
di Ugo Balzametti
La “trappola” di Netanyahu
“Oggi è un giorno storico per la pace. Con Netanyahu abbiamo parlato di come porre fine alla guerra a Gaza nel quadro più grande di una pace nel Medio Oriente”. Con queste parole il presidente americano Trump ha iniziato la conferenza stampa congiunta con il premier israeliano, in cui ha annunciato i venti punti del suo piano di pace per Gaza.
Nella notte del 9 ottobre, le delegazioni di Hamas e dello Stato di Israele, riunite a Sharm-Sheikh, hanno raggiunto un accordo sul Piano di pace proposto da l presidente americano, grazie alla decisiva mediazione di Qatar, Turchia, Emirati, Usa ed Egitto.
Senza dubbio israeliani e palestinesi hanno tirato un sospiro di sollievo. E’ facile capire perché nelle piazze di Tel Aviv e tra le macerie della Striscia, si sia festeggiato il ritorno a casa degli ostaggi e per l’interruzione della mattanza.
Se torniamo indietro di due anni, all’alba del 7 ottobre del 2023, più di 3000 miliziani di Hamas sfondarono in più punti la barriera di protezione che isola la Striscia di Gaza dal resto del mondo. A far fronte alla ferocia delle milizie di Hamas c’era un pugno di soldati e soldatesse, reclute in servizio di vigilanza. Una strage immane, oltre 1200 morti uomini e donne israeliane e 250 prigionieri, portati come ostaggi nei cunicoli che attraversano il ventre della Striscia.
Lo choc è stato devastante, Israele ha perso la consapevolezza di essere invincibile, di avere i servizi segreti più efficienti, dotati dei più sofisticati mezzi per prevenire tali eventi.
Il governo e l’esercito sono stati presi “alla sprovvista”. Non si è voluto dare peso ai tanti segnali, che venivano da parte dei servizi segreti stranieri, di una imminente azione terroristica di Hamas. Perché si sono aspettate 5 ore prima che intervenisse l’esercito? Perché quel giorno il fronte di Gaza era praticamente sguarnito? Il premier Netanyahu non venne svegliato se non verso le 6.30, quando l’azione terroristica era in corso già da tre ore.
Domande rivolte al governo insieme alla richiesta di una Commissione per indagare quanto era accaduto, come ha sottolineato Anna Foa nel suo ultimo libro ( Il suicidio di Israele ed. Laterza), ma poi sul momento hanno prevalso l’orrore e il dolore.
Lungi dal giustificare in qualche modo l’azione terroristica di Hamas, non si possono dimenticare neppure gli 80 anni di apartheid del popolo palestinese. Il tutto non è iniziato in quel maledetto 7 ottobre, c’è purtroppo una lunga catena di violenza e di dolore che lega indissolubilmente in un abbraccio mortale questi due popoli.
Superato il primo impatto e avuta la solidarietà internazionale, prima impensabile, il presidente del governo israeliano ha visto nella guerra di Gaza la grande occasione per rimanere in sella. Prima dell’attacco brutale di Hamas, Bibi Netanyahu era sulla brace. Da 44 settimane ogni sabato centinaia di migliaia di israeliani scendevano in piazza contro la deriva autoritaria del governo.
Quel che è avvenuto il 9 di ottobre scorso con la definizione di “l’ accordo di pace”, è senza dubbio un segnale positivo, ma questo è solo il “primo passo”, in quanto le difficoltà che dovranno essere affrontate e superate, stanno a dimostrare quanto sia difficile governare un processo di pace.
Una pace annunciata in pompa magna, con tanto di viaggio lampo del presidente americano tra Tel Aviv e l’Egitto, sottovalutando, forse, il rischio che l’accordo si potesse rivelare un castello di carta costruito sulla sabbia. Parole del mediatore del Qatar, lo sceicco al Thani, suonano come un campanello d’allarme.
Dietro la stretta di mano e l’ottimismo di facciata dei Paesi che hanno condotto il negoziato, si nascondono i veri nodi del contendere, tutti rimandati “alla seconda fase” ..
