Lo smart working : occasione da non perdere ?

 A cura di Ugo Balzametti 

 Mentre scriviamo il Corona virus si sta sviluppando in una drammatica seconda fase che colpisce con  velocità  le condizioni di vita delle persone. Di fronte ad uno shock di tale entità c’è un forte senso di smarrimento. 

Questa seconda fase è peggiore della prima: dopo la crisi di primavera, milioni di persone  avevano sperato di ritornare a vivere, speranze ora stroncate. Nel corso di questi mesi di pandemia ci si è domandati perché succede tutto questo, con risposte evasive come se non ci fossero responsabilità.

Le pratiche e le scelte politiche neo-liberiste degli ultimi trent’anni si sono rilevate inadeguate ma soprattutto hanno facilitato, nel loro corso ,  l’azione predatoria rispetto alla natura, l’iperconnessione globale, la precarietà, l’assenza di tutele e diritti nel lavoro, il modello agricolo monoculturale, l’uso spregiudicato di sistemi che rilevano dati, informazioni personali, relazioni  e anche condizione di salute. 

Con l’egemonia  dell’ideologia neo-liberale, la giustizia sociale  ha pesato sempre meno, affidando sempre  più al solo “mercato”, ovvero alle grandi corporations, l’utilizzo della poderosa macchina della conoscenza per assumere decisioni che hanno potuto e potranno avere interesse generale.

Questo straordinario patrimonio informativo  vive accentrato nelle mani di poche multinazionali, i così detti Big Tech dell’IT come Google, Amazon, Facebook, Apple che operano monopolizzando conoscenze e competenze senza nessun controllo politico, prima ancora che economico. 

Qual è lo scopo della piattaforma di acquisti online di AMAZON? Vendere e recapitare oggetti, sfruttando il lavoro? Se pensiamo questo siamo fuori strada. Amazon riesce a mala pena a chiudere il bilancio in pareggio con l’attività del solo commercio elettronico. Lo scopo vero della piattaforma è ben altro, ovvero accumulare dati e informazioni  che sono fonte di guadagni enormi.  

La definizione di piattaforme digitali più sofisticate, ha consentito l’affermarsi sul mercato di nuove imprese che hanno svolto la funzione di “intermediari digitali” tra utenti e lavoratori/consumatori, scaricando su quest’ultimi la volatilità della domanda e colpendo le retribuzioni e  le condizioni di lavoro . 

 La prospettiva in futuro è che si amplierà da una parte la concentrazione dei lavori e delle retribuzioni e dall’altra la forbice  delle disuguaglianze.

Il nostro paese presenta criticità aggiuntive: scarsa propensione alla ricerca soprattutto nelle grandi aziende, progressivo indebolimento del sistema delle grandi imprese pubbliche.

Nessuno oggi è in condizioni di dire  quale incidenza avrà il Covid-19 nel medio-lungo periodo sugli assetti socio-economici-politici del Paese. Certo è che produrrà effetti  moltiplicatori sulla crisi economica già in atto prima del lockdown .

L’Istat ha stimato per il primo trimestre 2020   un – 4,7 che non è  certamente imputabile, se non in minima parte, alle chiusure imposte a marzo. Nel secondo trimestre c’ è stato un balzo al 16%.

Ne consegue che il come si supererà la pandemia non è neutro, perché potrà  condizionare lo sviluppo socio-economico per gli anni a venire. Uno dei temi su cui si misurerà il cambiamento sarà l’organizzazione del lavoro che è l’architrave  sociale per la tutela della dignità delle persone. 

Sarà quindi necessario puntare ad un cambiamento programmato dell’economia, a una transizione verso una diversa organizzazione sociale e stili di vita.

 Se il lockdown è sinonimo di coercizione, di incertezza e rabbia, la transizione invece è sinonimo di programmazione, flessibilità, sicurezza. 

Possiamo incominciare dalle cose che ci ha insegnato questa crisi. 

