione umana, per la libertà umana.

Se pensassi che tutto fosse predeterminato, allora tanto varrebbe rassegnarsi: arrivano i leoni. Non resterebbe altro che fare un po’ di yoga, pregare in silenzio e aspettare che ti divorino.

Ma non credo che sia questo ciò che dovremmo fare.

Questa intervista è contenuta nella versione integrale. (nel link in basso). 

Il Grand Continent

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Sguardi pericolosi

di Antonio Damiani

Sempre più spesso vengono pubblicati saggi che affrontano la tematica del rapporto fra politica e tecnologia. Fra gli altri “Tecnofascismo” di Donatella Di Cesare, Einaudi e ”Tecno Monarchi” di Alessandro Mulieri, Donzelli. Ed in effetti appare incandescente la dialettica fra democrazia e innovazione tecnologica, con la prima nella parte dei famosi lacci e laccioli da rimuovere. L’aspetto più paradossale della vicenda è che chi è in prima fila nella difesa, ultramoderna, dell’innovazione senza limiti e senza confini quasi sempre sposa idee politiche e sociali che non è esagerato definire arcaiche, premoderne. Lo scopo è ovviamente quello di una riduzione della democrazia a simulacro utilizzando nella contesa, ricorrendo ai più scontati concetti del nazionalismo e del suprematismo, proprio le forze di chi più è danneggiato dall’avanzata delle ristrutturazioni sociali figlie del neoliberismo più sfrenato. Come se l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze potesse essere attenuato dal richiamo a valori sbriciolati dalle ristrutturazioni stesse. Forse è questo in questo momento lo sguardo di Medusa dal quale non lasciarsi pietrificare.

Un invito alla lettura che ci arriva da Antonio e  che facciamo nostro.

Solo un anno fa compariva questa intervista al New York Times che non aveva ottenuto la giusta attenzione, forse vale la pena oggi rileggerla attentamente.

 

«Prepararsi all’Impero»: Curtis Yarvin, profeta dell’Illuminismo nero

Buon anno a tutti i nostri lettori

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Quando nascette Ninno

Siamo a Scifelli, piccola frazione di Veroli presso la chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio e  accanto ad un ex collegio redentorista.

Un minuscolo borgo che contiene a malapena un grande presepe. Visitatelo per credere, non ve ne pentirete.

Ma cos’è oggi veramente il Presepe?

Il presepe, anche se non ce ne accorgiamo, cambia lo sguardo in ciascuno di noi, è uno specchio dove compare o meglio scompare quello che non c’è più, un luogo dell’anima dove vive una comunità di gente che non si incontra, che non parla e non pare accorgersi come muore lentamente il nostro presente.

E’ proprio da un minuscolo borgo per dirla con le parole di Vito Teti: Forse come avveniva nel passato a Natale  è necessario affermare un mondo alla «rovescia», dove ci sia sempre non un’innovazione “comunque” e a ogni costo, ma la rigenerazione del Mondo, che, a saper sentire, da qualche parte, continua ancora a mandare segni di vita e di presenza.

Nascosta tra le nuvole e dentro un’inaspettato temporale fa capolino una piccola scifa (forse?) per ritrovare e custodire le stelle che nutrono la nostra fantasia e ridipingono il nostro orfano orizzonte. Roberto e Gabriele Magliocchetti e Massimo Campoli sono i Re Magi-ci di questo miracolo. “L’arte  che tramandano andrà custodita gelosamente. Quella luce negli occhi si nutre certamente dal cuore, attivamente trasmessa per le mani. Don Paolo Galante”.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore compose la pastorale (che abbiamo richiamato nel nostro titolo) che nel 1744 trasformò egli stesso nel ben più noto canto natalizio “Tu scendi dalle stelle”.

Sullo sfondo l’arcobaleno di Pace sull’altare che ha voluto Padre Habib capace di restituire vita alle parole di Madre Teresa di Calcutta “Gesù Bambino nascerà se noi lo mettiamo nella storia garantendogli pane e dignità e Pace, altrimenti il Natale resta un rito vuoto” .

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Il Natale nei paesi che stanno morendo. Ascoltare i segni di vita e di presenza

di Vito Teti

 

Fonte: Domani

Cammino, in queste giornate luminose che precedono il Natale, lungo le mie strade di casa e di paese, che mi hanno visto bambino.
Ho 75 anni, e il paese ha meno di mille abitanti; quando ero bambino ne aveva quattromila. Vado a fare visita e a portare piccoli doni natalizi a un parente più grande di me e a qualche amico che è ammalato. È un’eredità, un imperativo, che ho ricevuto da nonna, da mia madre, dalla gente del paese. Certo, è un po’ fuori moda, fuori da questo tempo precario, insicuro, senza certezze.
La “ruga” in cui abito è muta, vuota. A volte, la notte mi sveglio, non conto le pecore, ma cerco di ricordare tutte le persone di quel mondo scomparso: non riesco ad afferrarle, sono partite, fuggite, in ogni parte del mondo soprattutto a Toronto. Tutte le case in cui dovevano tornare quelli che me lo promettevano, mentre ci abbracciavamo piangendo come in un lutto, sono chiuse, non vi abita più nessuno, non conosco più nemmeno i proprietari.