A parere di chi scrive, l’anomalia grave di questa trattativa sta nel fatto che è stata condotta da Israele, dai Paesi arabi, dall’Egitto, dalla Turchia e con il controllo degli Stati Uniti, senza la presenza di una qualsiasi rappresentanza del popolo palestinese, scelta sciagurata.
Nel lunghissimo discorso di Trump alla Knesset , il Parlamento dello Stato d’Israele, non una parola è stata spesa sulle 70.000 vittime civili a Gaza, di cui 20.000 bambini, nessun riferimento all’autodeterminazione o al riconoscimento dello Stato di Palestina L’unico accenno è stato riferito all’azione terroristica del 7 settembre 2023.
La seconda grande assente è stata la Cisgiordania. Nel suo intervento Trump non ha fatto alcun riferimento alle occupazioni illegali dei coloni israeliani, alle continue aggressioni ai palestinesi con l’esproprio delle loro terre, nessuno impegno per il loro smantellamento.
A parere dell‘ Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani, , tra novembre 2023 e ottobre 2024, sono stati approvati piani di costruzione per oltre 10.300 nuove unità abitative. Sempre più spesso Netanyahu e i suoi ministri ultraortodossi, auspicano
Infine terzo importante assente è stato il diritto internazionale. Cancellato, ignorato, neppure evocato per dovere di forma. Tutto si basa su rapporti personali, quasi feudalLli.
La prima fase del piano
Il progetto di pace è articolato in 20 punti che prevedono, tra gli altri, un cessate il fuoco immediato, uno scambio di ostaggi e prigionieri, l’ingresso degli aiuti umanitari gestiti dall’ONU e dalla CRI, il ritiro israeliano graduale da Gaza dell’esercito israeliano ( in realtà l’esercito israeliano manterrà il controllo del 58% del territorio).
L’accordo, inoltre, ha previsto il disarmo totale di Hamas e nessun ruolo nel futuro governo della Striscia di Gaza, in cambio dell’amnistia per i militanti e dell’esilio per i leaders.
Il linguaggio usato nel testo ricorda molto da vicino quello adoperato in modo brutale nell’era coloniale del secolo scorso: la sovranità del popolo palestinese non è un diritto, ma un premio che verrà concesso solo se la volontà di Washington e dei suoi partener verrà rispettata.
Il presidente americano prima ha usato parole rassicuranti ma subito ha tirato fuori il bastone: nel caso che Hamas non rispetti l’accordo di pace, specie se ci riferiamo al disarmo totale di Hamas, “Israele avrà il mio pieno sostegno per finire il lavoro.”
L’accelerazione impressa dai partecipanti per la chiusura dell’accordo di Sharm-Sheikh, è stata proporzionale alla sua vaghezza. Fatti salvi alcuni punti-cardine ben definiti , per il resto sono solo buone intenzioni.
La motivazione è legata soprattutto all’errore tragico del premier israeliano che ha ordinato, malgrado il parere contrario del Mossad ( servizio segreto israeliano), il lancio di missili su Doha per colpire i negoziatori di Hamas.
La reazione del mondo arabo è stata dura, specie da parte del Qatar alleato fedele degli USA e che ospita la principale base americana nel Mediterraneo orientale. Trump ha preso le distanze da Netanyahu e lo ha obbligato a chiedere scusa al governo qatariota.
Il compito più impegnativo e delicato di questa prima parte, è stato quello di definire l’elenco dei prigionieri palestinesi che dovevano essere liberati , nonché il rilascio degli ostaggi israeliani vivi o morti.
Come era prevedibile nella lista è mancato il nome di Marwan Baghouti l’unica figura carismatica che avrebbe potuto unificare il movimento.
L’ex capo dello Shin Bet direttore dei servizi segreti, responsabile di Gaza, il generale Ami Ayalon, lo ha definito l’unico leader palestinese in grado di unire il suo popolo: Barghouti, leader di Fatah, non farà parte del rilascio dei prigionieri palestinesi, proseguendo la politica israeliana di escludere i prigionieri “pesanti” da tali accordi.
