3 domande “impossibili” a Nicoletta Rocchi

Riproponiamo oggi quest’intervista che Nicoletta ci concesse* nel 2014 che tocca temi per noi ancora attuali.

Buona lettura.

All’inizio dei mitici anni ’70 la Rai lanciò un programma destinato a lasciare il segno per molto tempo. Uomini di cultura contemporanei fingevano di trovarsi ad intervistare 82 fantasmi redivivi di persone appartenenti a un’altra epoca: da qui il nome interviste impossibili.

Non ce ne voglia Nicoletta Rocchi, ex segretaria confederale della CGIL se stavolta la circondiamo di uomini che hanno fatto la storia di questo nostro povero Paese.

Ormai la cronaca si è inesorabilmente impadronita delle nostre coscienze, ci restano soltanto il ricordo di quelle straordinarie lucciole che oggi inaspettatamente vogliamo far tornare sulla scena

I loro splendidi nomi: Federico Caffè, Paolo Sylos Labini e Pietro Barcellona.

Leggendo la relazione della Segretaria Generale mi sono soffermato a scovare quante volte sia stato pronunciato il termine cattolico: ebbene, non ne ho trovato traccia. Tu che sei una studiosa del nostro più grande economista del novecento, ovverosia Federico Caffè e della sua intensa amicizia con Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, rammenterai certamente che il suo desiderio più grande: i “cosiddetti nuovi areopaghi dove credenti e non credenti possano dialogare su temi fondamentali dell’etica, dell’arte della scienza, e sulla ricerca della trascendenza” al fine di trovare i “requisiti per un sistema economico accettabile in relazione alle esigenze della collettività” . Oggi che Papà Bergoglio accoglie il Segretario dell’ONU Ban Ki-moon con la parabola Zaccheo non credi che lanci un preciso segnale di dialogo a tutti?

Penso di essere tra i meno indicati a intervenire su questa materia perché, in realtà, non sono una cattolica praticante. Sono tuttavia sempre stata convinta sostenitrice della via maestra del dialogo e del rispetto reciproco: tra credenti e non e tra appartenenti a diverse religioni. Soprattutto credo fermamente nell’universalità di alcuni valori che rendono straordinaria l’essenza dell’umano. Per me ha sempre contato poco se a sostenere il perseguimento di tali valori da parte dei singoli fosse la fede in un’entità superiore e nel premio di una vita ultraterrena oppure la percezione del legame che unisce i destini degli umani in questa vita terrena e che radica in loro i sentimenti dell’amore, della fratellanza e della solidarietà nonché i diritti e i doveri che ne conseguono. Infatti ho sempre considerato che fosse la coerenza e la sincerità con cui vengono vissuti questi valori e questi sentimenti o il loro contrario a dare un senso – positivo o negativo – al destino di ognuno. E dunque non vi è dubbio che l’aspirazione a un nuovo umanesimo, espressa con tanta forza da Federico Caffè, sia il fondamento della ricerca di quel “sistema economico accettabile in relazione alle esigenze della collettività”. Ormai le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza nel modo sviluppato hanno assunto dimensioni che ci riportano indietro di più di 100 anni, ridimensionando seccamente le conquiste della classe lavoratrice, il sogno delle pari opportunità, i processi ascensionali nella scala sociale: in parole povere, peggiorando la qualità della vita dei più. A questo si aggiunga poi l’aggressione sistematicamente perpetrata all’ambiente naturale. Penso che sia per questo che l’apostolato di papa Francesco sia così forte e sentito. Esso corrisponde al bisogno profondo di tanti che vivono, soli e spaventati, le incertezze di una fase di cambiamento epocale. Tutti avvertono l’autenticità della partecipazione e della compassione del papa, della sua attenzione spasmodica ai poveri ovunque conducano la loro grama esistenza, nelle borgate della metropoli del mondo ricco o nelle aree del sottosviluppo, della sua ripulsa dello sfruttamento degli esseri umani e dunque degli eccessi del sistema capitalistico. Direi anzi che, nella sua critica, Francesco vada oltre tali eccessi, toccando e mettendo in discussione aspetti profondi del sistema che andrebbero radicalmente cambiati. Il drammatico problema è che manca una risposta politica a tale necessità. La politica sembra avere smarrito tutti i suoi strumenti di percezione, di intervento e di guida e ormai sembra avere ceduto alla potenza dell’élite del potere economico sovranazionale, al “big money”, come lo chiamano gli anglosassoni, che è in grado di condizionarne le scelte. E’ su tali questioni, maledettamente complesse, che la sinistra politica dovrebbe avviare un ripensamento profondo del suo modo di essere degli ultimi 30 anni.

Se fosse qui con noi Paolo Silos Labini ci direbbe che per tornare a crescere non si può far conto sull’ormai sparuto numero di grandi imprese ma bensì riorganizzare le piccole puntando sui distretti.

La rinascita economica e politica delle città medioevali dopo la dissoluzione dell’impero romano, iniziò secondo Adam Smith quando si organizzarono collettivamente per pagare i tributi. Una crescita SOSTENIBILE dunque, eppure anche questa parola manca nella relazione della CGIL. Come te lo spieghi?