 

La piazza

Mi dirigo verso la piazza. Non c’è più Maria della Rocca, che mi chiamava per farmi ascoltare i canti e gli stornelli che finivano con una sua contagiosa risata finale; le case di Giovannarosa, di Togliatti, dei Petricelli sono chiuse e, ormai, a ischio crollo.
Non ho nostalgia di quelle case, ma di tutte le persone che vi abitavano, che si affacciavano sulla soglia per salutarmi e offrirmi il caffè, che mi raccontavano mille storie e le vicende di una vita di fatica e di resistenza. Nella piazza, dove non abita più nessuno, c’è qualche arco con piccole lampadine natalizie, un presepe, quello esposto di ogni anno, ha come compagna una fontana che scorre lenta, pigra, quasi con tristezza: forse ricorda le tante e tante persone che un tempo la allietavano con i loro scherzi, le loro serenate, i loro rituali litigi.
Studiosi di ogni disciplina, colleghi impegnati in mille iniziative contro lo spopolamento, hanno tante idee, tanti progetti, molta passione, infinite fantasie e mille menzogne su come “rigenerare” i paesi che si spengono lentamente.

 

Paesi moribondi

Il fatto è che, dopo mille spostamenti, dopo tanti falsi movimenti, dopo un’illusoria speranza di ritorni a causa del Covid, qui nulla è come prima. Quando i paesi erano ancora vivi, pure se ammalati, e avevano bisogno di cura amorevole, di un riguardo convinto, di una diversa attenzione, i ceti dominanti facevano i loro affari, i gruppi dirigenti, politici e non solo, nazionali e locali, si arrangiavano, gli altri inveivano e speravano, fuggivano.
Dinnanzi al moribondo si è rimasti disarmati, scettici, impotenti. E desso che molti paesi stanno chiudendo, che tutti i paesi delle aree interne d’Italia e delle isole sono a rischio spopolamento, il paese è ancora il luogo dove vivono milioni di abitanti, ma anche un’ossessione, un fantasma. Per alcuni un ammalato il cui spopolamento è inarrestabile, un moribondo da accompagnare con cura alla morte, per altri un luogo da riabitare, da rigenerare, dove restare e resistere. In genere, i paesi non sono guardati nel presente, con le loro pene e le loro illusioni, sono diventati riserva di caccia di esteti delle rovine, di sognatori di un mondo genuino e compatto dove fuggire o nascondersi o dove fare affari e affermare il proprio io.

 

Non interessa il paese, la sua gente, chi resta, chi parte, chi torna, chi resiste, chi inventa nuova cultura, chi soffre il vuoto e la solitudine, il paese diventa l’ombra delle nostre insoddisfazioni, il borgo puro e incontaminato, dove trovare la felicità, dove fare festival, dove radunare i giovani tormentati e in colpa che vivono nella città e magari nella comodità e la loro escursione fuori le mura, la loro vacanza intelligente, le loro comunità provvisorie, ma effimere.
I paesi in abbandono sono le moderne scenografie degli spettacoli dei mesi estivi, perché d’inverno ognuno si guarda bene dall’andare nei luoghi del freddo e dell’oscurità, dove non ci sono balli, locali per bere o ascoltare musica. I paesi vengono trasformati in mito, in Eden o in luoghi invivibili, impossibili, senza futuro. Abbiamo inventato i paesi dei balocchi, i paesi market, dove con violenza dei social vengono offerti buoni sentimenti al costo di un “euro”.

La verità è che nei paesi non c’è più la gente, il paese è un non più luogo, che non riesce a diventare nuovo luogo, non è più una comunità fatta di relazioni, rapporti, contrasti, condivisioni, riti comuni. In questo clima in cui la fiducia, la speranza, la pace vengono banditi dall’alto, quale scuola di ipocrisia hanno frequentato quelli che inneggiano al “nostro Natale”, alla nostra “religione”, mentre hanno desacralizzato vita, malattia, feste, riti, morte delle persone?