Ma forse la verità è un’altra: liberare Marwan Barghouti sarebbe un grave problema per Hamas che non piange per la sua mancata liberazione. E’ Il suo avversario più temibile e, secondo molti osservatori, vincerebbe una competizione elettorale. Liberare Barghouti sarebbe però un grave problema anche per Israele, perché renderebbe evidente che la maggioranza dei palestinesi lo sostengono.
La seconda fase del Piano
La prima fase, con tutte le difficoltà che abbiamo sinteticamente descritto, è continuata ad essere giornalmente segnata da morti tra la popolazione civile della Striscia, mentre la restituzione degli ostaggi deceduti è stato motivo di forti tensioni tra Hamas e Tel Aviv. Tuttavia la tregua, anche se a fatica, finora sta reggendo.
Da quando si è definito l’accordo di pace ad oggi, sono stati uccisi 245 palestinesi, mentre gli aiuti umanitari non sono stati quelli promessi, sia nel numero sia nella tipologia. A Gaza la popolazione continua a vivere tra le macerie, i detriti e gli ordigni inesplosi.
Grazie ad immagini satellitari si è scoperto che sono state identificate oltre 36,8 milioni di tonnellate di detriti provenienti da edifici distrutti; il 78% dei 250 mila edifici è stato danneggiato, e più della metà completamente distrutto. Il 90% delle scuole sono danneggiate e nessuna università è rimasta in piedi.
Israele continua a coprire le aggressioni quotidiane dei coloni in Cisgiordania, mentre a Gaza sono stati distrutti dall’esercito, dall’inizio del cessate il fuoco, 1.500 edifici.
La seconda fase del piano che dovrebbe avviare la ricostruzione e affrontare la catastrofe umanitaria, presenta molti interrogativi, e ogni passo falso rischia di far deflagrare nuovamente il conflitto.
Il motivo della precarietà di questo accordo deve essere ricercato nei molti nodi che restano da sciogliere: manca tra le due parti ogni riferimento ad impegni certi, non è previsto uno Stato palestinese, non ci sono garanzie reali per l’autodeterminazione. L’unica cosa chiara è che l’esercito israeliano si ritirerà dai territori occupati illegalmente in tre fasi, ma non viene fissato alcun calendario.
In questo quadro l’amministrazione americana è sempre più preoccupata delle mosse di Netanyahu e delle quotidiane provocazioni dei coloni in Cisgiordania. L’ultima è stata quella di aver dato alle fiamme una moschea.
Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stata presentata dagli USA una nuova bozza di risoluzione, non sarà certo l’ultima, per definire il quadro dell’operazione della Forza multinazionale a Gaza, sulla cui composizione Israele vuole avere l’ultima parola.
La ricostruzione
Tacito scriveva: ”Fecero il deserto e lo chiamarono pace”. Non è pace e nemmeno tregua, è lo sterminio lento ed implacabile di un popolo, quello palestinese, a cui non viene riconosciuto nemmeno il diritto di vivere. Oggi Gaza è quel deserto: case distrutte, ospedali in rovina, scuole diventate rifugi, strade ridotte a cumoli di detriti.
Non c’è dubbio che la strage del 7 di ottobre 2023 ha modificato radicalmente gli scenari dello scontro, e ha ripreso corpo l’obbiettivo vero del governo di Tel Aviv di edificare “il grande Israele”.
Questo imbarbarimento delle relazioni internazionali è accompagnato, di conseguenza, da un processo di delegittimazione dell’organizzazione internazionale multilaterale e del sistema internazionale di protezione dei diritti umani.
La data del 9 ottobre, in cui è stato annunciato il Piano di pace tra Israele ed Hamas, ha segnato l’inizio di una nuova era: quella di un ordine internazionale fondato non sul diritto ma esplicitamente sulla forza. La forza delle armi, del denaro, del potere. Patti economici e commerciali in cui la pace non è la precondizione della giustizia, ma il presupposto per fare affari.
