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Sono ormai molte settimane che ci occupiamo della assurda vicenda del taglio fiscale degli assegni di sostegno erogato ai lavoratori dell’industria del credito.

Gli avvisi firmati dall’Agenzia delle Entrate, beffardamente, definiti bonari furono concepiti in era Covid, tanto è vero che vennero affrancati e spediti diversi mesi dopo.

Tante volte ci siamo domandati come mai, nelle more di quell’intervallo temporale, entro cui la macchina statale procedeva tanto lentamente nessuno aveva trovato il tempo di farsi alcune semplici domande.

Perché solo ora, dopo ben quindici anni di rodaggio, si inceppava il meccanismo fiscale del fondo?

Come mai le due principali istituzioni pubbliche che presidiano il conto mastro del dare e dell’avere (INPS e AdE) non si erano sedute intorno ad un tavolo per mettere a fuoco gli “strani CU 2016”?

Si è avuto tutto il tempo, grazie al Covid di prendersi cura di tanti onesti lavoratori che avevano il solo torto di aver sacrificato parte del proprio reddito per salvaguardare un settore economico in palese difficoltà.

L’iconografia del lavoratore bancario purtroppo vive ancora nelle battute dei vecchi film di Nanni Moretti mentre oggi è tutto inesorabilmente e bastardamente cambiato.

Il salario che sgorga del settore bancario è sempre più frutto di una crudele spremitura di politiche commerciali ottuse e violente dal punto di vista psicologico e questa vicenda ne testimonia il più limpido e veritiero epilogo.

Non stupisce per questo il silenzio omertoso con cui i mezzi d’informazione (tranne qualche rara eccezione) osservano  l’intera vicenda. 

Eppure quando la crisi occupazionale tocca ai giornalisti, la loro cassa integrazione è pagata da tutti noi mentre la non notizia da nascondere è che se ciò tocca  dei lavoratori dove lo Stato non sostiene alcun costo  non bisogna scandalizzarsi se questi vengano malmenati fiscalmente.

Capiamo che l’editoria è in crisi finanziaria strutturale, ma compiacere per sopravvivere e declassare questa storia a Fake news è un orrido esempio di “responsabilità sociale”.

p.s. Ad oggi non ci risulta che Nino Baseotto abbia risposto alla lettera pubblicata da noi il 25 giugno scorso. Caso mai gli sia sfuggito qualcosa siamo ben lieti di ricordarglielo, se non altro come forma (ci basterebbe almeno quello) di rispetto tra “compagni”.

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