 

Paese e presepe
C’era una volta il Natale e c’era la comunità, c’era il presepe e c’era il paese. Nessuno meglio della figura dell’incantato del presepe, che guarda assorto e fisso la stella, che annuncia la nascita del Bambinello, può raccontare oggi lo stupore melanconico e utopico delle persone che aspirano alla giustizia niente più di quel personaggio riassume il senso di stupore e di meraviglia delle persone che si trovano di fronte a eventi straordinari ed eccezionali.
La nostalgia del tempo bello e innocente dell’infanzia non porta da nessuna parte, ma, forse, il termine nostalgia va legato all’abbandono di un’idea di storia progressiva”, per cui quello che viene dopo è sempre migliore di quanto è accaduto prima.
La nostalgia non può essere sentimento regressivo, quanto un’emozione e una risorsa per criticare un presente desacralizzato e per affermare un’idea di futuro diverso da quello che ci impone il neoliberismo dominante.

Gli ultimi “resistenti”

 

Una nostalgia critica, oppositiva, utopica ha un senso anche se sappiamo cogliere la poesia del Natale che, nonostante tutto, permane. Pure in universo rarefatto, ancora oggi nel paese, gli ultimi “resistenti”, i giovani rimasti e tanti studenti o emigrati a Roma, nelle città del Nord, che tornano per fare il Natale a casa o nel paese dei padri e delle madri, cantano e suonano la “novena” (la “strina”) per le vie, e qualcuno apre loro la porta, il cuore, e offre salame, braciole, zeppole, panettone, frutta, vino, bevande, liquore.
Non è un rito del passato, è un rito del presente, di quanti riescono a stabilire un legame tra il mondo di ieri e il mondo di oggi, e continuano a sognare che questo presente possa legarsi al mondo di domani. E questo “spirito” di continuità, di attesa e di speranza che affermano i giovani che camminano nelle strade, cantando «giù dai monti e dalle valli, scorre latte e miele ancora».

Forse, allora, dovremmo continuare a capire l’attesa e l’avvento, a riconoscere il sapore del latte e del miele, a guardare gli “astri del ciel” e immaginare e inventare “altri monti” e “altre valli”, altre vite, altra vita. Anche io nella notte mi dico che, forse, non si tratta soltanto di cambiare sguardo per osservare il “centro” dalle periferie e dai margini, ma di cambiare soprattutto sguardo per considerare diversamente il passato e il tempo presente, per capire, o inventare, che il “centro” è qui e ora, dove resistono, pure tra dolori e difficoltà, almeno il sogno e l’utopia di una nuova comunità.
Forse, come dice Tim Ingold, è il passato a essere davanti a noi, mentre il futuro è alle nostre spalle. Questa visione comporta l’abbandono di una cieca fede nello sviluppo e nella tecnologia, nel neoliberismo, nell’urbanocentrismo e nell’antropocentrismo, come uniche risposte ai problemi dell’umanità.

 

«L’assai è come il niente»

Il passato andrebbe recuperato, non soltanto come memoria, ma nelle sue potenzialità inespresse, nelle tante vie non percorse, rimosse, cancellate: non va considerato un tempo-luogo dove tornare, ma un universo del presente, dove affermare un altro senso del sacro, una frugalità e una sobrietà che consentano di donare cibo, acqua, terra agli ultimi e così evitare le guerre.
Forse hanno avuto ragione i miei nonni che dicevano che «l’assai è come il niente»: il troppo è inutile, rende infelici, ci trasforma in macchine di consumo, portandoci verso la «fine del mondo» che vorremmo scongiurare. Forse, come avveniva nel Natale del passato, è necessario affermare un mondo alla «rovescia», dove ci sia sempre non un’innovazione “comunque” e a ogni costo, ma la rigenerazione del Mondo, che, a saper sentire, da qualche parte, continua ancora a mandare segni di vita e di presenza.

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Il presepe impossibile

Tra le trasmissioni preferite della mia giovinezza c’è sicuramente un programma radiofonico dal titolo “Le interviste impossibili”.

Andava in onda tra il 1974 e 1975  curato da Lidia Motta, in cui uomini di cultura contemporanei reali fingono di trovarsi a intervistare 82 fantasmi redivivi di persone appartenenti a un’altra epoca, impossibili da incontrare nella realtà, da qui il titolo.

All’evento di Atreju il leader di FDI ha accolto nella Cappella dei Condannati di Castel Sant’Angelo dei nuovi condannati: John Lennon, Greta Thunberg e Francesca Albanese.

Ricordiamo che tra il XVIII e il XIX secolo la Cappella che si apre lungo le mura del Cortile delle Fucilazioni, era in origine un portico adibito a magazzino di polvere da sparo, poi diventato luogo di preghiera per i condannati a morte imprigionati a Castel Sant’Angelo.

Oggi ad evento concluso a ridosso del Natale, noi vorremmo immaginare il nostro presepe impossibile.

Il primo personaggio in cammino disperato e permanente si chiamava Gino Strada, ricordate?

“Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future. Molti anni fa anche l’abolizione della schiavitù sembrava “utopistica”. Nel XVII secolo, “possedere degli schiavi” era ritenuto “normale”, fisiologico. Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccolto il consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezione della schiavitù: oggi l’idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci repelle. Quell’utopia è divenuta realtà. Un mondo senza guerra è un’altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà. Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità”
Dal discorso per la consegna del premio nobel alternativo “Right Livelihood Award”, 2015.

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Il nome della foglia

Stasera siamo qui tutti insieme, stretti gli uni agli altri in una bella sala del convento dei cappuccini a poco più di un chilometro dal comune di Monte San Giovanni Campano. Proprio qui nel 1536 prende forma l’ex abbazia di S. Giovanni “extra muros” circondata da un imponente bosco che i cappuccini adibirono in parte a selva ed orto.

Remo Cinelli presidente del Circolo Legambiente Lamasena APS che riunisce i paesi di Collepardo, Veroli, Boville Ernica, Monte San Giovanni Campano e Strangolagalli ricorda subito che proprio in questo luogo l’associazione ha ricevuto il suo battesimo.

Parafrasando il titolo di un celebre romanzo del famoso semiologo e filosofo Umbero Eco “Il nome della rosa” abbiamo titolato il nostro post prendendo spunto dal simbolo di Legambiente che oltre al cigno verde e la conchiglia espone appunto la Foglia quale simbolo dell’attenzione all’ambiente terrestre.

Si proprio quelle foglie, che accanto ai germogli, ai fiori di piante spontanee che erano la passione di uno dei nostri padri fondatori: Eugenio Maria Berenger.

Stasera  “Gigino”, Alfredo Ciardi, Moreno Martelluzzi, Natalino Ferrazzoli, Simona e Laura Mastrantoni, ci hanno spalancato le porte del loro grande cuore.

Quello che ci tiene uniti non è un filo spinato chiamato tradizione. Fu proprio Eco in un famoso discorso pronunciato il 24 aprile del 1995 alla Columbia University che né ricordò il carattere controrivoluzionario e fondamentalmente anti moderno.

La tradizione non è un busto o un trofeo da esporre ma un concime prezioso per una terra chiamata futuro.

Per fortuna a fine serata ha fatto irruzione a bordo delle sue stampelle Padre Habib Badran parroco della Parrocchia dei Padri Redentoristi della Beata Vergine Maria del Buon Consiglio a Scifelli che guardando nei nostri piatti ci ha ricordato che tra le genti da cui proviene in quel di Betlemme ci sarebbero voluti mesi di digiuno per mettere insieme quel nostro semplice pasto.

Grazie Padre Habib di averci dato questa lezione di vita.

Una foglia per coprire la nostra vergogna di vivere in un mondo così ingiusto e crudele.

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Cappuccetto nero

Abbiamo cercato disperatamente nelle scorse settimane articoli e servizi dedicati ai manifestanti indigeni che hanno bloccato l’accesso alla COP30, chiedendo di partecipare ai negoziati sul clima vicino al più grande bosco del mondo: l’Amazzonia brasiliana.

Lo stallo delle trattative sul taglio delle emissioni non ha trovato, almeno da noi,  nè titoli e neppure ascolti attenti. 

Silenzio assoluto!

Stessa fine è toccato al  il nuovo progetto dell’Unhcr: un Fondo di Protezione Ambientale per  Rifugiati per restaurare oltre 100 mila ettari di vegetazione degradata.

In Italia invece Catherine Birminghan e suo marito NathanTrevallion Lothlórien come Galadriel e Celeborn i neo governatori di Tolkien si rifugiano nel “bosco d’oro”Lothlórien e al suo anello elfico.

Certamente non ci sfugge la strumentalità referendaria della vicenda ma al tempo stesso non vorremmo che passasse inosservata la visione esoterica perseguita dal Governo del nostro Paese.

La famiglia anglo-americana vuole vivere nel bosco non tanto per riscoprire Dio e Patria ma soltanto per sfuggire alla plastica.

Eppure nel moto di simpatia che circonda questa famiglia nel bosco c’è un alone di tristezza e rassegnazione che trafigge le esistenze di molti.

Non conta l’amore per i figli quanto l’indifferenza verso il loro cammino. Il disprezzo per la scuola, i magistrati gli assistenti sociali sono il nuovo alfabeto di un tempo che corre all’indietro.

Domani scopriremo che nel “bosco d’oro di Lothlórien chi vi soggiorna troppo a lungo rischia di perdere il contatto con la realtà e dimenticare la propria missione di vita.

Ma nessuno sembra sinceramente interessato a trovare il sentiero di un mondo nuovo.

Cappuccetto nero ha fermato l’orologio della nostra storia.

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