Con l’assenso di 35 Paesi, Trump ha ottenuto un risultato storico: i Paesi Arabi e la Turchia si sono fatti garanti ben oltre la tregua a Gaza. Si sono impegnati politicamente e militarmente a garantire che Hamas verrà disarmata e non avrà più un ruolo nel futuro della Striscia.
Il Progetto di pace per Gaza è stato chiamato la “Riviera di Gaza” e inizialmente sembrava una odiosa battuta .In realtà all’interno della amministrazione USA, già dal febbraio scorso, circolavano bozze di un piano che prevedeva di imporre alla Striscia una sorta di protettorato statunitense per almeno 10 anni, trasformandola in una sfavillante località turistica e in un polo manifatturiero ad alta tecnologia., e la deportazione di 2 milioni di palestinesi in altri territori del Medioriente,
Gaza , come ideata dagli autori israeliani, dovrebbe ricordare Dubai, ed essere costruita su un territorio inesistente con fiumi, campi irrigati piante che lambiscono le spiagge, con grattacieli resort, mentre viene ipotizzato il trasferimento “temporaneo e volontario” di oltre 2 milioni di abitanti della Striscia.
Un’enclave completamente raso al suolo, sarà trasformato in una serie di futuristiche megalopoli balnearie, che renderanno chiaro il progetto di Israele, con l’appoggio degli americani, “: quello di uccidere più palestinesi possibile” compresi i bambini, e rendere Gaza un luogo invivibile per i sopravvissuti. (Dal Rapporto della Commissione d’inchiesta indipendente nominata dal consiglio dei diritti umani dell’ONU 2025)
Inoltre è stato previsto anche un contributo di 5000 dollari in contanti più un anno di derrate alimentari e sussidi per ogni palestinese che accetti di abbandonare la Striscia. Trattamento simile a quello tenuto dai nazisti nel ghetto di Varsavia che prevedeva un regalo di un kilo di pane a chi voleva uscire dal ghetto.
Verrà nominato un’autorità transitoria, costituita da un comitato di tecnocrati palestinesi apolitici, che vigilerà sull’attuazione del piano. con la supervisione di un “Board of peace”, un Consiglio per la pace, presieduto da Donald Trump e Tony Blair,
Anche l’Italia farà la sua parte. “Se ci verrà chiesto un contributo, ha confermato la presidente Meloni, siamo ovviamente pronti a stare in prima linea. C’è poi il tema della ricostruzione su cui potremo dire la nostra, e ci lavoreremo insieme ai nostri partner-ha aggiunto il premier.
Ormai è matura la decisione del governo italiano di essere il 160esimo Paese che riconosca lo Stato di Palestina, e nel contempo, però, è necessario che venga bloccato l’invio di armi ad Israele. Continuare ad avere un atteggiamento ambiguo significherebbe essere complici del genocidio perpetrato dal governo di Tel Aviv.
Del resto questo modo di fare enigmatico è confermato dalla legge di bilancio attualmente in discussione in Parlamento. E’ una manovra di guerra che colpirà soprattutto la povera gente.
In questo contesto, la nostra presidente del consiglio si è posta, senza alcun imbarazzo, come la fiduciaria del nuovo regime trumpiano, sia livello internazionale sia a livello nazionale. Tutto ciò ha destabilizzato gli equilibri politici a livello europeo e nei fatti si è rilevato anche un potente fattore di legittimazione politica da parte degli USA.
Da sottolineare la non presenza dell’Europa, che ha sottoscritto l’accordo, senza che abbia avuto alcun ruolo attivo nella trattativa.
Grazie alla capillare rete diplomatica americana, e all’intreccio di mega capitali americani con quelli dei Paesi sunniti del Golfo e della Turchia, il presidente Trump ha costruito un mega progetto economico.
Si metteranno in comune enormi risorse finanziarie, infrastrutture, tecnologie, ricerca e capitale umano. Sarà una poderosa macchina da guerra economica che punterà a realizzare un grande mercato comune in Medio Oriente tra Israele e i Paesi sunniti, con l’obiettivo di costruire la “via del cotone”, antagonista alla “via della seta” cinese.