In realtà l’impresa di piccola e media dimensione ha sempre costituito una delle architravi del sistema economico e produttivo italiano insieme alle vecchie partecipazioni statali, ora in gran parte dismesse e alle dinastie familiari legate tra loro e a un settore finanziario, rigorosamente banco-centrico, da una fittissima rete di tipo relazionale. Al centro di tale rete Mediobanca, l’unica banca d’affari del paese che è stata l’artefice delle più intricate architetture aziendali, dei noccioli o nocciolini duri, delle scatole cinesi e di una galassia di partecipazioni incrociate complessa, inestricabile e apparentemente onnipotente. Tutto ciò ha dato vita a quel capitalismo senza capitali, o meglio con i soldi degli altri – quelli dei risparmiatori raccolti dalla rete bancaria retail – il quale, con fortissimi legami con il mondo politico e agendo attraverso le cosiddette “operazioni di sistema”, costituisce uno degli aspetti salienti del potere economico e dell’establishment italiani. L’altra faccia del capitalismo nostrano è appunto quella delle piccole e medie imprese: quelle che operando nei settori più consoni alla nostra cultura e tradizione produttiva, hanno costruito una vicenda economica di grandissimo successo nel mondo: il made in Italy e il gusto, la meccanica, la chimica, il tessile e il sistema moda, tutti di altissimo profilo, l’alimentare di qualità ecc. Insomma una esperienza che ha tenuto in equilibrio la nostra bilancia commerciale perchè fortemente proiettato nell’export. Questo settore, dinamico e innovativo, ha sempre avuto enormi difficoltà di accesso al salotto buono, quello che però, oggi è in profonda decadenza. Anzi sta cadendo letteralmente a pezzi perché mancano i soldi per alimentarlo. Dunque, nella sua appassionata difesa della economia a rete e dei distretti industriali, Sylos ha vissuto la consueta solitudine del riformista. O meglio, tutti gli davano ragione ma nessuno – specie nell’enclave politico – agiva di conseguenza. Invece, per tenere insieme un tessuto produttivo così diffuso e articolato occorre una forte iniziativa politica di supporto: non solo fiscale ma anche logistico, promozionale, infrastrutturale, di semplificazione amministrativa e di organizzazione. Ed è drammatico constatare come la nascita delle Regioni e il decentramento amministrativo, tranne che per qualche importante e lodevole eccezione, tanto poco abbiano migliorato la situazione, mostrando anzi una sostanziale incapacità di misurarsi con questo decisivo aspetto di governo del territorio.  Mi sembra di poter dire che siamo all’ultima spiaggia. Speriamo che le grandi difficoltà di questi anni ci aiutino a crescere e a migliorare noi stessi.

L’ultima parola assente è “capitale”. Forse è per questo che i termini Libertà, Democrazia e Solidarietà, come ci ricordava Pietro Barcellona nel suo magnifico libro “l’egoismo maturo la follia del Capitale”, hanno perso il loro carattere mobilitante divenendo preda dell’usura e della retorica?

Mi pare di avere già, sia pure parzialmente, risposto a quest’ultima domanda, certo, con i limiti di competenza e conoscenza di attempata sindacalista ormai non più in servizio effettivo. Aggiungo che trovo strano che i termini capitale/capitalismo/capitalistico ricorrano più sul Financial Times o sull’Economist che sui documenti e gli scritti della sinistra e del sindacato. E’ come se, quasi quasi, avessimo la coda di paglia: per non farci accusare di essere animali del ‘900 in via di estinzione e comunque ormai superati, ci diamo una verniciata di modernità usando neologismi inglesi ed evitando accuratamente di fare riferimento a termini che potrebbero rinverdire le cose che dicevamo in altre epoche della nostra storia. Chi sa cosa direbbe uno psicanalista? Da tempo, in molti ci saremmo dovuti affidare alle sue cure! Scherzi a parte, caduto il muro di Berlino è stata perfino teorizzata la fine della storia: il capitalismo trionfava e non aveva più la concorrenza di modelli alternativi. Dunque, avanti tutta. Invece abbiamo assistito a un indietro tutta, almeno per le persone normali, quelle rappresentate dalla sinistra e del sindacato. Che fare? Occorre innanzi tutto operare una cesura, una discontinuità e reinventare una strategia. Con quali ingredienti? Ne elenco alcuni: la consapevolezza della parzialità degli interessi rappresentati; la radicalità necessaria nel portare avanti le nostre politiche; l’attenzione alla percorribilità e alla sostenibilità delle nostre proposte; la ridiscussione di noi stessi rispetto al lavoro che cambia, alla forte richiesta di partecipazione democratica che viene avanti nella parte di società che costituisce la nostra naturale base di rappresentanza; la fantasia e il coraggio necessari a concepire un modello economico in cui le persone contribuiscano con la loro intelligenza alla vita dell’azienda presso cui prestano il loro lavoro e si realizzino attraverso tale lavoro, recuperando l’orgoglio della loro appartenenza a una comunità: quella dei lavoratori e delle lavoratrici, non più merci fungibili ma preziose risorse per la crescita e lo sviluppo della società di cui si sentono non ai margini, bensì parte integrante e dinamica.

Grazie a Nicoletta

 

 

*PreviTeNdA 4 giugno 2014

 

Informazioni su Walter Bottoni

Nato il primo settembre 1954 a Monte San Giovanni Campano, ha lavorato al Monte dei Paschi. Dal 2001 al 2014 è stato amministratore dei Fondi pensione del personale. Successivamente approda nel cda del Fondo Cometa dei metalmeccanici dove resta fino 2016. Attualmente collabora con la Società di Rating di sostenibilità Standard Ethics.
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