L’automobile, ad esempio, può rimanere in garage; un ritrovato  senso della casa, ossia una rivalutazione dell’economia locale; abbiamo toccato con mano le difficoltà  in cui versa il servizio sanitario nazionale effetto dei tagli  e delle scelte scellerate fatte nel corso dei questi ultimi vent’ anni, che hanno finito per privilegiare e tutelare solo la sanità privata  a discapito di quella pubblica, che ha fatto prevalere la logica mercantile della salute. 

Lo shock  è stato maggiore  in quelle realtà regionali che hanno privilegiato gli investimenti negli ospedali privati e ridotto gli spazi della sanità pubblica, specie nelle aree territoriali interne. 

 I tagli più consistenti  hanno riguardato il personale del SSN, i posti letto ospedalieri, il numero di Asl e di strutture “complesse”. I medici sono diminuiti di 7  mila unità, gli infermieri di 34,7mila unità; negli ospedali pubblici sono stati ridotti i posti letto (-39.477) e sono stati cancellati o accorpati i presidi ospedalieri sotto i 60 posti letto, smantellando tutta la rete di sanità territoriale.  

Dal 2013 al 2017 la spesa pubblica si è incrementata del 7%, mentre quella privata è stata del 9%. Dal 2010 al 2018, la spesa sanitaria pubblica rispetto alla spesa complessava è passata dal 85% al 73%, mentre quella privata è passata dal 21,1 al 25%. Significa che su 6,7 miliardi di spesa sanitaria, il 95% è stato sopportato dai privati, e appena il 5% dallo Stato.

 Il Patto di stabilità ha bloccato le assunzioni per nove anni (dal 2010 al 2019), il numero dei dipendenti si è contratto di circa 45 mila unità.  Qualunque politica che si limiti a proporre un ritorno alla normalità non tiene conto che quella di prima era un’ingiusta anormalità. Oggi ci potrebbero essere le condizioni per cambiare il sistema. Un sistema che fa i conti con i propri limiti.

Tener conto dei temi inerenti la sicurezza, la salute, l’autonomia, l’occupazione, il risparmio energetico, la riduzione dell’anidride carbonica significa rivalutare i luoghi, l’economia locale come prima opzione produttiva.

In questo frangente si è ri-scoperta la dimensione di “comunità” che si è tradotta in uno slancio solidaristico da parte di alcune categorie di lavoratori, di associazioni, di centri sociali, volontari, reti sociali.

 La pandemia ha rilevato che esistono decine di professioni poco rispettate dalle quali dipende il nostro vivere quotidiano. Abbiamo scoperto “il ruolo pubblico” di almeno otto milioni di lavoratori  che sono stati impegnati a garantire la funzionalità di attività e servizi senza i quali non si può vivere.

Fattorini, commessi, impiegati, operai, conducenti di mezzi pubblici, magazzinieri, netturbini, tutte persone , spesso mal pagate, che non hanno mai smesso di lavorare per far si che gli altri potessero rimanere a casa, garantendo la continuità di certi servizi e evitando il collasso del sistema economico.  Sono lavoratori essenziali e quindi “strategici” per dignità e per la loro funzione. 

Chi lavora, è molto di più che una risorsa. Curare i malati, fare consegne di cibo, medicine ed altri beni essenziali, smaltire i rifiuti: le  persone  che hanno reso possibile continuare la vita durante la pandemia sono la prova vivente che il lavoro non può essere ridotto ad una merce.  

La salute delle persone e la cura di chi è più vulnerabile non possono essere governati  dalle leggi del mercato. La de-mercificazione del lavoro significa proteggere alcuni settori. Quando sono in gioco la salute e la vita del nostro pianeta, ragionare in termini di costi e benefici è quanto mai scandaloso.

 Queste sintetiche valutazioni ci potrebbero permettere di aprire una riflessione seria sulla idea stessa di capitalismo, che ha come un mantra l’obiettivo di massimizzare  il valore per gli azionisti,  concetto nato negli Stati Uniti da Milton Fridman e che l’Italia tende a imitare nei modi peggiori. Al contrario è necessario riconoscere diritti di partecipazione ai vari azionisti (stakeholder), per primi i lavoratori, contro i comportamenti opportunistici e salvaguardando in questo modo il valore degli investimenti in  capacità ed efficienza delle lavoratrici e dei lavoratori.

(Continua)

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