L’esperienza ci dice che le guerre generano profitti ma anche costi elevati. Le stime dei costi a Gaza potranno ammontare a circa 100 miliardi di dollari, per ripristinare strade, reti idriche, ospedali, abitazioni, università etc. In questo scenario reti di imprese, contractor, investitori-speculatori che attendono il momento per entrare in campo.
Si ipotizza le costruzione di migliaia di alloggi per i palestinesi, ma nessuno dice con quali risorse si potranno acquistare. Quanti tra i palestinesi di Gaza avranno le risorse necessarie per comprarsi una casa nella nuova Striscia a prezzi di mercato?
Pensiamo che, dopo uno sforzo finanziario per la ricostruzione di un territorio completamente distrutto, dove abitavano due milioni e mezzo di persone, le imprese regaleranno le case ai gazawi?
Dietro questo progetto c’è la conferma della volontà di espellere definitivamente i palestinesi dalle loro terre, anche se si prevede che una parte di essi verrà utilizzata come massa di manodopera a bassi costi.
Sulle macerie di Gaza si affolleranno, come avvoltoi, i competitori privati, i quali molte volte sono a capo di aziende di dubbia trasparenza. E’ il caso della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), società registrata in Svizzera solo nel febbraio 2025, che, è bene sottolinearlo, non ha nessuna precedente esperienza nel mondo della cooperazione. .
Questa fondazione è stata creata e avviata da managers israeliani, ha il compito delicatissimo di proteggere i punti di distribuzione degli aiuti umanitari concordati con l’esercito di Tel Aviv, ed è coinvolta in numerosi stragi di civili durante le operazioni di distribuzione degli aiuti umanitari
L’aspetto più inquietante della GHF è che opera tramite società, come la Safe Reach Solution, che arruola essenzialmente contractors, militari americani privati di dubbia provenienza. i
La vera emergenza, comunque è il prossimo inverno: la pioggia e il freddo stanno per arrivare e molti palestinesi dopo esser stati sfollati continua a vivere sotto tende di forrtuna, senza acqua potabile, senza elettricità, accanto a cumoli di macerie e fogne a cielo aperto.
Il processo che si è avviato a Gaza tra mille difficoltà impone, più di prima, la massima vigilanza soprattutto, da parte di quei milioni di cittadini del mondo, che sono pacificamente scesi in piazza in questi due mesi per dimostrare il sostegno alla popolazione palestinese. Non possiamo abbassare la guardia perché ci deve essere la consapevolezza che la pace non è ancora tutta da conquistare .
In Italia il governo si è dovuto misurare con una realtà che non si aspettava così dirompente, e in qualche modo si è trovato impreparato, mentre le forze dell’ordine hanno gestito la piazza con la con gli idranti e i manganelli, intervenendo spesso con un atteggiamento provocatorio, lasciando scorrazzare i cosiddetti “black bloc” per poi coinvolgere i cortei pacifici.
Ma soprattutto questo governo ha creato un clima irrespirabile, per cui qualunque protesta, qualunque simbolo palestinese o giudizio critico verso Israele, viene represso brutalmente dalla polizia.
Al di là del giudizio si voglia dare su Flottiglie o su altre iniziative umanitarie e politiche, rimane il fatto che una mobilitazione di massa così ampia nel mondo occidentale, con una forte partecipazione giovanile, ha contribuito a creare una certa pressione su Israele, ed accelerare quanto meno un cessate il fuoco per non continuare la mattanza.
Sono passati due anni dall’orrore di quel maledetto 7 ottobre, da quando a Gaza si contano migliaia di persone uccise nei modi più brutali, con due milioni di sfollati, privati delle loro case, del cibo, dell’acqua, delle medicine e della loro dignità. Due anni che non possono diventare fonte di arricchimento e di speculazione per quei signori che hanno in mano le sorti del mondo.
E questa la chiamano pace.
